Il conflitto interetnico costante del mondo arabo

17/06/2020

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Stati e nazioni del Medio Oriente e del Nord Africa sono in costante rivalità fra di loro fin dagli anni ’50 dello scorso secolo. La crisi istituzionale, politica e culturale aperta dal crollo degli imperi – l’Impero ottomano, l’Impero britannico e quello francese − non si è ancora risolta in quell’area del mondo. Nei conflitti locali si infiltrano potenze esterne alla regione, come sempre avviene ovunque, ma alla base degli scontri ci sono rivalità interne di lunghissima data: rivalità tribali, cioè interetniche, anche se ideologicamente sostenute ora dalla politica ora dalla religione.

Dal 1946 al 1970 la Siria fu teatro di scontri fra fazioni o tribù e di ripetuti colpi di stato. L’Egitto di Gamal Nasser cercò a lungo di esercitare l’egemonia sulla Siria e sull’intero Medio Oriente, in opposizione alle monarchie arabe della regione. Poi la Siria fu stabilizzata dalla dittatura militare di H?fiz al-Assad, padre dell’attuale presidente Assad. Ma in mancanza di un forte senso di appartenenza nazionale il paese era destinato a cadere in nuovi disordini e guerre fratricide. È nuovamente preda di guerre intestine dal 2011.

In Iraq, paese indipendente dal 1932, i colpi di stato, le guerre civili e i conflitti con i vicini (Iran, Kuwait) sono iniziati nel 1941 e non sono ancora cessati. Dal 1941 in poi il paese ha fatto notizia per le stragi ripetute dei propri Ebrei, dei propri Curdi, degli Yazidi; poi con l’ISIS la strage si allargò agli Sciiti, ai Sunniti laici e si estese alla vicina Siria.

In Yemen le guerre civili si sono susseguite quasi ininterrottamente dal 1960 a oggi. Qui tribù e sette di scontrano col sostegno incrociato dell’Iran o degli stati arabi che si affacciano sul Mar Rosso. È una lunga guerra indiretta (proxy war) fra Persiani e Arabi per il controllo delle rotte del Mar Rosso.

Analoga è la storia della Libia. Unificata artificiosamente da noi Italiani fra il 1911 e il 1931 per farne una nostra colonia, nel dopoguerra fu suddivisa e amministrata metà dai Francesi e metà dagli Inglesi finché divenne indipendente nel 1951 sotto re Idris, con il patrocinio dell’ONU. Nel 1969 il colonnello Gheddafi rovesciò la monarchia e instaurò una dinastia militare analoga a quella del colonnello Nasser in Egitto. Era il periodo dell’ideologia panaraba, che voleva una federazione di repubbliche arabe a guida militare sotto egemonia egiziana. Ma il nazionalismo arabo non fu mai abbastanza sviluppato da sovrastare gli interessi e le solidarietà tribali, sviluppate attraverso secoli di storia. Lo stesso Gheddafi comandò il paese appoggiandosi soltanto alla propria tribù. Dopo la sanguinosa caduta di Gheddafi nel 2011 la Libia è tornata a dividersi in aree tribali con interessi e lealtà divergenti, raggruppate in due schieramenti a formazione instabile: i sostenitori del generale Haftar dell’Esercito nazionale Libico e i sostenitori del Governo di Accordo Nazionale di cui è presidente al Sarraj. I due schieramenti sono finanziati e armati e ora anche militarmente coadiuvati da potenze regionali diverse. A sostegno di Haftar fino a un paio di settimane fa si ritrovavano gli Emirati, i Sauditi, l’Egitto, il Sudan, ma anche Francia e Russia. Noi Italiani abbiamo sostenuto al Sarraj, poi abbiamo cercato di barcamenarci fra le due parti da marzo del 2020, quando parve che stesse per vincere Haftar, i cui combattenti erano ormai alla periferia di Tripoli. Ma il tavolo è stato rovesciato dall’improvvisa entrata in scena della Turchia, che (con l’aiuto del Qatar) ha mandato soldati armi e droni a sostegno di al Sarraj e in un paio di settimane ha costretto Haftar alla ritirata, ha umiliato anche i mercenari russi mandati da Putin. A giugno 2020 circolano voci che Haftar stia organizzando la fuga i Sudamerica per salvare la pelle.

E ora? Non c’è forza interna o esterna che possa davvero unificare il paese.

L’Egitto teme infiltrazioni di milizie e di gruppi salafiti jihadisti ed è il paese più interessato a una mediazione internazionale, pur di far cessare il pericolo ai propri confini. La Francia vuole la pacificazione e il controllo del Fezzan, che confina con il Sahel francofono dell’Africa Centrale, infestato da gruppi jihadisti e tribali intrecciati in varie alleanze operative. Lì la Francia ha grandi interessi e mantiene una presenza militare considerevole. Anche la Russia vuole il controllo del Fezzan, ma per ragioni opposte: vuole il controllo del gas e del petrolio che dal Nordafrica fluiscono in Italia e in Francia, in concorrenza con gas e petrolio russi. Inoltre chi controlla la Libia controlla e regola anche l’enorme contrabbando di esseri umani e di droga che raggiunge l’Europa proprio attraverso il Sahel e la Libia.

La Turchia vuole imporsi come potenza mediterranea per avere accesso alle risorse di gas e petrolio della regione, da cui è stata sino a ora esclusa. Il successo in Libia le permette di sedersi al tavolo con Russi ed Europei per discutere le sorti della regione e ripristinare l’antico prestigio agli occhi delle popolazioni che fino all’inizio del 1900 facevano parte dell’Impero ottomano (come la Libia). Pare che Russia e Turchia abbiano raggiunto qualche sorta di accordo per evitare scontri diretti fra i propri militari in Libia, così come avevano fatto in Siria nel 2016, ma gli incontri sono stati sospesi senza nessun comunicato stampa.

Noi Italiani abbiamo grandi interessi in Libia, dove la nostra ENI ha vari contratti petroliferi, ma soprattutto estrae circa 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam per portarli in Italia, a Gela, con un gasdotto sottomarino lungo circa 520 chilometri. Senza contare l’importanza fondamentale che la Libia ha nel controllare la partenza di migranti clandestini verso le nostre coste. Non possiamo semplicemente disinteressarci di che cosa avviene in Libia.

L’Italia ha firmato a inizio giugno 2020 un accordo con la Grecia per la delimitazione dei confini marittimi, che riconosce i diritti della Grecia su acque rivendicate anche dai Turchi. È la risposta al trattato sulle ZEE (zona di interesse economico esclusivo) firmato a fine novembre fra la Turchia e il governo libico di Fayez al Sarraj. Un trattato che secondo Atene viola il diritto del mare – e che anche Roma ha definito inaccettabile – perché le rivendicazioni marittime turche si sovrappongono a quelle greche. Stiamo così entrando in uno stato di tensione con la Turchia e con al Sarraj a Tripoli, di cui fino a pochi mesi fa eravamo i principali sostenitori europei.

Non si vedono soluzioni in vista per il problema libico. Come in Iraq, come in Sudan o in Yemen, gli interessi tribali continueranno a prevalere su quelli dello stato, perché si tratta di stati artificiali, con popolazioni che non si sono mai sentite nazioni. 

Noi Italiani abbiamo grandi interessi in Libia, dove l’ENI ha vari contratti petroliferi ed estrae circa 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Senza contare l’importanza fondamentale che la Libia ha nel controllare la partenza di migranti clandestini verso le nostre coste. Non possiamo semplicemente disinteressarci di che cosa avviene in Libia. Ma stiamo entrando in uno stato di tensione con la Turchia e con al Sarraj, di cui fino a pochi mesi fa eravamo i principali sostenitori europei

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