L’inevitabile ascesa dell’India

30/06/2020

Da un articolo di Allison Fedirka per Geopolitical Futures

 

Finora l’India ha mantenuto un basso profilo sulla scena internazionale, scegliendo di non far sentire troppo la propria voce. Eppure potrebbe avere un peso considerevole. È il settimo paese al mondo per estensione e il secondo per numero di abitanti (1,38 miliardi di persone) e se si considera l’età media della sua popolazione è facile prevedere che supererà ben presto la Cina. Negli ultimi vent’anni ha scalato le classifiche mondiali e oggi è la quinta economia del mondo. È uno dei principali consumatori di energia; la sua crescente potenza navale potrebbe contrastare le ambizioni cinesi.

Il centro di gravità della politica globale si sta spostando dal Medio Oriente alla zona dell’Indo-Pacifico sia dal punto di vista militare che economico, perciò l’India assume una nuova centralità, proprio mentre il paese attraversa una fase di grande sviluppo.

La strada non è certo priva di ostacoli. Geograficamente l’India è isolata dal resto dell’Eurasia: per circa un terzo è delimitata dal mare, per il resto da grandi barriere geografiche terrestri: la catena himalayana a nord, i Monti Arakan a est e il Deserto del Thar a ovest. La popolazione è fortemente frammentata su base linguistica e religiosa e anche a causa del complicato sistema delle caste.

I 29 stati federati e i 7 territori in cui il paese è suddiviso dal punto di vista amministrativo godono di una considerevole autonomia e hanno un sistema normativo parallelo a quello centrale. L’isolamento geografico e la frammentazione interna hanno fin qui limitato il margine d’azione a livello internazionale, ma recentemente New Delhi ha cercato di migliorare la sua posizione, in primo luogo attraverso un processo di centralizzazione del potere. Per gran parte della sua esperienza post coloniale l’India ha avuto un sistema federale in cui gli stati e le autorità locali avevano grande autonomia. Questo ha prodotto un governo nazionale debole e uno sviluppo molto disomogeneo, ma era un prezzo che valeva la pena pagare perché era il modo migliore per evitare la spaccatura del paese. Per poter accrescere la propria influenza fuori dai propri confini, tuttavia, è necessario un rafforzamento del governo centrale e questo a sua volta richiede una popolazione unita.

Negli ultimi sei anni il primo ministro Narendra Modi ha dato il via a una serie di riforme volte a sviluppare un’economia più integrata e solida. Ha favorito la demonetizzazione dell’economia e una semplificazione del sistema fiscale; ha cercato di favorire gli investimenti stranieri in settori che prima vedevano protagonista lo stato. Sta ancora cercando di ripulire il sistema finanziario, riformando le procedure che regolano la bancarotta e ammorbidendo i controlli sui prezzi per creare un ambiente economico più favorevole alle imprese. Per accrescere le esportazioni ha puntato sullo sviluppo di settori in cui l’India ha un vantaggio comparativo, quali difesa, manifattura, farmaceutico, tessile e produzione di componenti per automobili. Nel 2014 l’economia indiana è passata al quinto posto a livello mondiale e gli investimenti diretti dall’estero sono passati da 190 miliardi di dollari nel periodo 2009-2014 a 284 miliardi nel quinquennio 2014-2019.

Se i progressi economici sono sotto gli occhi di tutti, ben più difficile pare l’obiettivo di unire il paese dal punto di vista politico e sociale. Il governo di Modi ha promosso il sentimento nazionalista hindu per riunire la maggioranza degli Indiani sotto una stessa bandiera, attingendo ai legami storici con la cultura e la civiltà hindu. Ma l’induismo è anche una religione, che per di più in passato si è scontrata con gruppi religiosi minoritari, specie con i musulmani, che sono il 14% della popolazione e sono spesso oggetto di violenze. L’anno scorso il governo ha proposto una legge per la concessione della cittadinanza ai migranti irregolari non musulmani provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan, ma i migranti musulmani provenienti dagli stessi paesi non potranno ottenere la cittadinanza indiana perché non sono minoranze nei paesi d’origine. C’è anche l’intenzione di stilare un “Registro nazionale dei cittadini”, in base al quale si richiederà alla persone che vivono in India di provare la loro cittadinanza indiana, ossia di produrre documenti che dimostrino la loro residenza sul territorio indiano prima del 24 marzo 1971 (data dello scoppio della guerra di liberazione bengalese, ndt). Chi non riuscisse a provarlo verrebbe considerato non cittadino e potrebbe rischiare l'espulsione. Simili proposte hanno scatenato proteste e scontri, così come la decisione di modificare lo status amministrativo del Jammu e Kashmir attraverso la revoca dell’articolo 370 della costituzione, che garantisce ai residenti musulmani i diritti all’acquisto delle proprietà, all’accesso a certi impieghi e alla residenza. Con la riforma questi diritti verrebbero estesi agli Hindu e secondo alcuni il governo sta incoraggiando il trasferimento di Hindu in quell’area al fine di alterarne la demografia.

La rapida crescita del paese ha costretto il governo a dare priorità ad alcune questioni internazionali. Il boom dell’economia indiana dipende dall’energia, che però deve essere importata. Negli ultimi anni l’India si è dunque dovuta assicurare l’accesso ai rifornimenti di energia e la protezione delle rotte di trasporto. New Delhi ha potenziato la marina per poter proiettare la propria potenza nell’Oceano Indiano e produce autonomamente armi per ridurre la dipendenza dagli armamenti stranieri. L’esercito indiano non è ancora autosufficiente, ma sta facendo grandi passi nella giusta direzione.

C’è poi da considerare lo spostamento degli equilibri globali. Il fatto che gli Stati Uniti stiano concentrando l’attenzione sul contenimento dell’espansione economica e militare cinese mette l’India in un’ottima posizione strategica: l’India è il paese meglio piazzato dal punto di vista geografico per contenere la Cina e rappresenta anche la migliore localizzazione alternativa per le imprese americane che lasciano la Cina. Anche i rapporti con il Pakistan, un vicino con cui l’India è in conflitto da decenni, ormai sono influenzati dalla dinamica USA-Cina, considerando che Pechino vuol fare di Islamabad uno dei punti focali della sua Belt and Road Initiative.

Fin dagli albori della Guerra fredda l’India ha scelto di essere tra i paesi non allineati, puntando sulla non aggressione e sulla cooperazione economica. Questo approccio le ha permesso di avere fino a oggi ottimi rapporti con quasi tutti i paesi senza diventare pedina di una delle superpotenze. Oggi l’India è riluttante a sviluppare la Quad (alleanza informale indo-pacifica in chiave anti cinese che comprende India, USA, Giappone e Australia, ndt), anche se condivide il sentimento anti cinese degli altri membri.

Dal punto di vista politico e sociale il paese resta estremamente diviso, ma tutto sommato stabile. La Cina può far paura lungo il confine, ma ha problemi interni considerevoli e la guerra commerciale in atto con gli USA le impedirà di agire in maniera avventata contro l’India. Il Pakistan continuerà a minacciare a parole, ma la sua inferiorità militare e la sua fragile economia gli impediranno di gettarsi in azioni che provocherebbero una risposta dura da parte di New Delhi. Per la Russia l’India resta un attore importante perché è un grande acquirente di armamenti e Mosca in questo periodo ha particolarmente bisogno che le esportazioni di altri beni bilancino le ingenti perdite per il basso costo dell’energia.

Sembrano dunque esserci tutte le condizioni perché New Delhi possa assumere un ruolo più attivo. Però corre il rischio di esser costretta a prendere una posizione più netta e scegliere da che parte stare, rompendo la sua tradizionale politica di non allineamento. Al momento è uno scenario ancora improbabile, ma già possibile.

Il centro di gravità della politica globale si sta spostando dal Medio Oriente alla zona dell’Indo-Pacifico, perciò l’India assume una nuova centralità, proprio mentre il paese attraversa una fase di grande sviluppo

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