L’importanza geopolitica dell’OMS

17/07/2020

Liberamente tratto da un articolo di Alex Berezow per Geopolitical Futures

 

 

Generalmente perché una malattia venga debellata deve esistere una cura o un vaccino. A oggi sono sulla via del debellamento almeno cinque malattie infettive: poliomielite, morbillo, parotite, rosolia e dracunculiasi. Ma la scienza, la tecnologia e le politiche sanitarie non sono sufficienti: è indispensabile che ci sia la volontà politica, che gioca un ruolo vitale nel richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e della ricerca e nel raccogliere fondi.

 

Spesso capita che i paesi si dimostrino poco interessati a spendere denaro ed energie per curare malattie al di fuori dei propri confini, specie se i focolai si trovano dall’altra parte del pianeta. È un approccio comprensibile, ma miope. Come abbiamo imparato in questi mesi, un virus sviluppatosi altrove può rapidamente diventare anche un problema nostro. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha il compito di colmare il divario tra i paesi ricchi, che avrebbero le risorse ma spesso non avvertono la necessità di agire, e quelli poveri, che invece avrebbero urgenza di agire ma non hanno i mezzi per farlo. L’idea di un’organizzazione internazionale multilaterale che si occupi di sanità scaturì nel 1945 dalla stessa conferenza che diede vita all’ONU, nella convinzione che la medicina può essere uno dei pilastri della pace. Tre anni dopo l’idea si concretizzò ma non mancarono le controversie e le difficoltà: l’URSS ne uscì già nel 1949 (per poi rientrarvi nel 1956) perché sosteneva che fosse troppo soggetta all'influenza statunitense. Più di sessanta anni dopo si sta profilando lo stesso scenario ma con altri attori: gli USA di Trump dicono di voler abbandonare l’OMS perché sostengono che sia asservita alla Cina.

 

Chiaramente l’OMS non può sopravvivere solo in virtù delle sue passate glorie ed è altrettanto vero che il mondo in cui fu istituita non esiste più. L’ordine internazionale che si era profilato nel secondo dopoguerra è svanito e la fede nell’internazionalismo anche. Soprattutto, l’OMS necessita senza alcun dubbio di riforme culturali e fiscali. Come tutte le istituzioni soffre di sclerosi e storture (secondo un articolo dell’Associated Press, per esempio, negli ultimi anni l’OMS avrebbe speso più in viaggi che nella lotta a malattie come l’AIDS o la malaria). Le richieste di riforme non sono certo una novità e i casi in cui l’organizzazione ha dimostrato di essere poco efficace non sono pochi. Nel 2014, per esempio, ha esitato a dichiarare l’epidemia di ebola un’emergenza globale perché farlo avrebbe potuto irritare i paesi coinvolti, interferendo con i loro interessi o impedendo i pellegrinaggi dei musulmani a La Mecca, fatto che mette in evidenza come le decisioni dell’Organizzazione sono pesantemente influenzate da valutazioni politiche. Molti la accusano di aver fatto la stessa cosa con il covid 19, questa volta per non irritare la Cina. Tutto ciò contribuisce a creare l’immagine di un’istituzione troppo pavida, imbrigliata dalla burocrazia e da speculazioni politiche. I detrattori dell’OMS sostengono che le stesse funzioni potrebbero essere svolte da altre organizzazioni, ma non si capisce quali. Qualunque organizzazione che eventualmente assumesse le proporzioni necessarie per prendere il posto dell’OMS molto probabilmente andrebbe incontro agli stessi problemi che ora affliggono l’OMS.

 

Tutto ciò è sufficiente a giustificare il ritiro degli Americani? I meriti dell’OMS superano i suoi demeriti? La risposta a questa domanda varia da paese a paese. Per quanto riguarda gli USA, i vantaggi della partecipazione all’OMS sono evidenti: il controllo delle malattie (come il monitoraggio delle popolazioni o le ricerche per individuare potenziali infezioni zootecniche in cui potrebbe verificarsi il famoso spillover sugli umani) richiede un monitoraggio costante e diffuso in tutto il mondo, una rete di ONG, risorse e personale di cui solo un’organizzazione internazionale come l’OMS può disporre. Inoltre, la ricerca americana in campo biomedico è profondamente integrata con quella dell’OMS. Gli USA hanno 83 centri di ricerca che collaborano con l’OMS, se dovessero abbandonare l’OMS non è chiaro fino a che punto questi centri potrebbero continuare a svolgere il loro lavoro da soli o attraverso altre forme di collaborazione. I costi per rimanere nell’OMS sono minimi: il contributo statunitense all’organizzazione (circa 893 milioni di dollari) è un’inezia rispetto al budget federale; l’unico vero costo è quello della frustrazione di dover fare i conti con un gruppo di portatori di altri interessi nell’alveo di un’istituzione multilaterale che dipende dai contributi americani.

 

La salute pubblica è vitale per l’economia, come ci ha appena dimostrato l’esperienza con il covid. Un’economia in salute si basa su una popolazione in salute, così come la sicurezza nazionale e la stabilità regionale. Queste sono realtà di base che nessuna spacconaggine politica da campagna elettorale può cambiare.

 

 

 

 

 

 

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