La forza di Israele

29/12/2020

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Oggi Israele è lo stato più stabile e saldo del Medio Oriente. Ha raggiunto questa posizione grazie alla consapevolezza della propria grande debolezza, che ha sempre indotto politici e istituzioni a cooperare saldamente sulle questioni di fondo (pur litigando aspramente su ogni altra cosa) perché per tutti si trattava di questioni di vita o di morte. Per gli stati arabi invece il sostegno ai Palestinesi è stata una questione di prestigio, di pretesa egemonia culturale e politica, mai è stata una questione di sicurezza, perché Israele è sempre stato troppo piccolo e debole per costituire un pericolo per i vicini.

Con pochissima terra e poca popolazione, sin dal 1948 (anno di costituzione dello Stato) gli Israeliani sanno di dover avere un esercito tecnologicamente superiore agli altri e di dover puntare sulla tecnologia e sull’efficienza per sviluppare l’economia, vista l’estrema scarsità di risorse.

Mentre Israele formava e rafforzava le sue istituzioni, accoglieva e integrava milioni di profughi ebrei in fuga da altre regioni, i governi dei paesi arabi litigavano fra di loro, instauravano dittature militari, si lanciavano in lunghe guerre interne che impoverivano la popolazione. Le condizioni attuale di Iraq, Siria, Libano, Libia, Yemen e Somalia sono la conseguenza di tali politiche. Il mondo arabo è in grande squilibrio, i governanti sono sempre a rischio di ribellioni, le istituzioni sono oppressive e spesso feroci.

Israele ha sempre desiderato la pace con i vicini, ma già David Ben-Gurion aveva previsto che nessun leader arabo avrebbe offerto né accettato condizioni accettabili per Israele, per non ‘perdere la faccia’. Gli Arabi avrebbero voluto o il territorio o il ritorno dei rifugiati, o entrambe queste cose, che però avrebbero messo immediatamente e rischio la sopravvivenza di Israele e dei suoi cittadini.

Nel 1949 Husni al-Zaim, primo dittatore militare in Siria, propose la pace in cambio della cessione di parte della Galilea e del lago omonimo, oltre al ritorno di 300000 palestinesi ai villaggi di origine. Erano ovviamente condizioni inaccettabili. Circa 30 anni più tardi il presidente egiziano Anwar Sadat fu ‘costretto’ dagli USA ad accettare di discutere condizioni ragionevoli di pace con Israele, in cambio di grandi aiuti alimentari per la popolazione egiziana in rivolta per il prezzo del cibo e la carestia. Il dialogo fra Egitto e Israele aprì la possibilità di dialogo con altri governi arabi, anche se dietro le quinte. La Giordania fu il secondo paese arabo a firmare il trattato di pace con Israele.

Le rivolte arabe del 2011-12 mandarono in frantumi l’apparente equilibrio regionale, misero in grande difficoltà tutti i governi arabi e resero del tutto secondaria la questione palestinese agli occhi dell’intero mondo arabo.

Nel 2017 gli Stati Uniti fecero pressioni sugli stati arabi perché forgiassero la Middle East Strategic Alliance in funzione anti-iraniana. Gli USA volevano ritirare la maggior parte delle truppe dalla regione e volevano che fossero gli Arabi stessi a costituire un baluardo contro l’Iran e le sue azioni destabilizzanti in Iraq, Siria e nel Golfo. Ben presto sia gli USA sia i governi arabi si resero conto che senza la partecipazione di Israele l’Alleanza non avrebbe avuto probabilità di funzionare né per le attività di intelligence, né come deterrenza. Gli oligarchi arabi cominciarono a pensare che la causa palestinese poteva essere lasciata ai Palestinesi stessi, gli altri Arabi avevano già dato il massimo dell’aiuto possibile. Ora gli Arabi di ogni singolo stato avevano bisogno di aiutare loro stessi.

Il Sudan ha normalizzato i rapporti con Israele per esser tolto dalla lista nera dei paesi sostenitori del terrorismo che gli USA puniscono con sanzioni commerciali. Il Marocco intrattiene rapporti informali con Israele da decenni (Rabin visitò Rabat già nel 1993), ma ora ha formalizzato i rapporti in cambio del riconoscimento della propria sovranità sul Western Sahara da parte degli USA.

Il Bahrain ha normalizzato i rapporti nel 2020, ma da dieci anni ospitava segretamente una delegazione israeliana. Il Qatar stabilì rapporti commerciali con Israele nel 1996, li ruppe nel 2000 (mantenendo collaborazione di intelligence) come gesto di sostegno alla cosiddetta seconda intifada, ora è in trattative per riallacciare i rapporti con Israele nel 2021.

I rapporti commerciali e di intelligence degli Emirati con Israele iniziarono informalmente subito dopo la morte del sultano Zayed nel 2004. Ora sono stati formalizzati. Nel caso degli Emirati gli interessi dei due stati combaciano in tutti i campi, non è stata necessaria nessuna trattativa a tre per avere in cambio qualchecosa dagli USA.

Ora si attende che anche l’Arabia Saudita avvii un dialogo con Israele, ma il timore della monarchia per le possibili ripercussioni popolari è grande. La propaganda iraniana utilizzerebbe il riconoscimento di Israele come arma di delegittimazione dei Saud.

Qualunque alleanza militare e di intelligence in Medio Oriente non può fare a meno di includere Israele, l’unico paese che ha le capacità tecnologiche e organizzative necessarie per la difesa della regione da eventuali attacchi esterni. Perciò la normalizzazione dei rapporti fra stati arabi e Israele è destinata a durare. Questo non significa che la pace fra Israele e i Palestinesi sia vicina né che sia facile, ma ora i Palestinesi sanno che debbono trattare in proprio, pensare in proprio, decidere in proprio, non lasciar fare ai ‘fratelli ‘ dei grandi stati arabi. 

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