L’Arabia Saudita, gigante militare dai piedi di argilla

22/03/2021

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L’Arabia Saudita è uno dei dieci paesi al mondo che spendono di più in armamenti, fino al 2014 era al quarto posto subito dopo gli USA, la Cina e la Russia. Ha un esercito di 250000 soldati equipaggiati con le armi più sofisticate disponibili oggi. Eppure non è riuscita a vincere le milizie mal armate degli Houthi in Yemen, né riesce a difendere le infrastrutture petrolifere da attacchi di droni. Per capire il perché occorre capire la società saudita e la sua storia.

Ibn Saud, il fondatore della dinastia, si proclamò re di uno stato dai confini nuovi nel 1902, ma non aveva esercito. Assoldò perciò le tribù dell’Arabia centrale, tribù stanziali o semi stanziali abituate a difendere caparbiamente il proprio territorio. Ma le tribù si dimostrarono poco affidabili, perché pronte a rovesciare alleanze e lealtà a seconda dell’occasione, come avevano fatto per secoli. Perciò nel 1912 Saud incoraggiò le tribù nomadi a sedentarizzarsi nelle aree desertiche dell’Arabia centrale e ad abbracciare l’austero islam wahabita. Nel deserto avrebbero condotto una vita puritana e si sarebbero addestrati al combattimento, diventando il nerbo dell’esercito di difesa del regno. Questi gruppi di combattenti abili e dedicati, motivati da zelo religioso e dal senso dell’onore personale, divennero noti con il nome di Ikhwan.

Ibn Saud usò l’Ikhwan per annettere in pochi anni quasi tutta l’Arabia, nei limiti permessi dai Britannici. L’Ikhwan però divenne un pericolo quando si pose come obiettivo la distruzione dei luoghi sacri sciiti in Iraq e la conquista della Transgiordania, regioni che erano sotto il controllo dei Britannici. Ibn Saud doveva fermarli, perciò nel 1929 affrontò in battaglia l’IKhwan in rivolta e lo sconfisse a Sibilla, con l’aiuto degli Inglesi, quindi integrò nella Guardia nazionale i guerrieri dell’IKhwan che si arresero e annesse al suo regno l’ultima regione. Nel 1932 Ibn Saud proclamò i nuovi confini del regno, quelli di oggi. Temendo altre rivolte militari, Ibn Saud sciolse l’esercito e affidò la sicurezza interna a un corpo di polizia.

Alla fine della Seconda guerra mondiale gli USA incoraggiarono i Sauditi a ricostruire l’esercito. Nel 1953, quando Ibn Saud morì, l’esercito aveva 1500 addetti. Il nuovo re Saud lo portò subito a 10000, ma poi si fermò, temendo che l’esercito si facesse promotore di rivolte contro la casa regnante, come era accaduto in tante altre parti del mondo arabo islamico. Nel 1964 Saud fu deposto dal consiglio di famiglia e il potere passò al fratello Faisal. Nel 1969 i piloti dell’aviazione tentarono un colpo di stato, che Faisal sventò, facendo arrestare e mettendo a morte i cospiratori. Tutti i progetti di rafforzamento dell’esercito furono accantonati, venne invece rafforzata la Guardia nazionale, composta da membri delle tribù più leali dell’interno, alleate da vecchia data.

Fu il successo della rivoluzione degli Ayatollah in Iran nel 1979, rivoluzione di popolo senza appoggio militare, a fornire la spinta ai Saud per costruire un esercito allargato e ben armato, nel timore che l’Iran alimentasse rivolte fra la popolazione e attaccasse il Regno. Le enormi forniture militari furono fonte di scandali decennali per le enormi commissioni richieste dai membri della famiglia reale. Nel Regno non c’è nella prassi una chiara la distinzione fra i beni dello stato e i beni privati della famiglia reale, anche perché i cittadini non pagano tasse, ricevono invece dallo stato un contributo che deriva dalla suddivisione fra i cittadini dei profitti della vendita di gas e petrolio. Non c’è fra i cittadini attenzione alla ‘corruzione’ dei membri della famiglia reale, perché il costo della corruzione non ricade in modo evidente sulle loro spalle. Negli ultimi anni il principe ereditario ha avviato una campagna contro la corruzione all’interno dei ministeri e della famiglia reale, ma è più un purga dagli oppositori interni che una campagna di riforma delle istituzioni dello stato.

Oggi la guerra in Yemen ha messo a nudo tutte le gravi falle dell’esercito saudita: i militari non sono capaci di utilizzare gli armamenti sofisticati che richiedono coordinamento e collaborazione di gruppo fra militari e tecnici, né sanno provvedere alla manutenzione. La società saudita disprezza tradizionalmente il lavoro manuale e il lavoro tecnico, ritiene molesto e inadatto a un uomo libero il dover rispettare con precisione tempi e metodi. Un esempio: benché l’aviazione saudita avesse già 22 mezzi per il rifornimento in volo dei caccia militari, fino al 2018 ha sempre chiesto agli USA di effettuare il rifornimento. Poi dovette provarci, perché Trump proibì il coinvolgimento degli USA in queste operazioni, dato che disapprovava il modo in cui i Sauditi conducevano la guerra in Yemen, soltanto bombardando dai cieli, senza truppe di terra, con frequenti e inutili stragi di civili che destavano ira nella popolazione e rendevano sempre meno probabile la vittoria sul terreno.

Inoltre la gerarchia nell’esercito saudita è molto rigida e complessa, così come lo è nella società civile. Questo significa che le decisioni non riescono a venir prese là dove sono necessarie, nel momento in cui sono necessarie. Con gli armamenti e gli aerei comandati da sistemi digitalizzati molte decisioni debbono essere prese immediatamente, non possono attendere neppure pochi minuti, ma il sistema gerarchico non prevede che succeda. 

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