John F. Kennedy e l’origine della guerra senza fine

12/09/2021

È questo il titolo della lunga riflessione sui venti inutili anni di guerra in Afghanistan che George Fiedman ha scritto per Geopolitcal Futures del 10 settembre 2021. Friedman si chiede perché gli Stati Uniti, di gran lunga il paese più forte e più ricco del pianeta, da più di mezzo secolo combattano guerre che non finiscono mai, o che finiscono con insuccessi. La causa di questo strano percorso gli pare riassumibile nelle parole del discorso inaugurale di Kennedy: “Che tutte le nazioni, sia quelle che ci augurano il bene sia quelle che ci augurano il male, sappiano che siamo pronti a pagare qualunque prezzo, portare qualunque peso, affrontare qualunque difficoltà, sostenere ogni amico e combattere ogni nemico, al fine di garantire la sopravvivenza e il successo della libertà”.

Era l’espressione di un principio morale accettato da tutti dopo la Seconda guerra mondiale e tutti l’applaudirono. Roosevelt aveva presentato la Seconda guerra mondiale come una inevitabile lotta per la salvezza dalla corruzione di una parte del mondo, e lo era davvero. Se il Giappone e la Germania non fossero stati sconfitti, la sicurezza e la libertà degli Stati Uniti sarebbero state davvero in pericolo. Roosevelt e i suoi generali calcolarono con accuratezza i costi e i rischi di quella guerra e la prepararono con cura specifica. Ma quando Eisenhower divenne presidente si guardò bene dal coinvolgere gli USA in guerre con l’Unione Sovietica, benché ne detestasse sia l’ideologia sia i comportamenti. Dagli anni ’60 maturò nei popoli la convinzione che la guerra è uno strumento per combattere il male, guidata da principi morali. La guerra mondiale effettivamente lo fu, ma fu anche una dura necessità per la sicurezza del Paese.

Da Kennedy in poi gli USA hanno combattuto tre lunghissime guerre inutili: in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq. Ma ci sono stati tanti altri interventi privi di una vera necessità e privi di successo: l’intervento in Iran durante la crisi degli ostaggi, l’invasione di Grenada, gli interventi in Libano, in Kosovo, in Libia, in Siria, in Chad e nel Corno d’Africa. Furono interventi non preparati, né mirati a un risultato chiaro.

Non è possibile preparare un esercito al combattimento in ogni tipo di circostanza, in qualunque area geografica e per molti scopi diversi. La preparazione richiede studio e tempo, organizzazione specifica. Nella Guerra mondiale la missione di Eisenhower come generale fu invadere e conquistare la Germania. Si preparò due anni prima di iniziare. Prima l’esercito fu addestrato in casa, poi eseguì l’addestramento in Nord Africa, dove si scontrò più volte con i Tedeschi e subì anche qualche sconfitta, ma lì i generali impararono a conoscere e capire il nemico, il suo modo di combattere, i suoi punti di forza. Soltanto allora Eisenhower mise a punto il piano per lo sbarco in Normandia. Lo sbarco sarebbe fallito se esercito e marina non fossero stati preparati con tanta cura e tanta chiarezza.

La vittoria nella Guerra mondiale creò il senso dell’invincibilità degli USA. Instillare la certezza della vittoria nei soldati è assolutamente necessario per preparare bene una guerra e vincerla, ma non basta, né basta la coscienza di combattere per un principio morale e politico superiore. Se si va in guerra senza una preparazione specifica per quel certo terreno, quel certo clima, quello specifico nemico, si accumuleranno sconfitte e i soldati che avranno dato la giovinezza, la salute e la vita per combattere si sentiranno traditi dalla nazione e avranno il cuore infranto.

Friedman invita a dimenticare la dottrina Kennedy, che conduce a guerre senza fine e continue sconfitte. La guerra non è la difesa del bene e dei buoni, è l’uso di una forza soverchiante contro un nemico che minaccia i fondamentali interessi della nazione. La guerra non è un atto di carità in aiuto degli amici, né la vendetta nei confronti dei nemici. Per ridurre al minimo la necessità di combattere occorre una chiara visione geopolitica basata non sulle emozioni ma sulle necessità e sulle possibilità.

Secondo Friedman il mondo sta vivendo un periodo in cui non appaiono proprio necessarie guerre; ci sono ancora conflitti in Medio Oriente e in Africa, ma di portata e di importanza molto limitata. Il motto “America First” suona cinico, ma combattere guerre altrui senza averne una vera necessità nazionale è moralmente molto peggio e porta alla sconfitta. 

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