Come le élite hanno portato il Libano alla rovina

11/01/2022

La corruzione dilaga in Libano. Permea la società e la politica. Al centro del crollo economico e finanziario c'è un'élite confessionale egoista: leader politici e religiosi, banchieri, magistrati, militari di alto grado, responsabili della sicurezza pubblica non hanno nessun senso di responsabilità verso la popolazione.

Negli anni ’40 le élite formarono un cartello per la spartizione degli incarichi e su questa base crearono il Libano moderno. Il criterio di spartizione alimentò la guerra civile (1975-89). Il clientelismo endemico e istituzionalizzato fa sì che i governanti favoriscano le élite e ignorino i cittadini privi di potere negoziale. Il popolo libanese ne ha sofferto immensamente, soprattutto negli ultimi due anni di collasso economico, disastro politico e disinteresse per la riforma finanziaria.

Tutto iniziò nel 1943 con il Patto nazionale tra il presidente cristiano maronita Bishara al-Khoury e il primo ministro musulmano sunnita Riad al-Solh, che inaugurò un sistema politico basato su un accordo settario, che delega alle diverse sette religiose le prerogative che dovrebbero appartenere allo stato. Anche il processo legislativo richiede un accordo settario, perché ogni setta importante ha potere di veto. I leader settari e i loro affiliati sono esentati dal dover rispondere alla magistratura o ad altri poteri statali.

La guerra civile distrusse la Prima repubblica e il suo Patto Nazionale. L’accordo di Taif del 1989 ha introdotto la Seconda repubblica, gestita da leader e imprenditori delle diverse milizie, ma non è riuscita a risolvere il conflitto settario. Il parlamento libanese si riunì ad approvare l’accordo in Arabia Saudita, considerandolo un accordo provvisorio di dieci anni, durante i quali si sarebbero create le istituzioni dello stato laico. A differenza dell’accordo maronita-sunnita del 1943, Taif includeva gli sciiti, dando alle tre maggiori sette pari rappresentanza nei tre rami formali del governo e pari accesso ai portafogli di governo. Invece di trarre lezione da una guerra civile che aveva fatto più di 200 000 morti, le classi dirigenti del periodo successivo all’accordo hanno distrutto tutte le istituzioni del paese, hanno deliberatamente impedito l’instaurazione di uno stato di diritto.

Le manifestazioni diffuse iniziate nell’ottobre del 2019 chiedevano l’espulsione dell’intera classe politica, ma si sono presto esaurite, mentre la crisi economica e finanziaria si aggravava. Quando i media chiesero un’indagine su dove fossero finiti undici miliardi di dollari spariti durante il mandato di un ministro delle finanze sunnita, il grande sceicco pose il veto agli interrogatori. Il capo della sicurezza ha rifiutato di eseguire il mandato di arresto emesso dalla magistratura nei confronti di un altro membro del gabinetto in relazione alla tremenda esplosione portuale dello scorso anno.

Il sistema di smaltimento dei rifiuti, i servizi internet e di telefonia, le forniture di acqua ed elettricità sono inefficienti e insufficienti, ma le lamentele e le denunce cadono nel vuoto. Le centrali elettriche statali producono soltanto una frazione del fabbisogno del Paese, benché si siano appena spesi cinquanta miliardi di dollari per riabilitarle. Le famiglie ricevono in media due ore di elettricità al giorno. Un ministro dell’energia ha acquistato apparecchiature difettose per oltre 2,5 miliardi di dollari, che il suo successore ha venduto come spazzatura per poche centinaia di migliaia di dollari. Le indagini non hanno portato nessun risultato. Anche l’indagine sull’esplosione del porto è bloccata. Il governo non si è riunito negli ultimi due mesi perché Hezbollah e i suoi alleati hanno chiesto il licenziamento dell’investigatore prima di partecipare a qualunque riunione di governo. I Libanesi ritengono per lo più che il nitrato di ammonio che ha causato l’esplosione appartenesse a Hezbollah, anche se i funzionari si astengono dal dirlo. L’investigatore ha convocato un ex primo ministro e diversi membri del gabinetto, ma dice di non aver l’autorità di perseguirli. I funzionari del ministero per la giustizia hanno archiviato sedici denunce chiedendo l’espulsione dell’investigatore.

Nel 2019 Carlos Ghosn, l’ex CEO libanese-brasiliano dell’Alleanza Renault-Nissan, accusato di truffa e peculato, è fuggito in Libano, ospite nel palazzo del Presidente.

Nel 2013 il Vaticano condannò un sacerdote libanese per abusi sessuali su minori e nel 2016 la Francia ne chiese l’estradizione. Il governo libanese declinò la richiesta e il Patriarca maronita lo difese, sostenendo che le accuse erano opera di una congiura maligna contro la Chiesa.

La guerra civile aveva sostituito i ricchi leader tradizionali e feudali con una nuova classe politica di umili origini socio-economiche, molto avida e non abituata alle responsabilità pubbliche. Costoro dapprima collaborarono con la Banca centrale per esaurire il tesoro, poi depredarono i depositi nelle banche. Nel 2010 divenne evidente che il Libano si stava dirigendo verso il collasso finanziario. Oggi le banche libanesi sono tecnicamente in bancarotta, ma la Banca centrale le mantiene artificialmente in attività. Le banche insolventi pagano i depositanti soltanto in valuta libanese, applicando un tasso di cambio artificiale inferiore dell’85% al tasso di mercato! Il debito nazionale del Libano nel 2021 ha superato il 170% del PIL. Il governatore della banca centrale è indagato in Francia e Svizzera per reati finanziari e riciclaggio di denaro. Ha difficoltà a spiegare l’origine dei 300 milioni di dollari trasferiti su conti bancari in Europa dei suoi congiunti stretti. Durante i primi mesi della crisi finanziaria, ha trasferito miliardi di dollari a banche estere per politici e uomini d’affari libanesi, mentre i cittadini comuni non potevano accedere ai loro conti nelle banche locali.

I firmatari dell’Accordo di Taif non includevano due gruppi emersi in seguito: Hezbollah e il Movimento Patriottico Libero (FPM). Hezbollah si presentava allora come un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana del sud del Libano. Il presidente Michel Aoun, che in seguito fondò l’FPM e si alleò con Hezbollah, era allora un ufficiale dell’esercito rinnegato, rinchiuso illegalmente nel palazzo presidenziale. Hezbollah entrò nella politica libanese nel 1992, unendosi al rivale Movimento sciita Amal alle prime elezioni parlamentari dopo la guerra civile. Dal 2005 è al governo. Al suo ritorno dall’esilio in Francia nel 2005, Aoun ha fondato l’FPM e nel 2006 ha firmato un memorandum d’intesa con Hezbollah tuttora in vigore. Così ha vinto la presidenza nel 2016. Hezbollah ha imposto una nuova legge elettorale proporzionale, che gli permette di avere la maggioranza in parlamento. Il governo offre a Hezbollah un trattamento preferenziale, ponendo le sue milizie su un piano di parità con l’esercito dello stato. Hezbollah è esente da tasse, non paga neppure dazi doganali sulle importazioni, perciò gestisce la stragrande maggioranza delle attività commerciali del Paese. 

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