Il ritorno della Tunisia al governo autoritario

21/01/2022

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Nel 2019 l’ex professore di diritto costituzionale Kais Saied fu eletto nuovo presidente della Tunisia, dopo una modesta campagna elettorale che lo presentava come difensore del popolo contro l’élite corrotta ed egoista. Ma lo scorso luglio Saied, sostenendo di agire entro i limiti della costituzione, ha destituito il primo ministro, sospeso il parlamento e revocato l’immunità ai parlamentari. Due mesi dopo ha congelato la costituzione e si è arrogato per decreto poteri legislativi, esecutivi e giudiziari. Saied promette di introdurre un nuovo sistema presidenziale che definisce democratico ma post-politico. Molti osservatori sospettano che la sua vera intenzione sia di ripristinare il governo autoritario che ha prevalso in Tunisia tra il 1957 e il 2011.

Saied divenne popolare tra gli elettori sulla scia di problemi economici di lunga data, che i governi post-2010 non sapevano affrontare. La sua base più consistente erano i giovani, il cui tasso di disoccupazione superava il 36%. Ma la sua elezione non ha risolto nessuno dei problemi della Tunisia. L’instabilità politica è diventata la norma, i problemi sociali e politici sono aumentati e la crisi economica è stata esacerbata dalla pandemia. L’attrito è arrivato al culmine quando Saied ha respinto il rimpasto di governo del primo ministro Hichem Mechichi e ha proclamato lo stato di emergenza. Saied ha essenzialmente creato una crisi politica per eliminare gli oppositori.

Saied mette in discussione la costituzione del 2014 che ha promulgato un sistema parlamentare che favorisce la diffusione della corruzione fra i politici. Considera la legalizzazione dell’omosessualità come una cospirazione occidentale e approva la dottrina sunnita che si oppone all’uguaglianza di genere nell’eredità e nel divorzio.

A dicembre Saied ha annunciato tre mesi di consultazioni pubbliche online per formulare una nuova piattaforma costituzionale ed elettorale in vista di un referendum sulle modifiche costituzionali previste per il prossimo luglio, in vista delle elezioni legislative di dicembre. Ma la Tunisia, dove il 76% dei cittadini ha accesso a Internet, è uno stato di polizia digitale. Gli attivisti che esprimono la loro opinione vengono perseguiti. Saied percepisce i leader dell’opposizione come agenti stranieri traditori, indipendentemente dal loro orientamento politico.

Saied si è rivoltato anche contro i partiti di sinistra e l’influente sindacato generale del lavoro che hanno favorito la sua elezione, pensando che fosse contrario solo a Ennahda. Invece Saied non voleva condividere il potere con nessuno. Il presidente si è rifiutato di avviare un dialogo nazionale sul futuro della Tunisia e ha persino vietato ai politici di apparire alla TV di stato. Saied critica costantemente i media, i partiti politici e le organizzazioni della società civile. Ha anche affermato che deve essere chiaro a tutti i tunisini che il capo dello Stato è il leader supremo delle forze armate e della società. Marzouki, l’ex presidente in esilio, è stato processato in contumacia e condannato a quattro anni di reclusione per la sua partecipazione a una protesta a Parigi contro le misure di Saied.

Gli ambasciatori del G7 hanno esortato Saied a fissare un calendario per la riattivazione delle istituzioni democratiche tunisine, inclusa un’assemblea costituente eletta in modo trasparente. Ma Saied ha già delineato il suo piano per la Tunisia. Dice di voler attuare un sistema di decentramento democratico, dando a sette regioni geografiche del paese la possibilità di autogoverno in un sistema di partiti post-politici. Sembra voler replicare il modello della Jamahiriya, o "stato delle masse", dell’ex presidente libico Muammar Gheddafi. I suoi discorsi usano oggi il linguaggio delle peggiori dittature e descrivono gli oppositori come microbi, serpenti, corvi, virus, diavoli e traditori. Ricordano il linguaggio del siriano Bashar Assad, che descrive i ribelli come germi e topi, o di Gheddafi, che chiamava gli oppositori cani randagi.

Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno accolto con favore le misure di Saied, che hanno ridotto significativamente l’influenza di Ennahda, affiliata ai Fratelli Musulmani. La banca centrale tunisina dipende dall’assistenza finanziaria di Abu Dhabi, Riyadh e altri per stabilizzare le finanze. Anche il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha promesso prestiti alla Tunisia per 300 milioni di dollari.

Il destino di Saied, come quello di ogni dittatore, sarà deciso dall’esercito. Se ci sarà una nuova rivolta popolare come quella del 2010, l’esercito interverrà per deporlo. Se non ci saranno rivolte, Saied potrebbe diventare l’ennesimo dittatore di lunga durata del mondo arabo. 

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