I Cristiani copti egiziani, una storia di esclusione e discriminazione

29/04/2022

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Due incidenti all’inizio di aprile 2022 hanno messo in evidenza la discriminazione che devono affrontare i Cristiani copti in Egitto. Ad Alessandria un sacerdote copto è stato accoltellato a morte. Una delle principali riviste egiziane ha pubblicato un controverso editto religioso contro i negozi che vendono cibo agli “infedeli”, implicito riferimento ai Copti, durante il Ramadan.

 

I Copti in Egitto costituiscono la più grande concentrazione di cristiani nel mondo arabo, essendo circa il 10% dei quasi 106 milioni di abitanti del Paese. La parola “Copt” è sinonimo di “Egitto” e si è evoluta da “Hikuptah”, l’antico nome di Menfi, antica capitale dell’Egitto faraonico.

L’Egitto divenne parte dell’Impero Romano d’Oriente (Bisanzio) nel 330. Nel 451 il Concilio di Calcedonia divise il Cristianesimo tra Calcedoniani, che credevano che Gesù avesse due nature distinte, quella divina e quella umana, e Monofisiti, che credevano Gesù avesse una sola natura. Il rito bizantino aderì al credo calcedoniano e quello copto al monofisismo, perciò Bisanzio prese a perseguitare i Copti. Quando gli eserciti musulmani invasero l’Egitto nel 639, i Copti non appoggiarono i Bizantini, sperando che i nuovi conquistatori concedessero loro libertà di culto.

I Copti in effetti godettero una certa libertà durante il califfato dell’omayyade Rashidun, che terminò nel 661. Il califfato omayyade era di orientamento più arabo che islamico e impiegava Cristiani ed Ebrei nell’amministrazione. Lo stato assicurava loro la libertà di culto a condizione che pagassero la tassa elettorale. Il trattamento dei Copti prese una brutta piega durante il regno del califfo abbaside Umar bin Abdulaziz (717-720), benché la sharia continuasse ad assicurare ufficialmente ai Cristiani la protezione dello stato e la libertà di culto.

I Fatimidi (909-1171) fondarono il Cairo nel 973 come nuova capitale, impiegarono i Copti per amministrare le finanze, lasciando loro piena libertà di religione. Ma con l’ascesa al potere dei Mamelucchi i Copti assistettero a un’inversione di tendenza. Nel 1260 i Mamelucchi sconfissero definitivamente i Mongoli nella battaglia di Ain Jalut. I Mongoli usarono ausiliari cristiani dall’Armenia e dalla Georgia per massacrare i Musulmani in Medio Oriente, risparmiando invece la vita agli abitanti dei villaggi copti. Questo generò tra i Musulmani la perdurante convinzione che i Copti fossero collaboratori dei Cristiani stranieri e traditori dei Musulmani.

Nel 1805 il macedone Mehemet Ali fondò una nuova dinastia e decise di trasformare il Paese in uno stato moderno, favorendo il senso di appartenenza nazionale al di sopra dell’appartenenza religiosa. A quel tempo gli Egiziani vedevano la Francia come faro del liberalismo. Ma l’ingerenza europea negli affari egiziani nella seconda metà del XIX secolo e l’occupazione dell’Egitto da parte degli Inglesi nel 1882 portarono molti Musulmani a vedere l’Islam come la risposta ai loro problemi e i Copti come agenti stranieri. L’ultima riforma liberale ebbe luogo nel 1855, quando il Khedivé Muhammad Said abolì la tassa elettorale e ammise i Copti nell’esercito. Poi la corruzione e la cattiva gestione finanziaria dei Khedivé lasciarono spazio al doppio controllo anglo-francese sulle finanze dell’Egitto, minando la sovranità del Paese e suscitando un crescente risentimento fra i nazionalisti. Nel 1882 gli Inglesi occuparono l’Egitto, lo dichiararono protettorato e lo amministrarono tramite alti commissari. I buoni rapporti dei Copti con gli Inglesi alimentarono la rabbia dei nazionalisti.

Nel 1906, il giudice cristiano copto Boutros Ghali condannò a morte quattro Egiziani per l’incidente di Denshawai, che aveva provocato la morte di un ufficiale dell’esercito. Nel 1910 un nazionalista egiziano assassinò Ghali, segnando l’inizio di una crisi tra Copti e Musulmani che persiste ancora oggi.

I Copti continuarono a chiedere il pieno riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, sempre più in nome del nazionalismo egiziano, non della religione stessa. Nel 1919 parteciparono attivamente a una spettacolare manifestazione di solidarietà con i Musulmani nella rivolta di Saad Zaghlul, chiedendo la fine dell’occupazione britannica. Nel 1921 il politico copto Makram Ebeid fondò con Zaghlul il Partito Wafd, che divenne la principale forza politica nazionalista egiziana. Ebeid fu segretario generale del partito dal 1936 al 1942, quando gli Inglesi sospesero la vita politica egiziana durante la Seconda guerra mondiale.

Nel 1954 Gamal Abdel Nasser emerse come l’uomo forte del nuovo Egitto repubblicano, promettendo un’economia moderna, giustizia sociale e istituzioni democratiche. Le sue politiche invece rovinarono l’economia, esacerbarono la repressione e non migliorarono la vita dei poveri. Ebbero un impatto particolarmente negativo sulla classe imprenditoriale e professionale copta, la più importante del Paese.

Nel 1981 il successore di Nasser, Sadat, esiliò il leader della Chiesa copta egiziana, papa Shenouda, in un monastero del Sinai perché rivendicava giustizia e uguaglianza per i Copti. Da allora la violenza contro i Copti non è più cessata. La violenza ha coinciso con enormi cambiamenti demografici, che hanno portato milioni di Musulmani e Copti a coabitare nelle grandi città egiziane, provocando attriti e frequenti esplosioni di violenza fra la due comunità. La maggior parte degli atti di violenza contro i Copti sono conseguenza di tre fattori: pregiudizi religiosi, costruzione di chiese e relazioni interreligiose. Dopo ogni massacro il Ministero dell’Interno organizza sessioni di riconciliazione in nome dell’unità nazionale ed evita che gli aggressori affrontino davvero la giustizia.

Nel 2000 un disaccordo su una transazione commerciale nel villaggio di el-Kosheh ha portato alla morte di 21 Copti. La corte ha assolto tutti i 96 sospetti.

Nel 2017 lo Stato Islamico ha ucciso sette Copti ad Arish, la città centrale del Sinai, costringendo la maggior parte dei Cristiani a fuggire perché dubitavano della capacità o della volontà dell’esercito di proteggerli.

Nel 2011, 13 Copti hanno perso la vita quando gli islamisti radicali hanno preso d’assalto una chiesa per liberare una giovane donna che credevano si fosse convertita all’Islam ma fosse stata imprigionata dalla famiglia.

Pochi giorni prima della rivolta del 2011, un attacco alla chiesa di al-Qudiseen ad Alessandria ha ucciso 23 fedeli; un attacco simile alla chiesa di San Pietro al Cairo nel 2016 ne ha uccisi 25. Nessuno ha rivendicato la responsabilità dei massacri. Dopo tali attacchi, la Chiesa copta di solito chiede calma, sottolineando che provengono dall’estero, mirano a distruggere l’unità egiziana e prendono di mira i cittadini che sostengono le azioni del governo contro il terrorismo.

Anche la costruzione di chiese è una questione controversa. In base a un decreto del 1856 i Cristiani possono costruire un massimo di 25 chiese l’anno in Egitto. Nasser permise in modo informale che se ne costruissero 50 l’anno, i successori sono stati invece molto restrittivi. I Copti hanno allora costruito chiese non autorizzate, il che ha causato alcuni sanguinosi scontri dal 1972 in poi. Nel 1981 una folla inferocita in un quartiere del Cairo distrusse una chiesa in costruzione, uccidendo 20 Copti.

I matrimoni interreligiosi, sebbene rari, sono un’altra fonte di discordia tra Musulmani e Copti. Le punizioni per aver sposato qualcuno di un’altra fede possono variare dall’essere rinnegato dalla famiglia all’aggressione violenta. Le autorità egiziane non riconoscono i matrimoni tra donne musulmane e uomini non musulmani, neppure se celebrati all’estero.

Sotto la guida dell’attuale presidente Abdel Fattah al-Sisi la partecipazione copta al sistema politico è minima. Uno solo dei 27 governatori del paese è un copto nominato da al-Sisi. Ci sono soltanto 33 Copti fra i 568 membri del parlamento egiziano. Al-Sisi ha però scelto un copto a capo della corte costituzionale suprema. Non ci sono Copti fra i presidenti di università, i generali dell’esercito, i redattori di giornali e riviste. In Egitto oggi l’identità religiosa determina ancora le condizioni di vita dei cittadini. La retorica sull’unità nazionale non corrisponde alla realtà.

 

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