Pelosi a Taiwan, guerra in Ucraina
e principi internazionali sul rispetto dei confini

03/08/2022

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Taiwan è Cina o non è Cina? I politici di altri paesi hanno diritto a colloquiare con il governo di Taiwan oppure no? Il governo di Taiwan è legittimo? I confini dell’Ucraina quali sono? Quali dovrebbero essere e perché? Il Donbass ha diritto alla secessione dall’Ucraina?

A queste domande non ci sono risposte univoche, perché le risposte confliggono fra di loro, a seconda di quali aspetti si privilegino: il principio dell’intangibilità dei confini, la legittimità dei governi o il diritto dei popoli all’autodeterminazione anche attraverso la secessione.

Nel diritto internazionale predominano i principi su cui vige l’accordo fra i vincitori delle ultime guerre, e oggi l’accordo vacilla. Fino alle Rivoluzioni di fine 1700 (quella americana e quella francese), il diritto a governare veniva riconosciuto in base al presupposto che esistesse una legge naturale universale che conferiva ad alcuni individui la capacità e il potere di buon governo o per eredità dinastica, o per investitura religiosa, o per elezione da parte dei pari, o per la vittoria in guerra, vista come chiaro segno del favore divino. In altre parole, il potere dei governanti veniva riconosciuto come legittimo per il fatto di persistere. Non riconoscere la legittimità di un governante in carica equivaleva a una dichiarazione di guerra: guerra civile se il potere veniva contestato dall’interno, guerra internazionale se il potere veniva contestato dall’esterno. Più spesso guerra interna ed esterna si sostenevano a vicenda, come durante le guerre di religione. La definizione dei confini fra gli stati era frutto di guerra, oppure di accordi fra case regnanti, che a questo scopo organizzavano i loro matrimoni. I confini erano dunque conseguenza degli accordi di potere, non avevano nulla di ‘naturale’. 

Con le Rivoluzioni di fine 1700 (che trionfano sul terreno) si affermano due nuovi principi: il riconoscimento dei diritti ‘naturali’ di ogni persona (detti anche diritti umani) e il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Fu davvero una rivoluzione radicale, ancora non risolta a livello internazionale. Nessun governo e nessuna cultura oggi contesta il diritto all’autodeterminazione dei popoli a livello teorico. Anche i governi più autoritari e dispotici sostengono di detenere il potere in nome e per volontà del popolo. Le istituzioni per forgiare ed esprimere tale volontà possono essere carenti nella maggioranza delle regioni del mondo, ma il principio che la legittimità del potere viene dal consenso popolare è ormai universalmente accettato. 

Sui diritti umani e sui loro limiti, invece, il consenso non è affatto generale, ma non è questo a creare rischi di guerra internazionale. I rischi vengono dalle contraddizioni del diritto internazionale riguardo alla legittimità dei confini e dei governi.

Nel quinquennio dopo la fine della Seconda guerra mondiale le potenze vincitrici raggiunsero e ribadirono il consenso sul principio dell’inviolabilità dei confini degli stati esistenti, dunque sul congelamento dei confini così come erano alla fine degli anni ’40. I rivolgimenti potevano avvenire all’interno, ma senza modificare i confini. Infatti il processo di decolonizzazione degli anni ’50 e ’60 avvenne nel rispetto sostanziale dei confini esistenti, anche se quei confini erano stati creati arbitrariamente in periodo coloniale, anche se non veniva riconosciuta la legittimità del governo in carica entro quei confini, anche se cambiavano gli schieramenti economici e politici internazionali.

L’accordo del dopoguerra ha sostanzialmente tenuto a livello internazionale fino alla caduta dell’Unione Sovietica. I paesi dell’Est Europa e dell’Asia centrale mantennero i confini che avevano sotto l’Unione Sovietica, anche se in un secondo momento la Cecoslovacchia decise pacificamente, per scelta popolare, di scindersi in due stati diversi: la Cechia e la Slovacchia (primo gennaio 1993). 

Quando il mondo occidentale riconobbe il governo comunista della Cina nel 1972, dopo un’interruzione dei rapporti durata 23 anni, furono avviate lunghe trattative per superare lo scoglio dell’esistenza di un governo autonomo nell’isola di Taiwan (l’altra Cina, che si era data un governo democratico anziché accettare il governo comunista) e a Hong Kong (allora ancora parte del Commonwealth britannico, i cui stati si riconoscevano sudditi della corona britannica). L’accordo fu raggiunto nei primi anni ’80 sul principio ‘un paese, due sistemi’. L’Occidente riconobbe che Taiwan e Hong Kong rientravano nei confini della Cina, perché così era in passato, mentre la Cina accettò che all’interno dei suoi confini, cioè a Taiwan e Hong Kong, potessero esserci governi locali diversi dal governo centrale cinese.

La visita di Nancy Pelosi a Taiwan di inizio agosto 2022 vuole ribadire da parte statunitense il principio ‘un paese, due sistemi’, che la Cina ha negato con la dura repressione di ogni dissenso a Hong Kong. Taiwan ha ancora un governo indipendente, che dunque ha il diritto di accogliere chi vuole a visitare l’isola. E Nancy Pelosi, 82 anni, rappresentante del popolo e non del governo americano, è andata in visita. È stato un gesto simbolico, ma molto forte, per ribadire sia il principio, sia l’impegno morale del ‘popolo’ – non del governo − americano.

L’accordo sul principio dell’inviolabilità dei confini esistenti cadde con la guerra civile jugoslava, che iniziò nel 1991. La Jugoslavia era una federazione di repubbliche della penisola balcanica, formata alla fine della Prima guerra mondiale, in cui ogni repubblica aveva mantenuto autonomia amministrativa e legislativa su questioni locali, un po’ come avviene negli USA. Gli stati che confluirono nella Jugoslavia avevano etnie e religioni diverse, avevano storie e culture diverse per aver fatto parte di imperi diversi. Ma fino al 1990 la Jugoslavia parve aver forgiato davvero una unica popolazione, dimentica delle diversità interne e dei conflitti storici. Invece nel 1991 la guerra interna era già in pieno corso fra i Serbi, che costituivano la maggioranza demografica, economica e militare della Jugoslavia, e altri gruppi etnici e governi locali che volevano la piena indipendenza. Nel 1994 gli USA fornirono assistenza militare ai Croati, che volevano rendersi indipendenti. Nel 1995 ci fu l’intervento ufficiale della NATO contro i Serbi. L’accordo che seguì alle guerre jugoslave (formalizzato a Parigi il 14 dicembre 1995) ribadì l’intangibilità delle frontiere, che sarebbero rimaste uguali ai confini fra le ex repubbliche federate della Jugoslavia, ma previde la creazione di entità interne alle singole repubbliche, dotate di autonomie locali. Veniva così legittimata la frammentazione amministrativa, economica e legislativa all’interno degli stati, pur che si lasciassero formalmente in essere i confini esistenti alla fine della Seconda guerra mondiale. Una situazione giuridica che ricorda quella dell’Europa sotto il Sacro Romano Impero germanico, che non ebbe mai vero potere. Nel frattempo era nata l’Unione Europea (1992), potenziale gigante economico senza poteri né politici né militari.

Guardando con occhio distaccato, come faranno gli storici futuri e come fanno subito i bravi statisti, apparve chiaro che il mondo andava verso:

-          una maggiore concentrazione del potere militare nelle mani da un lato della NATO (cioè degli USA), dall’altra di Cina, India e un paio di altri paesi, ma a molte lunghezze di distanza;

-          una maggiore frammentazione amministrativa e politica, che avrebbe automaticamente aumentato il ruolo politico dei poli centrali, cioè USA e Cina;

-          una frammentazione e livellazione economica che avrebbe elevato il tenore di vita medio dell’intera umanità, ma avrebbe lasciato l’egemonia e il potere-dovere di traino nelle mani di pochissimi paesi-motori: USA e Cina, ovviamente, forse in futuro anche l’India.

In questo sistema globale le potenze intermedie non hanno ruolo, non hanno voce se non in un grande concerto corale, di cui altri sono i conduttori e i maestri. A uno statista appartenente a una potenza europea di medio livello questa prospettiva non può apparire brillante.

Non apparve brillante a Putin, che cercò di utilizzare ogni spazio di manovra per rafforzare la situazione della Russia, in primis ai confini. La guerra in Georgia (2008), l’annessione della Crimea e l’invasione del Donbass (2014) furono operazioni condotte dalla Russia di Putin in nome della volontà di popoli che non volevano più sottostare al governo che avevano, cioè in nome del diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla secessione, ribadita dall’accordo di Parigi del ’95. In Ucraina nel 2022 voleva ripetere lo stesso copione, ma gli è andata male, perché è apparso subito chiaro che gli Ucraini non erano affatto pronti ad accettare i Russi come ‘liberatori’ da un governo ‘nazista’, come sostiene la propaganda russa. Gli Ucraini si battono come leoni contro i Russi, e questo ha tolto alla guerra di Putin ogni legittimità. Vincerà sicuramente sul terreno, ma la perdita di prestigio politico è enorme. Anche le perdite economiche rischiano di essere molto gravi, non soltanto per la Russia ma per l’Europa intera, che dipende (stupidamente, per le scelte miopi fatte in passato) dall’energia russa. 

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