Dal Corriere della Sera dell'11 dicembre 2008

12/12/2008

Dal CORRIERE della SERA dell'11 dicembre 2008, riportiamo l'articolo di Bernard Henry Levy

 

"Non sottovalutate Al Qaeda".

Decisamente, il mondo è fatto male, deve dirsi Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto e presidente del Pakistan: è proprio quando cerca di modernizzare il proprio Paese, giusto quando vorrebbe cominciare a interrompere il doppio gioco degli anni Musharraf ed è sulla soglia del processo di pace con l'India, di cui ha preso l'iniziativa, che accade il dramma di Mumbai. Ma purtroppo i fatti sono questi.

E se gli autori della carneficina sono effettivamente legati, come sembra, al Lashkar-e-Toiba, occorre trarne fin d'ora un certo numero di conclusioni, terribili, ma senza appello.

1) Il Lashkar-e-Tobia, con il Lashkar-e-Jhangvi, il Jaish-e-Mohamed e l'Harkat-e-Mujahiddin, è uno dei gruppi jihadisti che conobbi durante il mio lavoro su Daniel Pearl e che indubbiamente sono basati in Pakistan: che abbia dovuto reclutare sicari locali, che per eseguire il crimine si sia appoggiato a una logistica indiana e abbia, nella stessa India, nell'immensa comunità musulmana che si ritiene, non senza ragione, discriminata dalla maggioranza indù, dei «corrispondenti» ideologici o religiosi, è probabile. In compenso, non c'è quasi più dubbio che l'iniziativa, la strategia, i soldi siano venuti dal Pakistan.

2) Il Lashkar-e-Tobia, lungi dal concentrarsi soltanto sulla causa dell'indipendenza del Kashmir, come si usa dire tanto per sentirsi rassicurati, e lungi, soprattutto, dall'esistere solo nelle famose «zone tribali» di frontiera dell'Afghanistan e del Pakistan, ufficialmente ingovernabili, è un gruppo che si propaga ovunque, a vasto spettro politico, che dispone di militanti in tutte le città del Paese: a Peshawar, certo, a Muzaffarabad, ma anche a Lahore, a Karachi, la capitale economica, dove la sua presenza era chiara, durante la mia inchiesta, nella moschea di Binori Town, nel cuore della città; o anche a Rawalpindi, la città gemella di Islamabad, dove innumerevoli erano le moschee, le madrasse, addirittura gli alberghi, in cui i suoi assassini si sentivano come pesci nell'acqua.

3) Il Lashkar-e-Tobia, fin dalla sua creazione, è legato all'Isi, il temibile servizio segreto che è come uno Stato nello Stato all'interno del Pakistan, e le cui trame sfuggono, in buona parte, al controllo del potere politico: questo legame, evidentemente, non è confessato. Come dopo l'11 settembre, si può anche interdire ufficialmente il Lashkar, che si è poi ricostituito sotto il nuovo nome — lo stesso ancora oggi — di Jama'at-ud-Dawa; ma, dal rapimento di Daniel Pearl all'attacco, nel luglio del 2005, nello Stato di Uttar Pradesh, del tempio indù di Ayodhya, oltre a tante altre operazioni, più modeste, condotte in territorio pachistano, le prove abbondano sia del finanziamento sia della strumentalizzazione tecnica del gruppo da parte di un'ala dell'Isi acquisita alle tesi della jihad.

4) Peggio ancora, il Lashkar, come avevo mostrato nel «Chi ha ucciso Daniel Pearl?» (Rizzoli, 2003), è il gruppo con cui ha simpatizzato a lungo l'inventore della bomba atomica pachistana, Abdul Qadeer Khan il quale, come ormai sappiamo, ha trascorso una buona quindicina d'anni a far traffico dei propri segreti con Libia, Nord Corea, Iran e, forse, Al Qaeda: par di sognare, ma è proprio così.
Il Pakistan è un luogo molto speciale dove l'uomo in questione, perfettamente libero dei propri movimenti, visto che di recente è stato ammesso, sotto scorta dell'Isi, nell'ospedale più lussuoso di Karachi, può essere al tempo stesso il padre del programma nucleare del proprio Paese e il simpatizzante di un gruppo islamico la cui ultima manifestazione si è conclusa con un bilancio provvisorio di 172 morti e parecchie centinaia di feriti.

5) Questo gruppo è uno degli elementi costitutivi di quello che viene chiamato Al Qaeda: infatti, si ha un bel dire che Al Qaeda da molto tempo è soltanto una «sigla»; si ha un bel dire e ripetere che è semplicemente l'emblema di organizzazioni locali e indipendenti le une dalle altre; resta il fatto che esiste (o, se si preferisce, è esistito) un «Fronte internazionale islamico per la jihad contro Stati Uniti e Israele», che è (o è stato) una sorta di costellazione di atomi aggregati attorno a un nucleo centrale; e resta il fatto che questi atomi sono in maggior parte basati nella nuova zona di tempeste formata da Afghanistan, Bangladesh, Pakistan. Una menzione speciale, quindi, all'organizzazione responsabile del massacro di Mumbai.
 

Insomma, voglio credere sulla parola al presidente Zardari quando, tre giorni dopo la carneficina, in un impeto di collera che sembra sincero ma che, d'improvviso, sembra una confessione, dice con forza al Financial Times : «Anche se questi attivisti sono legati al Lashkar-e-Toiba, chi credete che noi combattiamo?». Purtroppo, il problema è più grande di lui. Come il suo predecessore, egli non ha i mezzi per spezzare le reni all'esercito del crimine pachistano né, ancor meno, di rompere i legami che lo ricollegano alla faccia scura della propria amministrazione. Siamo di fronte a una sfida, la più spaventosa della nostra epoca, di cui era tempo che, al di là della regione stessa, prendesse coscienza l'intera comunità internazionale.

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