L'eventualità di un conflitto indo-pakistano
e il ruolo delle fazioni islamiche

16/12/2008

Fonte: Strategic Forecast, curato da Davide Meinero

Il ministro degli esteri indiano ha dichiarato l’11 dicembre 2008 che la guerra non servirebbe a risolvere le divergenze con il Pakistan e che probabilmente l’India si limiterà a esercitare una maggiore pressione sul Pakistan.
 
Il governo indiano pensa infatti che, in caso di conflitto, i militanti islamici potrebbero incrementare la loro influenza non solo all’interno dei confini del Pakistan, ma anche all’esterno.
 
Gli attori pakistani
 
Il Pakistan pullula di diversi gruppi jihadisti, sia pakistani che non. Il modo in cui l’ISI (i servizi segreti pakistani) si sono serviti dei militanti negli ultimi cinquant’anni per infiltrarsi in India e in Afghanistan ha portato alla nascita di due filoni principali: da una parte i Talebani e dall’altra i terroristi kashmiri.
 
I Talebani sono a loro volta divisi fra i militanti provenienti dall’Afghanistan e i nativi pakistani. È molto improbabile che i primi, visto il loro coinvolgimento nella ribellione afgana, spostino la loro attenzione verso la frontiera indo-pakistana. Un eventuale conflitto permetterebbe agli insorti di concentrarsi sul teatro afgano, nella speranza di approfittare del caos e ottenere più vittorie.
 
I Talebani pakistani delle Aree Tribali e della provincia nord-occidentale con ogni probabilità invece parteciperebbero attivamente al conflitto, anche se al momento i militanti Pashtun si oppongono al governo pakistano. È infatti probabile che i gruppi talebani metterebbero da parte le loro divergenze con Islamabad per contrastare il nemico comune.
 
Il termine di “Talebani Pakistani” si riferisce a numerosi gruppi stanziati nelle Aree Tribali e nella provincia nord-occidentale. In passato vi fu un tentativo fallito di riunire i vari filoni sotto un unico ombrello di nome Tehrik-i-Taliban, guidato da Baitullah Mehsud, ma al momento le singole fazioni operano in modo indipendente.
 
L’unico fattore che potrebbe bloccare l’intervento dei Talebani pakistani in una guerra indo-pakistana è la paura che gli Stati Uniti sfruttino a proprio vantaggio lo spostamento verso il fronte indo-pakistano per colmare il vuoto e insediarsi nelle regioni attualmente sotto il dominio degli estremisti, da cui potrebbero gestire con maggiore efficacia le operazioni.
 
Questo problema non riguarda però i militanti kashmiri, stanziati in Kashmir (anche nella parte indiana), nel Punjab e nei distretti non Pashtun della provincia nord-occidentale. Le forze che si trovano in territorio pakistano parteciperebbero con ogni probabilità alle battaglie contro gli Indiani, mentre i militanti presenti sul suolo indiano potrebbero aizzare una rivolta.
 
Fra i gruppi kashmiri compare anche Lashkar-e-Taiba, cresciuto dopo gli attacchi al parlamento indiano del 2001 e citato quotidianamente su giornali dopo l’attentato di Mumbai. Fondato da Hafiz Muhammad Saeed, rappresenta uno dei gruppi creati dai servizi segreti pakistani. Jasih-e-Mohammed, guidato da Maulana Masood Azhar, è simile al primo. Entrambi hanno una lunga storia di relazioni con il Pakistan e al Qaeda.
 
La maggiore minaccia militare proviene però da Hizb-ul-Mujahideen, capeggiato da Syed Salahuddin, che ha guerriglieri presenti su entrambi i lati della Linea di Controllo fra India e Pakistan. Questa organizzazione guida l’alleanza islamica del Kashmir, il Consiglio Unito del Jihad. Mentre le prime due organizzazioni sono ormai svincolate da Islamabad, l’ultima agisce tuttora sotto il controllo del Pakistan.
 
Cooperazione fra stato e combattenti  prima di Mumbai
 
Nel 1948 le tribù Pashtun delle Aree Tribali e della provincia nord-occidentale combatterono a fianco dell’esercito pakistano contro l’India. Il Pakistan si impossessò di buona parte del territorio che avrebbe preso poi il nome di Aree Settentrionali di Amministrazione Federale (FANA), nell’Azad Jammu e nel Kashmir. Nel 1965 scoppiò una nuova guerra in seguito al tentativo segreto del Pakistan di infiltrare truppe regolari e irregolari lungo la Linea di Controllo con l’obiettivo di aizzare la popolazione locale alla rivolta contro l’amministrazione indiana del Kashmir.
 
Nella successiva guerra del 1971, quando il Pakistan Orientale si separò diventando Bangladesh, il Pakistan lavorò con due gruppi irregolari per evitare la secessione del paese: al-Shams e al-Badr, due organizzazioni paramilitari create dal partito islamico più organizzato del Pakistan, Jamaat-i-Islami. Questi gruppi si schierarono a fianco dell’esercito pakistano contro l’avanguardia separatista della comunità bengalese del Pakistan Orientale, appoggiata dalle forze indiane.
 
Un decennio dopo, durante il regime del generale Zia-ul-Haq, l’esercito studiò un piano per utilizzare Pashtun irregolari in Kashmir, specialmente dopo che l’organizzazione ribelle Hizb-i-Islami, guidata da Gulbuddin Hekmatyar, si era stabilita saldamente al potere a Kabul in seguito al ritiro dell’esercito sovietico. Tale organizzazione era la principale cellula pakistana fra i sette gruppi che formavano “l’alleanza dei mujaheddin”, appoggiata dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita e dal Pakistan. Hizbi-i-Islami poteva godere dell’appoggio dall’ISI, che riforniva i militanti di armi statunitensi e denaro saudita.
 
Quando Hekmatyar divenne primo ministro ad interim nel governo afgano formato dopo il rovesciamento del regime marxista, nel 1992, l’alleanza dei mujaheddin afgani iniziava già a disgregarsiLa successiva guerra civile interislamica mandò in fumo i piani del Pakistan, che fu costretto alla ricerca di una nuova cellula per consolidare la propria influenza in Afghanistan. La scelta cadde sui Talebani, ma a quell’epoca al Qaeda aveva già fatto la sua comparsa sulla scena, complicando ulteriormente i piani di Islamabad.  
 
Il Pakistan continuò comunque a servirsi degli elementi irregolari nel Kashmir indiano. Quando Musharraf divenne generale proseguì su questa strada.
 
Tale strategia fu ampiamente messa in atto durante la guerra del Kargil del 1999. Gli scontri, durati da maggio a luglio del 1999, ebbero inizio quando migliaia di guerriglieri islamici, appoggiati dalle truppe pakistane, attraversarono il confine della Linea di Controllo nell’area del Kargil e occuparono alcune alture. Il conflitto non si estese oltre il Kashmir e si concluse dopo che il Pakistan ebbe ritirato le truppe per i successi militari indiani.
 
Fino all’11 settembre l’ISI continuò ad aiutare i gruppi islamici militanti, specialmente Lashkar-e-Taiba. Da questo momento in poi l’ISI avviò una politica di aiuti indiretti ai guerriglieri – per non essere accusato di collaborazione con le cellule terroristiche.
 
Questa transizione causò un minor controllo su questi gruppi, che iniziarono a lavorare in modo autonomo. Il trasferimento di al Qaeda dall’Afghanistan al Pakistan fu reso possibile dai nuovi legami con i gruppi locali e dal congelamento delle operazioni pakistane in Kashmir. Questo periodo segna non solo l’inizio della frattura fra Islamabad e molte delle sue cellule terroristiche, ma anche la nascita della discordia all’interno dell’intelligence militare pakistana.
Musharraf e i suoi più stretti generali decisero di prendere le distanze dal regime talebano e di ripiegare sui militanti kashmiri, per paura di essere inseriti nella lista degli stati promotori del terrorismo. Questa scelta fu causa di forte tensione nell’esercito e nei servizi segreti.
La rimozione del direttore generale dell’ISI, il generale Mahmud Ahmed, l’8 ottobre del 2001, poco dopo l’attacco statunitense all’Afghanistan, accentuò le tensioni interne. Musharraf garantiva la sua cooperazione contro al Qaeda, con l’idea di voler riallacciare i contatti con i militanti kahsmiri e talebani in un secondo momento.  
Ma i Pakistani non considerarono che l’influenza di al Qaeda era cresciuta moltissimo e che gli Stati Uniti non si sarebbero ritirati presto. Mentre gli Stati Uniti cercavano di rovesciare i Talebani, gli islamisti kashmiri realizzarono due attentati in India. Il primo a ottobre del 2001, contro il governo locale di Srinagar, capoluogo dell’area indiana del Kashmir; il secondo a dicembre dello stesso anno, contro il parlamento di Nuova Delhi.
 
L’ira dell’India crebbe e il governo di Musharraf fu costretto a mettere fuori legge Lashkar-e-Taiba e Jasih-e-Mohammed. L’interruzione delle operazioni congiunte con i militanti islamici in Kashmir contribuì ad alienare la loro fiducia.  
 
Il trasferimento di al Qaeda in Pakistan spinse i vari gruppi islamici ad avvicinarsi all’organizzazione terroristica. L’ISI stesso iniziò a oscillare fra al Qaeda e Islamabad.
 
Il dopo-Mumbai
 
In caso di guerra il Pakistan spera che tutti quegli elementi che si oppongono all’egemonia di Islamabad imbraccino il fucile per combattere il nemico comune – l’India. Anche se questo probabilmente sarà vero, i vari attori non combatteranno per lo stato, ma cercheranno invece di migliorare la propria posizione in Pakistan.
 
La scena politica pakistana è caratterizzata da forze non estremiste – questo è stato appurato con la disfatta dei gruppi islamisti alle ultime elezioni del febbraio scorso. A livello sociale negli ultimi anni si è assistito a un incremento del conservatorismo religioso, come conseguenza dell’uso costante dell’Islam da parte dello stato nella risoluzione dei problemi domestici ed esteri. La religione è un potente strumento in tempi di guerra, specialmente in Pakistan, stato costruito sul nazionalismo religioso.
 
Le forze non islamiche del paese – a parte il partito etnico Mutahiddah Qaumi, con base a Karachi – non hanno la capacità di infiammare gli animi della popolazione quanto i politici islamici e i jihadisti. Pur non essendo molto popolare, il Jamaat-i-Islami è la macchina politica meglio oliata del paese. Possiede una vasta rete all’interno della società e una grande esperienza nella mobilitazione delle masse, grazie anche alla potente ala studentesca, l’Islami Jamiat-i-Talaba.
 
Il più grande partito islamico, il Jamiat Ulema-i-Islam è fortemente presente nella provincia nordoccidentale e in Balucistan. Il fronte politico di Lashkar-e-Taiba – Jammat-ud-Dawah, inserito nella lista delle organizzazioni terroriste dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 2008 e bandito quindi dalla scena politica pakistana – conserva comunque una vasta rete nelle scuole, negli ospedali e negli istituti di carità. Vi sono poi altri gruppi religiosi più modesti, che negli ultimi anni hanno migliorato la loro posizione nei seminari religiosi del paese.
 
La maggior parte dei 168 milioni di abitanti del Pakistan non è estremista, ma gli islamisti rappresentano una minoranza significativa. Sicuramente questa parte del paese interverrà attivamente nel caso di un conflitto con l’India.
 
Il dibattito sulla natura dello stato pakistano, iniziato già prima della nascita del paese nel 1947, si è fatto più intenso, vista la crescita esponenziale dell’estremismo islamico nel paese. Ora più che mai il Pakistan si domanda se debba mantenere una struttura secolare oppure seguire i precetti islamici.
 
Il governo in carica crede che un conflitto con l’India potrebbe aiutare a mettere ordine fra le varie forze centrifughe che stanno dilaniando il paese attualmente. Ma una guerra di fatto non farebbe altro che esacerbare tali forze, soprattutto a causa della debolezza dello stato, che potrebbe addirittura ritrovarsi in balia dei diversi gruppi, temprati dalla guerra.
 
In uno scenario simile i gruppi islamici, pur non avendo la forza di impossessarsi dello stato, incrementerebbero notevolmente il proprio potere.

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