La Turchia
al centro del transito energetico

04/01/2009

15 dicembre 2008   La Turchia, grazie alla sua posizione geografica, si trova potenzialmente al centro del flusso di gas e di petrolio  che scorre dal Caspio e dall’Asia centrale verso l’Europa. Ma le interruzioni del traffico  dei gasdotti e degli oleodotti che scorrono in Anatolia hanno sollevato alcuni dubbi sul futuro della Turchia nel mercato energetico globale.  

Nell’agosto del 2008  i militanti curdi hanno attaccato l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), provocando una momentanea interruzione del traffico di greggio. Nello stesso mese i combattimenti fra Russia e Georgia hanno aggravato la situazione, aumentando ulteriormente i dubbi sulla sicurezza dell’oleodotto. Se il traffico dovesse interrompersi la Turchia perderebbe milioni di dollari.

La Turchia deve poi risolvere alcune questioni interne di carattere energetico, come l’inadeguatezza della rete di rifornimenti domestici e l’aumento esponenziale dei costi dell’energia. La dipendenza dal gas russo potrebbe inoltre causare dei cambiamenti nella politica energetica del paese in futuro.

 

La politica dei gasdotti e degli oleodotti 

La strategia turca si basa sulla capacità di Ankara di gestire il transito di energia dal produttore al consumatore. Questa è stata minacciata recentemente dai Russi, che intendono mettere le mani sull’energia del Caspio e dell’Asia centrale. La guerra in Georgia dello scorso agosto ha interrotto temporaneamente il flusso di energia e ha indirettamente colpito la Turchia.

Una fitta rete di gasdotti e oleodotti attraversa la Turchia trasportando idrocarburi da nord a sud e da est a ovest. Fra i principali oleodotti spicca il Baku-Tbilisi-Ceyhan, che collega il Caspio e il Mediterraneo attraverso l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia - senza attraversare il territorio russo. Circa i due terzi del petrolio del BTC sono destinati all’Europa.

Un altro importante gasdotto è il Turkey-Greece Interconnector, che ha la capacità di trasportare 11,5 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dai giacimenti di Shah Deniz, in Azerbaigian, verso la Turchia. È stata pianificata un’estensione di tale gasdotto, che dovrebbe raggiungere l’Italia entro il 2012.

Nel paese esistono inoltre altre reti di trasporto di fonti di energia:

·         Kirkuk-Ceyhan: oleodotto che scorre dall’Iraq settentrionale verso il porto di Ceyhan, con una capacità di circa 1,6 miliardi di barili al giorno. Una serie di attacchi terroristici a partire dal 2003 ha interrotto il funzionamento dell’oleodotto.

·         Blue Stream: il gasdotto unisce la Russia alla Turchia ed è in grado di trasportare 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il gasdotto, nato da una joint venture fra Italia, Russia e Turchia, ha lo scopo di rifornire la Turchia di gas a basso prezzo, evitando di passare attraverso l’Europa dell’est.

·         Samsun-Ceyhan: tale svincolo, che dovrebbe vedere la luce nel 2011, trasporterà il petrolio dai giacimenti petroliferi di Kashagan, in Kazakistan, verso la Turchia, riducendo il traffico nel Bosforo.

·         Nabucco: questo gasdotto multinazionale, che dovrebbe essere terminato entro il 2015, trasporterà il gas dall’Azerbaigian (con i contributi di Turkmenistan e Kazakistan) verso l’Europa centrale, attraverso la rete turca di Erzurum. Tale progetto, ideato nel 2002, permetterà all’Europa di diversificare i rifornimenti bypassando la Russia.

 

Prospettive future

Il futuro ruolo della Turchia nella sfida energetica non è ancora chiaro. Durante gli anni ’90 la Turchia e gli Stati Uniti hanno cooperato per creare un corridoio est-ovest che avrebbe dovuto trasportare gas e petrolio verso i mercati occidentali, evitando i territori controllati dalla Russia e dall’Iran. Tale strategia veniva incontro alla crescente domanda energetica turca,  aumentava le esportazioni dell’Asia centrale e contrastava il monopolio russo sulle reti di trasporto.

Ma dall’inizio del nuovo millennio la competizione fra la Russia e l’Occidente si è inasprita. La guerra di agosto in Georgia ha lanciato un chiaro messaggio alla Turchia: il BTC non è invincibile. Al contrario la Russia ha intenzione di proiettare maggiore influenza sulla regione: per questo ha stretto legami con l’Iran e con il Qatar per la formazione di un cartello del gas e ha iniziato a promuovere con insistenza il gasdotto South Stream, finanziato da Gazprom, come valida alternativa al Nabucco.

La Turchia ha diverse opzioni sul tavolo. L’energia non deve necessariamente scorrere da est a ovest, quindi Ankara potrebbe anche decidere di concentrarsi maggiormente sul corridoio che attraversa il paese da nord a sud. Alcuni progetti prevedono la creazione di gasdotti e oleodotti che dovrebbero collegare la Turchia con l’Egitto, l’Iraq, la Grecia e il Mar Nero.

La Turchia, che fino a pochi anni fa sembrava essere saldamente orientata verso occidente, si trova ora in maggiore difficoltà, schiacciata fra gli interessi europei, le ambizioni russe e i progetti dei paesi dell’Asia centrale, desiderosi di espandere il proprio mercato energetico. 

Inoltre Ankara deve fare i conti con la crescente domanda energetica interna: secondo il Comitato Nazionale Turco del Consiglio Mondiale dell’Energia nell’arco di dieci anni in Turchia si consumerà circa il doppio di energia. Ad oggi il 70% del petrolio e del gas naturale provengono dall’estero – principalmente da Iran e Russia.

Nel 2007 la Russia ha venduto alla Turchia 23,2 miliardi di metri cubi di gas, il 64% delle importazioni di gas del paese. Mosca potrebbe minacciare di alzare il prezzo del gas per spingere Ankara ad assecondare i propri obiettivi politici – un aumento infatti avrebbe conseguenze devastanti per l’economia turca, già in seria difficoltà.

Le importazioni provenienti dall’Iran (circa il 17%) subiscono continue interruzioni durante i mesi invernali a causa delle numerose difficoltà tecniche dovute al freddo. L’Iran, pur possedendo immensi quantitativi di gas, non ha la capacità di sviluppare un programma abbastanza efficiente da coprire l’intero fabbisogno turco e la produzione degli altri fornitori della regione, come Algeria, Iraq, Nigeria e Turkmenistan, non si avvicina minimamente alla domanda interna turca.

Per evitare che la Turchia finisca nella rete di Mosca, gli Stati Uniti e l’Europa dovranno intraprendere una decisa politica energetica che miri a riportare nella sfera occidentale il flusso di energia proveniente dai paesi dell’Asia centrale, prima che venga assorbito dalla Russia. Ma il tempo a disposizione sta per terminare. 

 

Tratto da un’analisi di Greg Bruno, del Council on Foreign Relations, a cura di Davide Meinero

 

 

 

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