Le guerre di attrito di Israele: dilemmi operativi etici
di Avi Kober

08/01/2009

Da Israel's strategic agenda Routledge 2007

Si tratta di una disanima dei problemi, strategici e morali, posti dalla guerra d'attrito, a bassa ed alta intensità e delle modalità nelle quali storicamente sono stati affrontati dallo Stato di Israele.
Kober individua sette motivi per i quali le guerre d'attrito costituiscono uno scenario bellico più complesso di quello delle guerre inter-statali:
1) L'indeterminatezza dell'origine e della conclusione del conflitto.
Diversamente dalla guerra inter-statale, le guerre a bassa intensità tendono ad emergere piuttosto che ad erompere; crescendo gradualmente rendono difficile per la leadership dello Stato che si difende comprendere il loro carattere e i loro scopi finché non sono a uno stadio molto avanzato.
2) La dimensione temporale.
L'attrito asimmetrico tende a protrarsi più a lungo. Più un conflitto si protrae, più è probabile che durante il suo corso cambino gli obiettivi, i nemici e i mezzi.
3)Lo scenario del conflitto
In un conflitto asimmetrico il confine tra la retrovia e il fronte spesso scompare
4)Natura degli obiettivi
Uno Stato “produce” più obiettivi che possono essere colpiti per infliggere danni materiali o per ottenere effetti psicologici. In una guerra d'attrito asimmetrica, gli attori non statali sono più elusivi e non producono obiettivi significativi o facili da da colpire, a meno che non si istituzionalizzino militarmente, come nel caso dell'Olp nella guerra del Libano e di Hezbollah a partire dai tardi anno 90
5)Controllo e dominanza dell'escalation.
Il controllo dell'escalation si riferisce alla capacità di gestire un conflitto così da evitare lo scoppio della guerra, la dominanza dell'escalation si riferisce alla capacità di portare il conflitto a un livello nel quale l'avversario non può rispondere e capisce che non può vincere.
Le guerre di attrito, sia simmetriche che asimmetriche, possono sfociare in operazioni di larga scala o guerre, come nel caso della guerra d'attrito con l'Egitto che precedette la guerra del 1956, e di quella contro la Siria che precedette la guerra del 1967.
Può anche avvenire che altri attori siano trascinati nella guerra, come l'Egitto in seguito all'attrito israelo-palestinese nella Striscia di Gaza negli anni 50, i palestinesi in seguito alla guerra di attrito tra Siria e Israele precedente al conflitto del 1967, e i sovietici durante le fasi finali della guerra d'attrito del 1969-70
Si potrebbe avere l'errata impressione, avverte Kober, che in un conflitto diretto con attori non statali come i palestinesi o Hezbollah, la dominanza nell'escalation sia più evidente che nei conflitti simmetrici. Non è questo il caso delle guerre asimmetriche di Israele. Per esempio Israele iniziò ad attaccare obiettivi arabi negli anni 50 e 60 dopo aver fallito nello scoraggiare gli insorgenti palestinesi e nel costringerli a cessare le ostilità, nella speranza che fossero i militari arabi a trattenere i palestinesi, Israele lanciò l'operazione Litani (1978) e l'operazione Pace in Galilea (1982) dopo aver fallito a conseguire la dominanza dell'escalation nel confronto con l'Olp tra il nord di Israele e il sud del Libano. Lo stesso avvenne nel conflitto con Hezbollah negli anni 90 (e nel 2006). Solo durante le due intifade Israele ebbe successo nel diffondere il messaggio che i palestinesi non potevano vincere un confronto violento.
Allo stesso tempo, tuttavia, i palestinesi uscirono dalle due intifade con risultati politici senza precedenti
6) Necessità di un riassetto delle forze militari
La guerriglia, il terrorismo e la disobbedienza civile, che sono tipiche strategie o tattiche utilizzate dalla parte più debole in guerre d'attrito a bassa intensità, spesso richiedono una risposta da parte di unità con un addestramento specifico.
7)Etica
Dalla II guerra mondiale, la maggior parte delle guerre d'attrito sono state guerre a bassa intensità, nelle quali la tensione tra moralità ed efficacia ha giocato un ruolo primario, specialmente dal punto di vista della parte più forte, dato che la maggior parte degli attori forti sono democrazie occidentali. La parte più forte in guerre di attrito di questo tipo è spesso presentata come l'aggressore, l'occupante, o l'oppressore che intraprende una guerra ingiusta, usa una forza eccessiva, fallisce nel distinguere tra combattenti e non combattenti, e tende a nascondersi dietro la cosiddetta dottrina del duplice effetto, in base alla quale l'uccisione di civili in guerra è giustificata come inintenzionale e accidentale. Un'immagine di questo tipo crea a volte problemi   di legittimità interna o esterna, la cui severità dipende dall'identità, dalla status e dalle condizioni particolari dello Stato.
Questo non significa che le democrazie occidentali, a dispetto della loro propensione alla pace, non siano preparate a grandi sacrifici nello sforzo di vincere le guerre di attrito nelle quali sono impegnate. Come è stato osservato da Machiavelli e Tocqueville, in guerra le democrazie possono essere molto efficienti ed avere grandi capacità di recupero. Tuttavia, c'è anche il rovescio della medaglia. Le democrazie occidentali cercano di evitare le guerre che pensano di non poter vincere, e tentano di vincere velocemente le guerre nelle quali sono già impegnate. Anche se è vero che le perdite, di per sé, non compromettono il sostegno dell'opinione pubblica, le democrazie occidentali sono meno inclini a pagare un alto prezzo in guerre nelle quali la posta in gioco per loro non è sufficientemente alta; e la loro sopportazione dei costi tende a diminuire col tempo.
L'opinione pubblica è più solidale con l'uso della forza per respingere un aggressore, ma meno con un uso della forza diretto a cambiamenti politici interni in un altro paese. Molte guerre di attrito di natura asimmetrica cadono in queste categorie di guerre meno legittimate, il che spiega perché dopo la guerra fredda le democrazie occidentali abbiano perso la maggior parte degli incentivi ad essere coinvolte – e ancor più ad intervenire - in guerre che sarebbero probabilmente divenute d'attrito, eccetto che in casi estremi.
I leader politici nelle democrazie occidentali sono in genere consapevoli e sensibili a tutto questo, sia quando iniziano una guerra che quando la conducono. La loro decisione di condurre una guerra a bassa intensità è stata in alcuni casi influenzata dalla diffusa convinzione che oggi le guerre asimmetriche possano essere condotte in modo più efficace e che siano divenute, per citare Luttwak “meno pericolose da combattere”. E' qui che nel quadro entra la guerra post-eroica orientata alla tecnologia, permettendo ai partecipanti di condurre le guerre a bassa intensità in modo più morale e più efficace, così come al minor costo possibile.

La visione dei pensatori politici e militari sulla rilevanza della moralità in guerra ha preso forma dalle loro rispettive tradizioni normative. La scuola prussiana del diciannovesimo secolo credeva che la moralità fosse quasi irrilevante in guerra, una visione che era ispirata dal realismo politico e dalla tradizione autoritaria. La scuola militare britannica , che dominò il pensiero militare durante il periodo tra le due guerre, d'altro canto, era influenzata dalla tradizione democratico-liberale, secondo la quale la moralità deve essere tenuta in considerazione e non necessariamente pregiudica l'efficacia.
L'era post seconda guerra mondiale, che è stata piena di guerre d'attrito asimmetriche nelle quali la parte più forte di solito apparteneva al mondo liberal-democratico ripropose il problema del legame tra efficacia e moralità in guerra. Queste questioni sono collegate da differenti punti di vista. Per esempio, le parti più deboli nelle guerre a bassa intensità considerano l'etica e l'efficacia come fattori complementari. Alcune di esse optano anche per la strategia non-violenta. Tra gli esempi vi sono il Mahatma Gandhi, il Dalai Lama,, Nelson Mandela e i palestinesi nelle prime fasi della prima intifada. Quando Gandhi sostenne la non cooperazione con i governanti inglesi negli anni 20, presupponeva che puntando le loro armi verso i civili, le democrazie occidentali, e in particolare la Gran Bretagna, fossero influenzate da considerazioni morali e legali. Effettivamente, in India, dopo il massacro di Amritsar, le critiche diffuse tra i circoli liberali britannici legarono le mani ai militari quando fronteggiavano civili disarmati. Come risultato di queste critiche, la dottrina britannica dell'uso del massimo della forza fu sostituita da una dottrina del minimo della forza. Anche Mao Tse-Tung, pensava che le democrazie semplicemente non possano tollerare la guerra d'attrito, sia economicamente che psicologicamente.
Quanto alla parte più forte, in particolare una democrazia occidentale coinvolta in una guerra d'attrito a bassa intensità, essa deve affrontare la tensione tra moralità ed efficacia. Tre principi etici riflettono questa tensione: la giusta causa, la discriminazione nell'uso della forza e la proporzionalità. La giusta causa significa, soprattutto, che la guerra è considerata un atto di autodifesa. Il principio di discriminazione proibisce di prendere direttamente come bersagli i non combattenti e l'idea sottostante il principio di proporzionalità viene individuata nell'applicare il minimo di forza necessario a raggiungere determinati obiettivi legittimi.
Una guerra asimmetrica tra attori statali e non statali può avere una giusta causa ? L'uso della violenza contro gli aggressori può essere giustificato come un atto di autodifesa, anche nei casi in cui sono coinvolti attori non statali. Anche la reazione al terrorismo, eliminazioni mirate incluse, è legale, a condizione, nella visione fatta propria da Kober, che lo Stato vittima del terrorismo risponda con la forza agli attacchi armati solo dopo che ogni altro mezzo per difendersi sia stato tentato e sia fallito.
La difficoltà di distinguere tra combattenti e non combattenti in guerre d'attrito a bassa intensità può mettere in dubbio il principio di discriminazione a meno che, sostiene Kober, siano prese misure tecnologiche, dottrinali, disciplinari e di altro genere per evitare “danni collaterali” e l'uccisione di civili innocenti. Un' estensione della regola di discriminazione è la distinzioni tra i tiranni e le popolazioni, per le vite delle quali si deve aver riguardo.
L'asimmetria tra attori forti e deboli fa emergere la questione della proporzionalità nell'uso della forza. In particolare in un contesto asimmetrico la parte più forte è sia in grado di usare una forza eccessiva, sia tentata di farlo. L'uso di una forza eccessiva, tuttavia, non è soltanto una questione di etica; pone anche un reale dilemma circa la quantità di forza che deve essere utilizzata per assicurare l'efficienza. L'efficienza è connessa al principio dell'economia della forza, uno dei più importanti principi della guerra. Mentre i pensatori militari britannici e americani del ventesimo secolo interpretavano questo principio come relativo all'uso del minimo di forza necessario a raggiungere un certo obiettivo, l'ottocentesco Clausewitz, che si ispirava ad un approccio alla guerra che Kober qualifica come amorale, lo definì come l'uso di tutta la forza disponibile per conseguire un obiettivo.  
Osservare il principio di proporzionalità è molto più problematico che osservare i principi della giusta causa e della discriminazione, dato che è difficile tracciare una linea tra l'uso legittimo e l'uso eccessivo della forza. Si può anche sostenere, rileva Kober senza dare un seguito a questa osservazione che l'uso eccessivo della forza possa prevenire un 'escalation della violenza e/o salvare vite in futuro.


Se la parte più forte è una democrazia occidentale, la parte più debole generalmente trae vantaggio dalla sua sensibilità e vulnerabilità. Questo richiede che la parte più forte trovi vie per condurre la guerra sia efficientemente che al minor costo in vite umane possibile. Stati come gli Usa e Israele hanno trovato la guerra post-eroica adatta a ridurre la tensione tra efficacia e moralità. La guerra post-eroica ha due regole principali: a) non essere uccisi b) non uccidere, almeno non i civili. A causa dell'abilità nel combattere la guerra post-eroica le democrazie occidentali non sono più scoraggiate dall'intraprendere guerre e a bassa intensità e guerre d'attrito nelle quali la difesa nazionale non è in gioco e che sono divenute meno pericolose da combattere e non necessariamente più difficili.
La violazione di una o dell'altra delle regole possono essere di detrimento per la parte più forte, come è stato per gli Stati Uniti in Somalia nel 1996 o per Israele in in Libano. Un attore post-eroico dovrebbe tentare di evitare di impegnare le forze di terra, utilizzando munizioni di precisione al posto delle manovre sul terreno. Dovrebbe così essere capace di infliggere danni alle forze o alle infrastrutture nemiche, minimizzando nel contempo le perdite tra le proprie truppe e tra i civili nemici. Dovrebbe anche utilizzare armi non letali e a letalità ridotta insieme alle munizioni di precisione. Uno dei problemi nel condurre la guerra a bassa intensità deriva dal fatto che il nemico può restare attaccato alla guerra eroica. Questo può spingere la parte più forte a rispettare solo la prima regola della guerra post-eroica, come gli americani hanno fatto in Afghanistan.
Gli sforzi di Israele per comportarsi in modo morale durante le guerre che l'hanno coinvolta hanno le loro radici nei valori sia universali che ebraici. Israele non ha soltanto posto l'accento sul suo impegno a combattere moralmente (jus in bello) ha anche educato le sue truppe nello spirito della “purezza delle armi”. L'esistenza di un codice etico dell'IDF, così come i pubblici dibattiti causati in Israele dai casi di danni collaterali, riflettono questo forte impegno a mantenere certi standard morali, nonostante le difficoltà che essi comportano e le occasionali deviazioni dalle norme accettate. La natura omicida della lotta palestinese contro Israele, in particolare gli attentati suicidi, ha creato un problema di legittimità per i palestinesi e allo stesso tempo fornito una giustificazione all'uso da parte di Israele di dure misure come gli omicidi mirati e le ha consentito una maggiore libertà d'azione nell'uso della forza militare. D'altro canto, questa libertà non è stata senza limiti. Per esempio, il colpo contro il leader di Hamas Rantisi è stato criticato dal Presidente Bush come contributo al ciclo della violenza israelo-palestinese, mentre l'incidente nel quale un F-16 lanciò una bomba a guida laser in un edifico di Gaza, uccidendo il leader militare di Hamas Salah Sheadeh e quattordici altre persone, inclusi otto bambini, venne criticato in Israele e all'estero. Tuttavia, le limitazioni auto-imposte hanno anche una logica realistica: la necessità di guadagnare   la legittimità interna e internazionale.

Il paper passa dunque a prendere in esame la questione se Israele abbia rispettato i principi della giusta causa, della discriminazione e della proporzionalità, nelle guerre di attrito che l'hanno coinvolta.

Giusta causa

La giusta causa è considerato il principio più facile da esaminare, dato che Israele non ha mai iniziato una guerra d'attrito. Gli architetti del sistema militare e di sicurezza israeliano erano convinti che la capacità di Israele di sopportare il prezzo di una guerra d'attrito, sia in termini di perdite che di danno all'economia conseguente da una prolungata coscrizione, fosse inferiore alla capacità di resistenza dei suoi nemici. La parte araba, d'altro canto, vede nel logoramento un moltiplicatore di potenza che può compensare la sua debolezza militare, e occasionalmente l'ha adottato come strategia.
Dato che le guerre di attrito di Israele le sono state imposte, essa deteneva il diritto all'autodifesa, e solo raramente ha affrontato un dibattito pubblico significativo sulla giustizia e legittimità di queste guerre. Questo non significa che il mondo abbia accettato il diritto di Israele all'autodifesa, in generale nelle guerre a bassa intensità e in particolare nelle guerre di attrito. Per esempio, alla metà degli anni 50, la politica di rappresaglia di Israele non venne accettata dalle Nazioni Unite

Il principio della discriminazione nell'uso delle forza

Diversamente dalle guerre convenzionali a larga scala di Israele, la maggior parte delle sue guerre di attrito coinvolgono civili da entrambe le parti. Sin dalla rappresaglia di Qibyia nell'ottobre del 1953, nella quale vennero uccisi 69 civili, è diventata una politica ufficiale di Israele astenersi dall'uccidere civili, per ragioni sia morali che di utilità.
Gli ufficiali ribadirono l'illegittimità dell'uccisione di civili anche in altre occasioni. Per esempio, nel dicembre del 1968, mentre dava istruzioni ai commandos prima che salissero a bordo degli elicotteri per fare un'incursione sull'aereoporto di Beirut il Capo di stato maggiore Barl-Lev ordinò alla truppe di evitare l'uccisione di civili. La commissione d'inchiesta istituita dal governo sul massacro di Sabra e Chatila nel settembre 1982 trovò gli alti dirigenti israeliani – sia politici che militari - colpevoli di essere indirettamente responsabili della tragedia. Nel 2002, la Corte suprema israeliana proibì la pratica di utilizzare i civili palestinesi come “scudi umani” durante le operazioni militari contro i terroristi nei Territori occupati. E nel 2003 il primo ministro Ariel Sharon dichiarò “Israele distingue tra i terroristi – ai quali daremo la caccia senza tregua - e la popolazione civile palestinese che non è coinvolta nel terrorismo (discorso ai membri del Parlamento europeo, Gerusalemme 27 ottobre 2008).
L'IDF ha dato segno di aver adottato le regole della guerra post-eroica al più tardi fin dai tardi anni settanta, durante la guerra di attrito con l'Olp. Israele continuò ad applicare questi principi durante la guerra con Hezbollah fino al ritiro del 2000, a dispetto del fatto che i suoi avversari non hanno mai risposto con un comportamento simile. Le tattiche di Israele durante l'Operazione Scudo Difensivo alla metà del 2002, per esempio, furono più miti delle tattiche degli Stati Uniti in Afghanistan, lasciando da parte quelle della Russia contro la Cecenia. A dispetto del fatto che i campi profughi palestinesi fossero diventati la casa di centinaia di guerriglieri e terroristi, l'IDF scelse di colpire selettivamente i terroristi, tentando di risparmiare le vite dei non combattenti. Quando si confrontavano con una forte resistenza in aree urbane affollate, le truppe dell'IDF avanzavano di casa in casa facendo buchi nei muri evitando così di esporsi ai cecchini. Allo stesso tempo, ingaggiavano i terroristi in combattimenti casa per casa che risparmiavano per quanto possibile i civili. Le vittime tra i non combattenti sarebbero potute essere anche di meno se i terroristi palestinesi non avessero usato i civili come scudi umani e falsi bersagli. Come risultato di queste restrizioni autoimposte, l'IDF ebbe più perdite del previsto. Le regole d'ingaggio israeliane   sono anche state modificate così da fornire alle truppe israeliane gli strumenti per fronteggiare situazioni nelle quali sono coinvolti civili disarmati.
Tra i vari metodi antiterroristici sviluppati e usati da Israele nel corso degli anni, quello delle uccisioni mirate, che è stato ampiamente utilizzato durante la seconda intifada, sembra essere stato quello maggiormente compatibile con il principio di discriminazione Mentre invadere aree civili porta inevitabilmente alla morte o al ferimento di persone innocenti, con le uccisioni mirate, i danni collaterali sono significativamente ridotti, sebbene non del tutto evitati. Tra il settembre del 2000 e l'aprile del 2004, Israele ha compiuto 159 tentativi di uccisione. Di questi uccisi 248 (il 78%) erano combattenti, mentre 69 (il 22%) erano non combattenti. In seguito, Israele ha operato per migliorare la sua prestazione, e le sue uccisioni mirate sono divenute più sofisticate e selettive. Secondo il capo di stato maggiore dell'Israel Air Force, non solo essa ha migliorato la sua percentuale di successo nelle uccisioni mirate dall'aria, ma il numero delle vittime non combattenti è sceso da un non combattente per 4 terroristi all'inizio del 2004 a uno per 12 terroristi alla fine di quell'anno e a uno per 28 terroristi nel 2005.
Israele ha gradualmente messo in campo la tecnologia (munizioni guidate di precisione,armi non letali e scarsamente letali, informatica e piattaforme di lancio automatizzate ) per risparmiare vite.
Durante le intifade, l'IDF sviluppò e utilizzò armi non letali e scarsamente letali di varia natura. Dalla metà degli anni 90 , le unità di ricerca e sviluppo del Ministero della Difesa si concentrarono sullo sviluppo di tecnologie il cui scopo principale era di incrementare l'efficacia in combattimento in situazioni di bassa intensità riducendo le vittime di entrambe le parti.
Durante gli anni vi sono stati occasionali e non volontarie difficoltà a rispettare la regola dell'uso discriminato della forza, anche se dopo Qibiya e in seguito Israele ha compiuto attacchi di rappresaglia nelle sue guerre di attrito, talora uccidendo civili. Per esempio nell'aprile del 1956, in seguito al fuoco di artiglieria egiziano contro gli insediamenti israeliani lungo il confine, l'artiglieria israeliana prese di mira la città di Gaza, causando la morte di 50 egiziani, la maggior parte dei quali civili. Appena il primo ministro Ben Gurion capì che cosa era accaduto diede istruzione all'IDF di colpire solo bersagli militari.
Durante la guerra di attrito del 1969-70 colpì bersagli lungo il canale di Suez e nel cuore dell'Egitto causando la morte di centinaia di civili.
Durante la piccola guerra di attrito del 1981, Israele bombardò le basi dell'Olp in Libano molte delle quali si trovavano nei campi profughi .
Vennero uccise circa 100 persone, delle quali soltanto 30 erano terroristi, e 600 vennero ferite. Nel 1996, durante l'operazione Grappoli d'Ira l'artiglieria israeliana colpì inavvertitamente 100 civili nel sud del Libano, spingendo Israele a porre fine all'operazione. Durante le due intifade, centinaia di palestinesi morirono nelle ostilità con le truppe israeliane o come risultato della necessità di colpire i terroristi le cui basi operative e/o i cui rifugi erano costruiti in zone abitate. In due incidenti le truppe israeliane uccisero involontariamente civili. Nel luglio 2002 un F 16 lanciò una bomba a guida laser contro un edificio a Gaza, uccidendo il leader di Hamas Salah Shehadeh e 14 altre persone, inclusi 8 bambini, e nel maggio 2004 8 dimostranti palestinesi vennero uccisi accidentalmente durante un'operazione dell'IDF a Rafah.
Quando emergeva che erano state uccise persone innocenti Israele generalmente si scusava, richiamandosi alla dottrina del duplice effetto.

Il principio di proporzionalità

Si può fare il massimo sforzo per discriminare tra combattenti e non combattenti e tuttavia fare un uso eccessivo della forza. Per esempio, nei tardi anni 70, avendo ricevuto l'incarico di “pacificare la Striscia di Gaza dopo la guerra del 67, il comando meridionale israeliano spianò le strade nei campi profughi, trasformandole in ampie strade di sicurezza, permettendo ai pesanti veicoli corazzati di muovervisi facilmente per controllare e snidare i terroristi palestinesi.
Durante le intifade, sostiene Kober, in particolare,Israele ha iniziato, o almeno ha tollerato l'uso eccessivo della forza da parte di singoli soldati e l'uso di misure drastiche come le percosse, le punizioni collettive di ineri villaggi e città, la demolizione di case, la deportazione di attivisti e strette limitazioni ai movimenti.
Tuttavia, non vi è mai stata una decisione ufficiale israeliana di prendere misure estreme per porre fine alle indifade. Secondo Dan Shomron, capo di Stato maggiore durante la prima intifada, la rivolta sarebbe potuta essere bloccata se Israele avesse usato il trasferimento di popolazione, l'affamamento o il genocidio, ma nessuno di questi mezzi sarebbe stato accettabile in Israele.Spesso prima deglli attacchi dell'IDF all'Autorità Palestinese durante la seconda intifada, Israele avvertiva preventivamente coloro che si trovavano negli edifici,permettendo loro di evacuarli. La Corte Suprema israeliana generalmente si pronuncia contro l'uso eccessivo della forza. Ha anche proibito l'uso dei palestinesi come “scudi umani” durante le operazioni militari e stabilito che la tortura è generalmente proibita come mezzo per esercitare pressioni sui detenuti per farli confessare durante gli interrogatori. Ha anche stabilito di permettere la tortura in “casi eccezionali”, riferendosi allo scenario della “bomba ticchettante”, nel quale un prigioniero sa di un imminente attacco terroristico. Alcune dei mezzi eccessivi impiegati possono anche essere stati legittimati in base alla Defence emergency Regulation del 1945, e a quel tempo furono anche legittimati dell'avvocato militare generale e anche dalla Corte suprema.

Conclusioni

Il paper considera infine gli effetti e i risultati delle guerre di attrito.
Da un lato, afferma, l'uso calcolato da parte di Israele dell'escalation come mezzo di gestione del conflitto ha spesso fallito nello scoraggiare la parte avversa o nel costringerla a fermare la guerra. Questo è il caso del conflitto della metà degli anni 50, quando Israele fu portata ad attaccare gli eserciti arabi anziché i villaggi palestinesi; nei tardi anni 60 e nei primi anni 70, quando Israele inflisse distruzioni alle città egiziane lungo il canale di Suez o quando più tardi ricorse a duri bobardamenti.che provocarono l'intervento sovietico nella guerra dalla parte dell'Egitto; negli anni 70 e nei primi anni 80, quando i palestinesi continuarono ad attaccare Israele sul fronte nord e all'estero; durante la guerra d'attrito con Hezbollah dal 1985 al 2000 ( e poi nel 2006 con lo scoppio della guerra aperta con l'organizzazione sciita) e durante la prima intifada.
Gli omicidi mirati contro la leadership politico ideologica di Hamas nella metà del 2004, dopo tre anni e mezzo di colpi contro leader militari e operativi, furono un'eccezione e contarono nella decisione di Hamas di accettare una tregua con Israele che può essere considerata un successo israeliano in termini di dominanza nell'escalation.
Tre delle otto guerre d'attrito israeliane sfociarono in una guerra convenzionale a larga scala o in operazioni a larga scala, come risultato di processi di escalation non controllati (nel 1956, nel 1967 e nel 1982). Inoltre, diversamente dal periodo di dieci anni di calma sul fronte egiziano dopo la guerra del 1956, la guerra del 1967 portò a una guerra d'attrito tra Israele e l'Egitto e a più riprese ad attrito tra Israele e l'Olp.
Nonostante i successi a breve termine di Israele nel confronto con i palestinesi durante le intifade, essi sono arrivati vicini a realizzare la visione di uno Stato palestinese, in larga misura come risultato di processi sociali e politici all'interno di Israele, condizionati dal protrarsi del conflitto. Questo fenomeno non è esclusivo del conflitto arabo-israeliano: i risultati operativi nella guerra moderna in generale e nella guerra di attrito in particolare non assicurano risultati politici, e in molte guerre di attrito la parte più debole è emersa politicamente vittoriosa nonostante la mancanza di ogni risultato significativo sul campo di battaglia.
D'altro canto, la società israeliana ha dimostrato un'impressionante resistenza durante le guerre d'attrito del paese. Nella maggior parte di questi casi, il successo dell'IDF e delle altre agenzie di sicurezza nelle operazioni di controguerriglia e di controterrorismo hanno controllato la violenza contro truppe e civili israeliani mantenendola entro livelli tollerabili. Anche le guerre o le operazioni a larga scala che seguirono le guerre di attrito degli anni 50, 60 e 70-80, terminarono in decisioni israeliane contro l'Egitto, la Siria e i Palestinesi, rispettivamente; in altre parole, alcuni di coloro che si sono impegnati nel logoramento con Israele hanno pagato un alto prezzo militare, e talora politico.

Commento:

Le interpretazioni dei principi di giusta causa, uso discriminato della forza e proporzionalità proposte da Kober si prestano ad alcuni rilievi critici:
1) Giusta causa
Kober cita con approvazione autori per i quali la risposta militare al terrorismo è legitima solo dopo il fallimento di ogni altro mezzo disponbile.
Si potrebbe rilevare che una richiesta così severa può confliggere con il dovere dello Stato di offrire la migliore protezione alle vite e all'incolumità dei suoi cittadini, in quanto trattenendosi dall'uso della forza militare si permette ai terroristi do organizzarsi e colpire.

2) Discriminazione e proporzionalità


Nel 2006 la guerra del Libano contro Hezbollah ha reso evidenti i limiti della dottrina difesa da Kober. Confrontandosi con un nemico votato non solo alla modalità eroica della guerra, ma al “martirio” Israele nonostante le limitazioni che si è imposta non ha guadagnato la legittimazione della comunità internazionale ed è stata criticata proprio per la presunta mancanza di proporzionalità delle sue azioni. Il ritardo nell'offensiva di terra, dovuto alla volontà di risparmiare l vite dei propri soldati, e l'insostenibilità politica della campagna di bombardamenti aerei hanno infine condotto al mancato raggiungimento degli obbiettivi del conflitto.
Come ha sostenuto Alan Dershowitz la strategia di Hezbollah ha mirato alla massimizzazione delle vittime civili sia nel campo avverso che nel proprio. Nel primo caso esse servivano a piegare la volontà del nemico, nel secondo, grazie al loro abile sfruttamento mediatico, a delegittimarlo.
(Colpa di Hezbollah usa i civili come scudi umani, La Stampa , 31/07/2006)
Confrontandosi con nemici che deliberatamente agiscono tra i civili mettendo a rischio le loro vite per trarne un vantaggio propagandistico le democrazie occidentali non possono affidare la difesa della legittimità delle loro azioni belliche al rispetto di un principio di proporzionalità e di un principio di discriminazione che intesi in modo rigoroso non possono in un tale contesto che portare alla paralisi gli apparati militari e infine alla sconfitta. Dovrebbero piuttosto comprendere che i codici etici possono essere usati e di fatto sono usati come strumenti di guerra. Questo attraverso l'imposizione di un doppio standard che permette a uno della parti in conflitto l'uso di una violenza indiscriminata e lo spreco di vite umane, sia di civili che di combattenti, richiedendo nel contempo all'altra il rispetto di standard che in definitiva semplicemente non possono essere soddisfatti.
Il riconoscimento interno e internazionale della legittimità di un'azione bellica in un conflitto di attrito a basa intensità non può dunque essere ottenuto con l'autolimitazione nell'uso della forza, strategia esposta al ricatto di di chi mette deliberatamente a rischio le vite dei   civili della propria parte, ma piuttosto con l'affermazione intransigente del diritto all'autodifesa con ogni mezzo necessario.

In questo quadro la dottrina clausewitziana dell'uso illimitato della forza sembra non poter essere messa semplicemente da parte come “amorale”.

Si deve sottolineare che Clausewitz indicò con precisione l'obiettivo che ogni azione bellica deve assumere: ovvero quello della distruzione della capacità offensiva del nemico. Le limitazioni nell'impiego dell'uso della forza diventano dannose, e comportano in realtà perdite ulteriori di vite umane, quando rendono più difficile o impossibile conseguire questo obiettivo. Per Clausewitz, anche se non in ogni caso è necessario giungere alla distruzione della potenza nemica, soltanto la realistica minaccia di questo esito può condurre l'avversario alla resa. E' difficile sfuggire alla considerazione che le moderne guerre di attrito a bassa intensità tendono a protrarsi indefinatamente proprio perché l'autolimitazione che la parte più forte si impone, quando è una democrazia occidentale, rende impossibile o irrealistico un risultato con un vincitore   e uno sconfitto chiaramente delineati.

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