L'incriminazione
di Omar al Bashir

05/03/2009

Il 4 marzo 2009 la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il presidente sudanese Omar al Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati all’intervento del governo sudanese nel conflitto del Darfur.   Certamente la sentenza non porterà alla cattura di Bashir. L’arresto richiederebbe innanzitutto l’impiego di forze dell’ordine di cui la Corte Penale non dispone, dato che si basa normalmente sulla cooperazione dei paesi membri - e un rapporto di cooperazione con Khartoum è alquanto improbabile al momento.   Il governo sudanese ha respinto il mandato d’arresto giudicandolo “uno strumento neocoloniale dell’Occidente” e Bashir ha intimato alla Corte Penale di “ingoiarselo”. Mentre alcuni paesi occidentali, come Francia e Germania, si sono schierati a favore del mandato d’arresto, altri hanno invece reagito in modo freddo oppure si sono schierati contro la sentenza della Corte Penale. L’Egitto (che confina con il Sudan) teme che il mandato d’arresto crei maggiore instabilità a Khartoum e che un’eventuale arresto di Bashir, in carica dal 1989, possa trascinare il paese in una lotta sanguinosa fra le varie fazioni radicali islamiste alla conquista del potere. Il Cairo ha quindi chiesto al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite di usare la propria autorità per rinviare la sentenza. La Russia si è schierata contro la condanna mentre gli Stati Uniti, che proprio come l’Egitto temono l’ascesa di forze estremiste in Sudan, hanno rilasciato solo vaghe dichiarazioni. La Siria si oppone perché lo vede come un precedente che potrebbe giocare a suo sfavore, dato che teme di essere condannata per l’omicidio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri.   Il mandato d’arresto provocherà un’ondata di proteste popolari a Khartoum e in Darfur ed è probabile che alcune milizie come i Janaweed attacchino gli interessi occidentali nella regione, compreso il personale governativo e non governativo. Atti simili erano già avvenuti in passato, incluso l’assassinio di un membro del’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale a Khartoum nel gennaio del 2008 e numerosi attacchi contro la forza di peacekeeping dell’Unione Africana in Darfur.   Bashir non si dimetterà a breve e ha infatti annunciato di voler partecipare al ventunesimo summit arabo il 30 marzo in Qatar – che intende ignorare il mandato d’arresto, proprio come gli altri paesi arabi. Bashir ha governato il Sudan per vent’anni e non rinuncerà di sicuro al suo potere, che ha conservato opponendosi a ogni cambiamento politico nel paese.   In ogni caso il mandato d’arresto non scomparirà e questo costringerà Bashir a moderare il proprio comportamento in Darfur. Certamente non ritirerà le truppe perché un gesto simile equivarrebbe a una sconfitta e indebolirebbe la sua posizione di fronte ai numerosi ribelli del Sudan.   Se il regime allentasse la presa in Darfur o nel Sudan del Sud – dove si terrà un referendum per l’indipendenza nel 2011 - gli insorti potrebbero coordinarsi fra loro e sconfiggere le forze armate. Inoltre Bashir difficilmente si ritirerà dal Sudan meridionale perché non intende perdere il controllo sulle concessioni petrolifere, linfa vitale del suo potere.  

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