Stringere la mano ai tiranni
di Emanuele Ottolenghi

27/04/2009

Di Emanuele Ottolenghi, pubblicato su Il Riformista, 23 aprile 2009 
 

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha avuto il dubbio onore di aprire i lavori della Conferenza di Ginevra sul razzismo e la xenofobia. A poche centinaia di metri dal palazzo dell’Onu dove parlava Ahmadinejad nel frattempo, aveva luogo una conferenza parallela dove un altro iraniano ha avuto l’onore del podio – il dissidente Ahmed Batebi – contro la cui apparizione la diplomazia iraniana ha alacremente lavorato nei giorni precedenti all’evento per timore che la sua presenza a Ginevra in qualche modo adombrasse quella del presidente.

Batebi, per chi non lo conosce, era il giovane studente iraniano apparso sulla copertina dell’Economist nel luglio 1999 durante le manifestazioni studentesche, con in mano la maglietta insanguinata di un altro studente caduto vittima delle camicie nere di Ahmadinejad (anche se allora il presidente era Mohammad Khatami). Per quel suo non cercato momento di fama, Batebi ha trascorso anni in prigione, soffrendo tormenti e tortura, prima di riuscire a fuggire in esilio in America, dove è diventato una coraggioso avvocato dei diritti umani nel suo Paese. Batebi non rappresenta uno Stato, solo se stesso e la speranza di un’intera generazione che il predecessore di Ahmadinejad, Khatami, soffocò nel sangue. Ha parlato a un evento di Ong, non sul palcoscenico ufficiale del teatro Onu.

l presidente iraniano invece, in qualità di capo di un regime che opprime le minoranze religiose, perseguita quelle etniche, disprezza e discrimina le donne e impicca gli omosessuali, ha avuto l’onore del podio ufficiale dal quale ha arringato il mondo. Questa è l’ironia della conferenza di Ginevra e la prova più schiacciante dei pericoli del dialogo con i tiranni. I lavori preparatori della conferenza sono stati monopolizzati da Paesi che hanno perfezionato gli strumenti di oppressione dello Stato contro i diritti umani e delle minoranze. La presenza di un leader come Ahmadinejad rivela le loro intenzioni di apparire in compagnia di leader democratici, stringendo loro la mano cordialmente, a buon uso delle telecamere.

Si capisce che nel mondo in cui viviamo gli statisti devono trovare un equilibrio tra quel che si può e quel che si vorrebbe – il che comporta anche riconoscere che la dittatura è una triste ma ineluttabile realtà con cui doversi talvolta confrontare – e che i diritti umani ogni tanto sono un lusso che non possiamo permetterci – soprattutto se sono quelli degli altri! Eppoi il dialogo non è a senso unico – e i dittatori questo lo devono accettare se il dialogo deve avvenire. Dal che deriva che non bisogna esser troppo cinici – il dialogo che ora appare lo strumento principe della nuova Amministrazione americana significa chiaramente più di quello che concepirebbe il membro medio della sinistra militante europea.

Non si tratta insomma di un pacchetto di stimoli finanziari per l’industria delle bandiere bianche. In inglese, la parola equivalente – engagement – ha almeno cinque significati, a partire da quello di “fidanzamento”. Naturalmente di questo non si tratta – salvo che per quei politici che si onorano di marciare accanto agli inviati della Fratellanza mussulmana in Europa, difendendo organizzazioni terroristiche come Hamas in nome del dialogo.

Potrebbe essere il più neutrale significato di “discorso o discussione che si svolge tra due o più persone”, il che potrebbe anche includere espressioni franche e dure. Ma non dobbiamo dimenticarci che al di là della sostanza della conversazione il dialogo ha una componente simbolica di legittimazione, che non dovrebbe quindi esser regalata, ma fatta sudare a caro prezzo a chi disprezza il valore della vita umana e dei diritti delle genti come i dittatori. Ecco perché la lunga fila di dignitari che bussano alla porta del palazzo presidenziale di Damasco dovrebbero meditare sul dono di legittimità e visibilità che si fa a un dittatore come Bashar al Assad, al di là della sostanza delle discussioni, specie se quelle visite evitano di includere un incontro con persone come Batebi che in Paesi come la Siria rischiano la vita per affermare i più elementari tra i diritti umani. Il dialogo dopo tutto è uno strumento, non un fine e ci auguriamo che i nostri leader occidentali capiscano la sottile differenza.

Gli incontri ad alto livello con Damasco hanno offerto molto alla Siria e ottenuto poco in cambio. Tutto ciò è avvenuto in nome di una teoria che afferma come la Siria ha molto da perdere nel restare isolata. Il dialogo serve a offrire l’opportunità alla Siria di divincolarsi dall’abbraccio soffocante dell’alleanza con l’Iran e riunirsi ai moderati della regione. Tra l’altro, visto lo stato disastroso della sua economia, solo l’Occidente può offrire una via d’uscita. Eppure la Siria non abbocca e non cede – nonostante la logica apparentemente ferrea del ragionamento.

Il fatto è che la Siria non ha mai fatto parte dei moderati della regione – essendo stato un campione delle cause radicali per tutta la sua storia indipendente. È governata da una minoranza considerata eretica dalla maggioranza dei mussulmani – e l’alleanza con l’Iran da una legittimazione sciita alla religione alawita. Il sostegno siriano a Hamas e Hezbollah non è solo uno strumento per aumentare la sua influenza regionale – è il riflesso di un continuo impegno ideologico del quale l’alleanza con l’Iran è una logica conseguenza. Eppoi perché un dittatore dovrebbe preoccuparsi del declino economico del suo Paese quando il radicalismo offre ben più grandi vantaggi?

Il dialogo con questi dittatori, specie quando i loro oppositori marciscono in galera – non ha finora prodotto nulla e non offre certo diverse prospettive in futuro. Lo stesso vale per la stretta di mano irano-svizzera a Ginevra – utile per la campagna elettorale di Ahmadinejad e per il regime, che così dimostra come la sua retorica volgare non impedisce contatti internazionali di altissimo livello.
 

Chissà, forse prima o poi i nostri leader europei comprenderanno la futilità di questi gesti e il loro danno incalcolabile alla credibilità occidentale. Nel frattempo, vorremmo ricordare ai fautori del dialogo come fine e non come mezzo che il termine inglese engagement ha anche altri significati, incluso quello di “un incontro ostile tra forze militari”. E siamo sicuri che, quando il presidente Obama finalmente scoprirà le sue carte sulla sua definizione del termine, sarà evidente che tutti i significati presenti nel dizionario saranno possibili.

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