Due pesi due misure
di Emanuele Ottolenghi

13/05/2009

Di Emanuele Ottolenghi pubblicato su Il Riformista, 03/05/2009

Il primo maggio Delara Darabi e' stata impiccata dalle autorità iraniane nella prigione dove era detenuta dal 2003, condannata a morte per un omicidio che probabilmente non aveva commesso all'età di 17 anni. Secondo i flash di agenzia e le organizzazioni per i diritti umani coinvolte nel tentativo di salvarle la vita, Delara aveva confessato l'assassinio di una cugina di suo padre che in realtà era stato commesso da un giovane che all'epoca era il suo fidanzato. Lui aveva 19 anni e sapeva che gli toccava la pena di morte. L'aveva convinta a prendersi la colpa perché essendo minorenne entrambi pensavano che le autorità giudiziarie le avrebbero risparmiato la vita. Si sbagliavano - l'Iran detiene da anni il dubbio primato di esecuzioni di minori nonostante l'Iran abbia firmano varie convenzioni internazionali che proibiscono l'esecuzione di minori, cioè di un'età inferiore ai 18 anni al momento del crimine per i quali sono punit! i.

In particolare l’Iran è firmatario della Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici che stipula, all’articolo 6 che «La pena di morte non può essere comminata per crimini commessi da persone minori di 18 anni» e della Convenzione per i Diritti del Bambino che all’articolo 37 afferma che «Non saranno comminate né la pena di morte né l’ergastolo senza possibilità di riduzione della pena per crimini commessi da persone minori di 18 anni». Anche il codice penale iraniano - articolo 49 - stabilisce che un minore colpevole di un crimine non ha responsabilità penale e spetta ai suoi guardiani o a centri minorili il compito di rimetterli sulla retta via. Tuttavia, secondo la legge iraniana, i maschi raggiungono la maggior età a 15 anni, mentre le femmine a 9. Anche applicando rigorosamente il criterio stabilito dalla propria legge, l’Iran manda adolescenti e bambini! al patibolo, pur essendosi impegnato a risparmiarli alle grinfie del boia sulla base dei suddetti trattati internazionali. A volte poi il condannato a morte non rispecchia nemmeno i discutibili criteri di maggior età della legge iraniana. Come riporta sempre Amnesty International, in un rapporto speciale sulla condanna a morte di minori in Iran, pubblicato a giugno del 2007, l’Iran rimane il primo paese al mondo per esecuzione di minori - tre nel 2004, otto nel 2005, quattro nel 2006 e uno prima della pubblicazione del rapporto nel giugno 2007.

Sempre secondo Amnesty ci sono più di settanta minori in attesa di esecuzione. Nella maggior parte delle esecuzioni - minori o adulti non importa - si rileva un elemento comune particolarmente scioccante che conferma la natura repressiva e antidemocratica del paese: la mancanza totale di trasparenza del processo giudiziario, dove le vittime non godono nemmeno in teoria del beneficio del giusto processo, vedendosi negati diritti fondamentali come il diritto alla difesa d’ufficio. In procedimenti penali, il giudice assume anche la funzione investigativa e requisitoria del processo, combinando su di sé la funzione di polizia, della pubblica accusa e della sentenza con risultati ben lontani da ogni parvenza di giustizia. Questo vale anche per il caso di Delara Darabi - l’esecuzione è avvenuta prima che il suo avvocato potesse arrivare al carcere e cercare di ritardarla o bloccarla. L’unica prova su cui si fondava la condanna era la sua conf! essione - che successivamente Darabi aveva ritrattato.

Non c’erano testimoni o prove. E non c’è stato un proprio processo comprensivo del diritto di appello. Il regime cercava un capro espiatorio - senza alcuna preoccupazione se a morire era un innocente o un colpevole, un minore cui le convenzioni internazionali firmate dall’Iran danno un’altra chance o un adulto. Naturalmente, per noi che scriviamo, l’oltraggio che un simile esempio di barbarie suscita, ci costa poco. Per chi ci governa ci sono problemi di natura un po’ diversa invece, visto che con l’Iran abbiamo relazioni diplomatiche, rapporti commerciali fiorenti, interessi importanti nel settore energetico e un contenzioso sul suo programma nucleare sul quale vogliamo intavolare un dialogo costruttivo con Teheran.

La scuola realista che sembra aver preso il sopravvento a Washington, oltre che in certi editoriali del Corriere della Sera, dirà certamente che tali atrocità sono una cosa orribile ma che d’altro canto ci sono tiranni dappertutto, specialmente in paesi fornitori di petrolio, e dobbiamo arrenderci al fatto che imporre la democrazia e i diritti umani altrove non è sempre possibile. A volte la ragion di stato deve avere il sopravvento. È un realismo che potremmo anche capire - anche se non lo condividiamo - se venisse da chi mostra lo stesso cinismo politico di fronte alle pratiche cui gli Stati Uniti fecero ricorso per interrogare sospetti terroristi dopo l’11 settembre e che sono ora oggetto di condanna universale, dalla Casa Bianca in poi. Invece coloro che nei prossimi giorni e mesi consiglieranno di minimizzare la questione dei diritti umani in Iran in nome del dialogo non ci risparmieranno mai nemmeno un grammo della loro santimonia nei confronti degli Stati Uniti. Eppure, il presidente americano Barack Obama ha sottolineato che non ci deve essere una «falsa scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali». Sta bene. Se i nostri ideali includono la difesa dei diritti umani - diritti che consideriamo universali perché inerenti alla condizione umana - allora non dovremmo far sconti ad altri paesi in nome della ragion di stato. E dovremmo soprattutto renderci conto che un paese che non esita a giustiziare un’adolescente innocente non può essere un interlocutore credibile anche sul resto.

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