Ascesa e declino
degli oligarchi russi

08/07/2009

5 luglio 2009   Gli oligarchi russi sono emersi dalle ceneri dell’Unione Sovietica nel 1991, all’indomani del crollo del comunismo, e si sono affermati sulla scena economica russa approfittando del caos politico ed economico che regnava nel paese. Le vie attraverso cui sono riusciti a costruire il proprio impero in così poco tempo sono molteplici e alquanto torbide.

Grazie al vuoto legislativo ed alla confusione dell’epoca Eltsin gli oligarchi – di solito ex membri di spicco del regime comunista, che potevano quindi contare sulle proprie ricchezze personali – riuscirono ad accaparrarsi vasti settori dell’industria sovietica pagandoli una miseria. Alcuni uomini d’affari monopolizzarono le esportazioni delle materie prime verso l’Occidente acquistandole a prezzi ridicoli in patria – dato che i prezzi non si erano ancora adeguati al mercato – e rivendendole a prezzi decisamente maggiorati all’estero, altri prestarono denaro al governo – che versava in condizioni finanziarie pessime – ricevendo in cambio la proprietà di alcuni settori dell’economia.  

I singoli oligarchi normalmente possedevano diverse attività allo stesso tempo - industrie metallurgiche, caffetterie, fattorie, etc. - dato che sono riusciti a mettere le mani su tutto ciò che era a disposizione arricchendosi in maniera incontrollata.   Fra il 1991 e il 1998 lo stato era debole e gli oligarchi ne hanno approfittato violando la legge a più riprese - falsificando bilanci, assoldando eserciti privati per esercitare pressioni sui concorrenti, etc.
 
La svolta 
 
Ma a partire dal 1998 la situazione iniziò a cambiare. Con il crollo del rublo la maggior parte dei Russi si ritrovò estremamente impoverita e anche gli oligarchi avvertirono i primi segnali di crisi, visto che le aziende che guidavano non producevano ricchezza - soprattutto a causa dei mancati investimenti. Un esempio lampante riguarda le industrie petrolifere: gli oligarchi avevano sfruttato i giacimenti senza investire nell’ammodernamento degli impianti, e dopo 6 anni di mancata manutenzione la produzione era diminuita di oltre un terzo. Con il crollo dei prezzi del greggio nel 1998 molte industrie petrolifere andarono in perdita.
Per sanare la situazione gli imperi industriali vennero riorganizzati sulla base della reale efficienza e vennero quotati in borsa per ottenere maggiori finanziamenti. I vecchi oligarchi – normalmente poco più che pirati – vennero sostituiti da un manipolo di nuovi businessman, decisamente più preparati dei loro predecessori.
 
A questo punto lo stato decise di ristabilire il controllo sull’economia. Vladimir Putin, ex agente del KGB e nuovo presidente, nel 2000 organizzò un incontro al Cremlino con i nuovi oligarchi, cui espose il suo punto di vista: l’era del saccheggio selvaggio ai danni dello stato era finita e gli imperi economici avrebbero dovuto camminare con le proprie gambe. Nel concreto per gli oligarchi questo significava: 1) pagare le tasse fino all’ultimo centesimo e 2) tenersi alla larga dalla politica. In caso di rifiuto il Cremlino avrebbe preso tutte le misure necessarie.  Il seguito prova che  Putin non scherzava affatto.
 
Mikhail Khodorkovsky, proprietario del gigante Yukos - che all’epoca produceva circa il 2% del petrolio mondiale - si servì della propria posizione per influenzare il parlamento in modo da rendere il proprio potere ancora più forte. Inoltre non nascose l’intenzione di aspirare alla presidenza della Russia in concorrenza con lo stesso Vladimir Putin alle elezioni successive.
La risposta dello stato non si fece attendere: nel 2003 Khodorkovsky venne arrestato per evasione fiscale e spedito in una prigione siberiana, dove si trova tuttora. La Yukos, il più grande produttore di gas ed il secondo più vasto produttore di petrolio del mondo, venne rilevata dal governo, smembrata ed affidata a uomini d’affari vicini al governo. Con questa mossa la Russia si riprendeva il controllo del settore energetico, da utilizzare come arma di ricatto contro i paesi dipendenti dall’energia russa.
Il Cremlino si spinse oltre riconquistando passo dopo passo tutti gli altri settori strategici del paese, dal settore minerario a quello metallurgico, dall’industria bellica all’agricoltura, dal settore bancario alle telecomunicazioni, etc. e ponendovi a capo personaggi fedeli al governo. Oggi si stima che il 78% della leadership del paese, in ogni settore, sia legata all’FSB, erede del KGB.
 
A partire dal 2004 le banche russe iniziarono a cercar di attrarre nuovi investimenti dall’estero e ricorsero a prestiti di istituti di credito occidentali, offrendo in cambio titoli di stato.
Superati i primi ostacoli (dovuti soprattutto alla cattiva reputazione degli uomini d’affari russi) il denaro iniziò a fluire e gli oligarchi si servirono di questa ricchezza per modernizzare le infrastrutture, acquistare tecnologia occidentale e finanziare l’espansione. 
 
La crisi e la fine degli oligarchi
 
All’arrivo della crisi economica  nell’autunno 2008 il flusso di denaro dall’estero subì una battuta d’arresto e la maggior parte della aziende degli oligarchi si ritrovò sull’orlo della bancarotta. Il Cremlino, che disponeva ancora delle risorse necessarie a salvare la malconcia economia del paese,  si servì delle proprie riserve per aiutare numerose aziende, ma le ridusse in stato di semi-vassallaggio - insediando i propri uomini alla dirigenza.
Quindi la sopravvivenza dell’una o dell’altra azienda in molti casi dipendeva degli interessi del Cremlino, che scelse con cura chi aiutare e chi no.
 
Gli oligarchi reagirono in modi differenti:
·         alcuni investirono il proprio denaro nella borsa russa per mantenere la valuta stabile, per stabilizzare le banche e ingraziarsi il governo;
·         altri non fecero nulla – soprattutto perché avevano perso tutto - sperando di salvarsi ugualmente e affidando il proprio destino alla sorte;
·         altri ancora decisero di investire tutte le ricchezze personali nelle proprie aziende per non diventare schiavi del Cremlino. Quest’ultimo gruppo sarà comunque costretto ad accettare le direttive del Cremlino, ma manterrà un certo margine di indipendenza.
 
In questo panorama Oleg Deripaska, ricco imprenditore e dirigente dell’azienda metallurgica RUSAL e della Basic Elements, sembra aver avuto un certo successo. Anche Deripaska nutriva aspirazioni politiche, presto accantonate dopo l’affaire Yunos. L’oligarca investì un’ingente somma di denaro nelle sue aziende e imprestò anche una parte dei suoi soldi al Cremlino per non inimicarsi il governo in carica.
Deripaska sa comunque di non poter scampare alla presa del Cremlino. Putin al momento sta pensando di creare un gigante metallurgico – un progetto simile alla creazione dei giganti energetici Gazprom e Rosneft – e RUSAL dovrà necessariamente far parte di questo nuovo soggetto.
 
Non tutti gli oligarchi sono disposti a piegare la testa, ma il Cremlino sembra aver elaborato una efficiente strategia per riprendersi il controllo di tutti i settori dell’economiaDopo l’insorgere della crisi economica il governo ha deciso di inviare i membri dei servizi segreti in banche, industrie e istituzioni ad indagare sul loro status – patrimonio, partnership con l’estero, bilanci, etc.  
Poi ha cercato di stringere accordi con i paradisi fiscali per monitorare i conti offshore degli oligarchi - Cipro, ad esempio, in cambio di investimenti ha fornito al Cremlino una lista completa dei Russi che avevano depositato denaro nelle banche cipriote.
 
Conclusioni
 
A causa della crisi finanziaria e dei ripetuti attacchi del governo, gli oligarchi hanno perso gran parte del loro potere. Sicuramente alcuni sopravvivranno alla crisi, ma difficilmente conserveranno la loro indipendenza. Di fatto quasi tutti entreranno a far parte della macchina statale, così ben congeniata da Putin. Come affermava Iskander Makhmudov, oligarca del rame: “gli oligarchi al momento mantengono ancora una certa fortuna, ma alla fine diventeranno tutti soldati di Putin.”
 
A cura di Davide Meinero

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