Victor Klemperer - La lingua del Terzo Reich
Parte I

13/07/2010

Victor Klemperer, ebreo tedesco nato nel 1881, convertito nel 1912 al protestantesimo, è soldato nell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale. Nel 1920 diviene professore di filologia all'Università di Dresda. Le leggi razziali naziste nel 1935 gli impediscono di continuare a lavorare. Costretto a trasferirsi in una Judenhaus di Dresda, Victor Klemperer riesce ad evitare il campo di concentramento perché la moglie Eva non è ebrea. Ma il15 febbraio 1945 i nazisti decidono di deportare anche le coppie miste. Durante il bombardamento di Dresda, nella notte tra i 13 e il 14 febbraio 1945, i coniugi Klemperer approfittano del caos e fuggono dalla città mescolati agli sfollati, usando documenti contraffatti. Fin dal 1932 scrive un diario personale in cui annota come i nazisti usino la lingua per condizionare i cuori e le menti. La lingua del Terzo Reich viene da Klemperer chiamata Lingua Tertii Imperii, LTI.

Queste annotazioni, integrate da approfondimenti, vengono stampate nel 1947. In Italia sono pubblicate dalla Giuntina. Qui sotto riportiamo alcuni estratti.

 

Brani sui nomi (ebraici)

‘Nella facoltà di fisica non si dovette più nominare Einstein, e l’unità di misura hertz non venne più designata con quel nome ebraico. Ma i «camerati del popolo» tedeschi non dovevano venir protetti soltanto dai nomi ebraici; molto più importante era proteggerli da ogni contatto con gli stessi ebrei, che quindi venivano isolati con la massima cura. Uno dei mezzi più efficaci per attuare questo isolamento era renderli riconoscibili attraverso il nome.

La parola «Jude» sulla stella, con i caratteri simulanti la scrittura ebraica, equivaleva a un nome stampato sul petto. Sulla porta del mio corridoio c’erano due targhette: sotto il mio nome, la stella gialla, sotto quello di mia moglie la parola «ariana». La mia tessera annonaria in un primo momento recava la sola lettera J, in seguito la parola «Jude» venne stampigliata in diagonale su tutta la tessera, infine venne ripetuta su ogni singolo tagliando, circa sessanta volte sul medesimo pezzo di carta. Il mio appellativo «ufficiale» era «l’ebreo Klemperer»; quando dovevo presentarmi alla Gestapo, erano botte se non mi presentavo sufficientemente «zackig» [marziale] con le parole: «Ebreo Klemperer, presente» (pag. 106).

 

Brani sul nazismo come nuova religione

‘Al cinema scene del congresso del partito a Norimberga. Hitler consacra i nuovi stendardi delle SA sfiorandoli con la «bandiera di sangue» del 1923. Ogni volta che tocca le bandiere parte un colpo di cannone. Che mescolanza di regia chiesastica e teatrale! E a parte la scenografia teatrale, già solo il nome basterebbe: «bandiera di sangue». «Degni fratelli, guardate qui: siamo noi che soffriamo il martirio di sangue!». Tutta la questione nazista mediante un’unica parola viene innalzata dalla sfera politica a quella religiosa. E scena e parola hanno senz’altro il loro effetto, le persone siedono in atteggiamento intensamente devoto, nessuno starnutisce o tossisce, nessuno fa scricchiolare un cartoccio, non si sente masticare una caramella. Il congresso del partito è una funzione sacra, il nazionalsocialismo una religione’ (pag. 54).

‘Che la LTI sia nei suoi momenti culminanti una lingua della fede è pienamente comprensibile, dato che ha come obiettivo il fanatismo. Però l’aspetto singolare è che in quanto lingua di fede si ricollega strettamente al cristianesimo o, più esattamente, al cattolicesimo, benché il nazionalsocialismo combatta fin dagli inizi il cristianesimo, e più precisamente la Chiesa cattolica, ora apertamente, ora nascostamente, ora sul piano teorico, ora su quello pratico. Sul piano teorico si vuole annientare il cristianesimo per le sue radici ebraiche e – termine tecnico della LTI - «siriache»; su quello pratico si fa pressione continuamente sugli appartenenti alle SS perché escano dalla Chiesa, si cerca di fare altrettanto con gli insegnanti elementari, si imbastiscono con grande clamore processi per omosessualità contro insegnanti di scuole religiose, si rinchiudono in carceri e campi di concentramento religiosi definiti «politici».

Ma alle prime vittime del partito, i sedici caduti davanti alla Feldherrnhalle, si riservano un culto e un linguaggio come quelli riservati ai martiri cristiani. La bandiera che precedeva il loro corteo diventa la «bandiera di sangue», sfiorando la quale si consacrano le nuove insegne delle SA e delle SS. E nei discorsi e negli articoli che li riguardano non manca la frase «testimonianza di sangue». Anche chi non partecipa a queste cerimonie o non le vede al cinema si sente avvolto dai vapori sanguinosi che emanano già solo da queste espressioni devote.

Ma quando tutto questo si condensa in parole, appare manifesta la tendenza a rifarsi alla trascendenza cristiana: mistica del Natale, martirio, risurrezione, consacrazione di un ordine cavalleresco si ricollegano (nonostante il loro paganesimo) in quanto rappresentazioni cattoliche o, per così dire, «parsifaliche», alle azioni del Fuehrer e del suo partito. E la «veglia eterna» dei «testimoni di sangue» indirizza la fantasia nella stessa direzione.

In questo campo, la parola «eterno» ha sempre un ruolo straordinario; appartiene a quelle parole del lessico della LTI il cui particolare nazismo risiede solo nella spudorata frequenza del loro impiego; troppo, nella LTI, è «storico», è «unico», è «eterno». Si potrebbe considerare «eterno» come l’ultimo gradino della lunga scala dei superlativi nazisti, ma con quest’ultimo gradino si raggiunge il cielo. Eterno è un attributo esclusivo della divinità; ciò che definisco eterno viene innalzato nella sfera del religioso. «Abbiamo trovato la via per l’eternità» dice Ley durante l’inaugurazione di una scuola «Adolf Hitler» agli inizi del 1938. Agli esami per gli aspiranti allievi non è raro che venga posta una domanda trabocchetto. Si chiede: «Cosa verrà dopo il Terzo Reich?». Se un giovane ingenuo o mal consigliato risponde «il quarto» lo si esclude impietosamente (anche se possiede buone conoscenze specifiche) perché non ha le qualità richieste dal partito. La risposta giusta era: «Niente, perche il Terzo Reich è il Reich eterno dei tedeschi».

Solo una volta ho preso nota del fatto che Hitler definiva se stesso come il salvatore tedesco, facendo così uso di termini inequivocabilmente neotestamentari. Alla data del 9 novembre 1935 scrivevo: «Ha chiamato “miei apostoli” i caduti presso la Feldherrnhalle – sono sedici, ma è naturale che lui ne possieda quattro in più del suo predecessore – e durante i funerali è stato detto: “Siete risorti nel Terzo Reich”». Resta tuttavia un dato di fatto che Hitler ripetutamente ha sottolineato il suo rapporto particolarmente stretto con la divinità, la sua predestinazione, la sua filiazione divina, la sua missione religiosa. Nel corso della sua ascesa trionfante, a Wurzburg (giugno ’37) dice: «La Provvidenza ci guida, noi agiamo secondo la volontà dell’Onnipotente. Nessuno può fare la storia dei popoli e del mondo se non ha la benedizione di questa Provvidenza». Nella «giornata in memoria degli eroi» del 1940 spera «umilmente nella grazia della Provvidenza». Per anni, la Provvidenza, che lo ha eletto, compare quasi in ogni discorso, in ogni appello. Dopo l’attentato del 20 luglio 1944 afferma che l’ha salvato il destino perché la nazione ha bisogno di lui, lui l’alfiere «della fede e della fiducia».

Nei diari di Goebbels (Vom Kaiserhof zur Reichskanzlei), al 10 febbraio 1932 si riferisce di un discorso di Hitler al Palazzo dello sport: «Verso la conclusione il suo discorso assume uno straordinario, incredibile pathos oratorio e termina con la parola “amen”; questo appare così naturale che tutti ne rimangono profondamente scossi e commossi… le masse del Palazzo dello sport si abbandonano a un folle delirio…» (pag. 142 e segg).

Dal 1933 al 1945, fin quando la catastrofe di Berlino era già in pieno svolgimento, giorno dopo giorno è proseguita l’opera di divinizzazione del Fuhrer. L’accostamento della sua persona e delle sue azioni al Salvatore e alla Bibbia e sempre «tutto ha funzionato alla perfezione», senza che nessuno osasse minimamente dire qualcosa in contrario.

Nel luglio del 1934, in un discorso davanti al municipio di Berlino, Goering disse: «Tutti noi, dal più semplice membro delle SA fino al primo ministro, siamo di Adolf Hitler ed esistiamo grazie a lui». Nei manifesti elettorali del 1938, in occasione delle votazioni che dovevano confermare l’Anschluß e dare l’approvazione alla Grande Germania, si afferma che «Hitler è lo strumento della Provvidenza» e poi, in stile veterotestamentario: «Si secchi la mano che scrive no». Baldur von Schirach fa della città natale di Hitler, Braunau, una «meta di pellegrinaggio per la gioventù tedesca». Lo stesso von Schirach pubblica «Il canto dei fedeli, versi anonimi di giovani hitleriani austriaci, scritti durante la persecuzione tra il 1933 e il 1937», in cui si dice «… tanti non ti hanno mai incontrato eppure sei per loro il Salvatore» (pag. 146).

‘Quanto più uno conosce della storia letteraria e del cristianesimo, tanto più «ultraterrena» gli appare l’espressione «Terzo Reich». I riformatori medievali, che volevano purificare la Chiesa e la religione e quelli pieni di passione delle epoche posteriori, uomini di diverse opinioni hanno sognato l’avvento di un Terzo Regno, di un’epoca di perfezione che venisse dopo il paganesimo e il cristianesimo, o perlomeno dopo il cristianesimo degenerato della loro età e speravano in un Messia che avrebbe portato quel terzo regno perfetto' (pag. 151).

‘Il nazismo venne percepito da milioni di persone come un vangelo, perché si serviva della lingua del Vangelo’ (pag. 152).

 

  Conversazioni registrate ad aprile 1945, quando la sconfitta era ormai ovvia:

«Ah ma sono tutte bugie, quelle che dicono all’estero». «Ma i nemici sono ormai nel cuore della Germania e le nostre riserve sono esaurite». «Non deve dire così. Aspetti ancora una quindicina di giorni». «E cosa cambierà?». «Ci sarà il compleanno del Fuehrer; molti dicono che allora inizierà la controffensiva, che apposta abbiamo fatto avanzare il nemico, per poi annientarlo con maggiore sicurezza». «E lei ci crede?». «Sono solo un caporale; non mi intendo abbastanza di strategia per poter dare un giudizio, ma il Fuehrer ha dichiarato recentemente che vinceremo di sicuro e lui non ha mai mentito. A Hitler io credo. No, Dio non l’abbandonerà, a Hitler io credo» (pag. 140).

‘Il bavarese parlava di Hitler con molta amarezza e i due studenti gli davano ragione. Allora il sellaio dette un pugno sul tavolo: «Dovreste vergognarvi. Fate come se la guerra fosse perduta, solo perché gli americani hanno sfondato qui!». «Sì, e i russi, allora… E i Tommies… e i francesi?». Lo investirono tutti assieme, era chiaro che si era alla fine, l’avrebbe capito anche un bambino. «Non è capire che è importante, bisogna credere. Il Fuhrer non cede, il Fuehrer non può essere sconfitto, ha sempre trovato una via di uscita quando gli altri sostenevano che non c’era più. No, accidenti, capire non serve a niente, bisogna credere e io credo al Fuehrer» (pag, 141).

… incontrando un suo ex studente nel 1946, che era stato nazista, Klemperer registra questo dialogo: ‘«Non l’hanno riabilitata? Io La conosco, certo non può avere nessun crimine sulla coscienza. Aveva forse un incarico importante nel partito, ha fatto politica attiva?». «Ma no, per niente, ero un semplice iscritto». «E allora come mai non l’hanno riabilitata?». «Perché non ho fatto domanda e non posso farla». «Non capisco». Pausa. Poi, a fatica, con gli occhi bassi: «Non posso negarlo, ho creduto in lui». «Ma è impossibile che continui a crederci ancora; vede bene dove ci ha portati il regime, e tutti i terribili crimini che ha commesso ora sono sotto gli occhi di tutti». Ancora una pausa, più lunga, poi, in un soffio: «Tutto questo lo ammetto. Ma sono gli altri che lo hanno frainteso, che lo hanno tradito. In lui, in LUI, io continuo a credere» (pag. 153).

 

Brani sulle radici filosofiche dell’antisemitismo nazista

Esiste una linea diretta che, attraverso le principali tappe di un Rosenberg e dell’inglese – tedesco di elezione – Houston Stewart Chamberlain, arriva fino al francese Gobineau. Il suo Essai sur l’inègalitè des races humaines, uscito in quattro volumi tra il 1853 e il 1855, fu il primo a sostenere la superiorità della razza ariana, ad affermare che la massima, anzi l’unica espressione dell’umanità è il germanesimo incontaminato, il quale è minacciato dal sangue semitico, inferiore al punto da non poter essere neppure definito umano, capace di infiltrarsi dappertutto. Qui c’è già tutto ciò di cui il Terzo Reich ha bisogno per un suo fondamento filosofico e per la sua politica (pag. 173).

‘E tuttavia rimango ancora dell’opinione che mi ero formato negli anni crudeli: la delirante dottrina della razza, inventata per attribuire al germanesimo una posizione di privilegio e di monopolio sull’umanità e divenuta, una volta portata alle estreme conseguenze, una autorizzazione a compiere i più efferati delitti contro l’umanità, ha le sue radici nel Romanticismo tedesco. Oppure, in altre parole: il suo ideatore francese aveva la stessa mentalità, era un seguace, un discepolo, non so fino a qual punto consapevole, del Romanticismo tedesco (pag. 176).

 

Brani sull’ eloquio e carattere di Hitler

Hitler, anche quando adottava il registro della lusinga e del sarcasmo – i due registri che di preferenza alternava – parlava, meglio, gridava sempre in maniera spasmodica. Anche nello stato di massima eccitazione si può mantenere una certa dose di calma e di dignità, un autocontrollo, un sentimento di armonia con se stessi e gli altri. Tutto questo è mancato fin dall’inizio a Hitler, retore assoluto, consapevole e per principio. Persino nel momento del trionfo non era sicuro di sé, cercava di sopraffare, urlando, gli avversari, e le loro idee. Nella sua voce, nelle ritmica delle sue frasi non c’erano né imperturbabilità né musicalità, sempre e soltanto un rozzo incitamento agli altri e a se stesso. L’evoluzione da lui compiuta, particolarmente negli anni della guerra, consisté nel passare da cacciatore a selvaggina, dal convulso fanatismo alla disperazione, passando per la collera e poi per la collera impotente (pag. 78).

’La sera del discorso di Koenigsberg un collega, che aveva visto e ascoltato Hitler più volte, mi espresse una sua convinzione, che l’uomo sarebbe finito in preda a follia religiosa. Credo anch’io che tendesse a considerarsi un nuovo salvatore della Germania e che in lui l’esaltazione dettata dalla follia dittatoriale fosse in costante conflitto con il deliro persecutorio, con la conseguenza che le due patologie si esaltavano vicendevolmente; credo che proprio una malattia del genere abbia aggredito, infettandolo, il popolo tedesco,indebolito e distrutto nell’anima dalla guerra mondiale' (pag. 80).

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