Victor Klemperer - La lingua del Terzo Reich
Parte II

01/04/2016

Victor Klemperer, ebreo tedesco nato nel 1881, convertito nel 1912 al protestantesimo, è soldato nell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale. Nel 1920 diviene professore di filologia all'Università di Dresda. Le leggi razziali naziste nel 1935 gli impediscono di continuare a lavorare. Costretto a trasferirsi in una Judenhaus di Dresda, Victor Klemperer riesce ad evitare il campo di concentramento perché la moglie Eva non è ebrea. Ma il15 febbraio 1945 i nazisti decidono di deportare anche le coppie miste. Durante il bombardamento di Dresda, nella notte tra i 13 e il 14 febbraio 1945, i coniugi Klemperer approfittano del caos e fuggono dalla città mescolati agli sfollati, usando documenti contraffatti. Fin dal 1932 scrive un diario personale in cui annota come i nazisti usino la lingua per condizionare i cuori e le menti. La lingua del Terzo Reich viene da Klemperer chiamata Lingua Tertii Imperii, LTI.

Queste annotazioni, integrate da approfondimenti, vengono stampate nel 1947. In Italia sono pubblicate dalla Giuntina. Qui sotto riportiamo alcuni estratti.

 

Brani sull’istituzione del campo di concentramento

‘durante la guerra boera si parlava molto dei compounds o campi di concentramento in cui gli inglesi tenevano sotto sorveglianza i prigionieri boeri. Poi la parola scomparve completamente dall’uso linguistico tedesco. Ed ecco ora, ricomparendo all’improvviso, designa un’istituzione tedesca, una istituzione che in tempo di pace e su suolo europeo si rivolge contro i tedeschi, una istituzione permanente e non una misura temporanea, da tempo di guerra, contro dei nemici. Credo che quando in futuro si parlerà di campi di concentramento si penserà alla Germania di Hitler e solo a quella…’ (pag. 57).

 

Brani sul rapporto tra la paura e la spietatezza

C’è anche molto isterismo nelle azioni e nelle parole del governo. Una volta o l’altra si dovrebbe studiare particolarmente l’isterismo del linguaggio. Questo minacciare continuamente la pena di morte! E recentemente, l’interruzione totale della circolazione dalle 12 alle 12.40 «per svolgere indagini in tutta la Germania su corrieri e stampe ostili allo stato». E questo cos’è se non timore angoscioso, più o meno esplicito? Voglio dire che questo trucco per creare tensione, imitato dai film e dai romanzi a sensazione di stampo americano, da un lato è un mezzo propagandistico escogitato per creare un’immediata sensazione di timore, ma d’altra parte è un mezzo cui si ricorre solo per necessità, se si ha a nostra volta timore’.

‘Ma il sintomo più evidente della loro intima insicurezza lo scorgo nel comportamento dello stesso Hitler. Ieri l’ho visto in un cinegiornale sonoro: il Fuehrer pronuncia qualche frase davanti ad una vasta assemblea. Serra i pugni, storce il viso, il suo non è parlare, è un urlìo selvaggio, uno scoppio di collera: «Il 30 gennaio loro (intende naturalmente gli ebrei) hanno riso di me – gli passerà la voglia di ridere…!». In questo momento sembra onnipotente, forse lo è davvero; ma questa scena, per il tono e per i gesti, dà la netta impressione di una collera impotente. E si parla costantemente di durata millenaria e di nemici annientati, come fa lui, se si è sicuri di questa durata e di questo annientamento? Sono uscito dal cinema quasi con un barlume di speranza.

 

Brani su l’abuso di termini tecnici come segno della meccanizzazione della persona

La meccanizzazione inequivocabile della persona rimane riservata alla LTI, la cui creazione più caratteristica e probabilmente anche la più precoce in questo campo è il verbo «gleichschalten» [sincronizzare, livellare, uniformare]. Par di vedere e di sentire il pulsante che fa assumere a persone, non a delle istituzioni, non a istanze impersonali, posizioni e movimenti automatici uniformi: insegnanti di istituti diversi, gruppi di impiegati di varie amministrazioni, membri dello Stahlhelm e delle SA ecc. ecc. vengono «uniformati» quasi all’infinito.

Non esiste nella LTI alcun altro esempio di abuso di parole tecniche che faccia apparire così scopertamente la tendenza all’automatizzazione e alla meccanizzazione come questo gleichschalten (pag. 196-197).

Ma c’è una frase di Goebbels molto più forte di questo paragone, che in fin dei conti mantiene una linea divisoria tra l’immagine e l’oggetto con cui lo si paragona; una frase che è molto più incisiva ai fini di quella visione meccanicistica che si vuol creare: «In un tempo non troppo lontano funzioneremo nuovamente a pieno regime in tutta una serie di settori». Ora non veniamo più paragonati a macchine, siamo noi stessi macchine. Noi: vale a dire Goebbels, il governo nazista, la totalità della Germania hitleriana cui si deve infondere coraggio in quella situazione disperata di terribile sconforto; il predicatore Goebbels, il padrone del linguaggio non paragona sé e tutti i suoi fidi a macchine, no, vi si identifica (pag. 198).

 

Brani su l’oratoria e il potere politico nel fascismo, comunismo, nazismo

23 ottobre 1932 - Klemperer vede il film ‘Dieci anni di Fascismo’ al consolato italiano di Dresda.

Per la prima volta vedo il Duce e lo sento parlare. Nel suo genere il film è un capolavoro. Mussolini parla alla folla raccolta sotto il balcone del castello, a Napoli; riprese della massa, primi piani dell’oratore, parole di Mussolini e acclamazione della folla si alternano. Si può vedere come il Duce a ogni frase si gonfi, letteralmente, come dopo qualche passaggio più pacato torni sempre a improntare l’espressione del corpo e del viso alla massima energia e tensione; il tono del suo predicare appassionato ha qualcosa di rituale, di chiesastico, le frasi che emette sono sempre brevi, come frammenti di liturgia; chiunque non abbia forti difese intellettuali, davanti a quelle frasi ha una reazione emotiva, anche se non ne capisce il senso, anzi proprio perché non lo capisce (pag. 73).

‘Ma come l’appellativo di Fuehrer altro non è che la forma tedesca dell’italiano Duce e la camicia bruna una variante della camicia nera e il saluto nazista un’imitazione del saluto fascista, così in Germania si conformano all’esempio italiano tutti i film imperniati su queste scene, usati poi come propaganda, e anche la stessa scenografia, col discorso del Fuhrer al popolo riunito. In ambedue i casi quel che conta è mettere il capo a diretto contatto con il popolo, con tutto il popolo, non solo con i suoi rappresentanti.

È stata la grande idea della Russia sovietica, quella di sfruttare le nuove scoperte tecnologiche, radio e cinema, per dilatare all’infinito il metodo degli antichi e di Rousseau, necessariamente limitato nello spazio, di far sì che chi era alla guida dello stato si rivolgesse veramente e di persona «a tutti», anche se questi «tutti» erano milioni, anche se migliaia di chilometri dividevano i vari gruppi. Così, fra tutti i mezzi e i doveri propri dello statista, il discorso riacquistava quell’importanza preminente che aveva posseduto ad Atene, anzi ne acquistava una ancora maggiore perché ora al posto di Atene c’era un intero paese e addirittura più di un paese (pag. 74).

‘Il discorso è come incrostato in quella cornice in cui è messo in scena, è un’opera di arte totale che si rivolge contemporaneamente all’occhio e all’orecchio, ma molto di più a quest’ultimo perché il rumoreggiare della folla, i suoi applausi, la sua disapprovazione hanno un forte impatto sull’ascoltatore isolato, almeno altrettanto forte quanto il discorso stesso (pag. 75).

 

Brani su l’organizzazione totalitaria

‘La volontà di totalizzazione portò a creare un grandissimo numero di organizzatori, che arrivarono a comprendere perfino i ragazzini e addirittura i gatti! Non mi fu più permesso di pagare una quota per i miei gatti alla società protettrice degli animali perché nella «organizzazione tedesca dei gatti» - non scherzo, così si chiamava il bollettino di informazioni della società, divenuto organo del partito – non c’era più posto per quegli animali che, dimentichi della purezza della razza, continuavano a rimanere in casa di ebrei. Più tardi ce li tolsero, anche, i nostri animali domestici: gatti, cani e persino canarini vennero portati via e uccisi, non in casi isolati o per spregio a opera di singoli, ma per ordini superiori e con sistematicità; ecco una delle crudeltà di cui non si è parlato in nessun processo di Norimberga e per le quali, se potessi, rizzerei una forca alta quanto una torre, dovesse costarmi la salvezza eterna’ (pag. 132-133). 

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