Il 12 settembre 2012
in Libia

13/09/2012

Due avvenimenti quasi contemporanei fra di loro indicano chiaramente quale sarà il nodo centrale della politica libica nei prossimi anni:

·      l’attacco al consolato USA a Bengasi da parte di milizie islamiste organizzate;

·      la nomina a vice presidente di Abu Shagour da parte del parlamento libico. Abu Shagour ha la doppia cittadinanza libica e statunitense, prima della rivoluzione libica  lavorava alla NASA per il Ministero della Difesa americana (foto a lato).

La popolazione libica è profondamente divisa al suo interno in fazioni strutturate sia su base etnica che religiosa, e gruppi salafiti legati ad al-Qaeda e opposti al nuovo governo instaurato a Tripoli sono da tempo arroccati in Cirenaica (vedi Gli islamisti in Libia).

Bengasi ha avuto un ruolo fondamentale nella cacciata di Gheddafi, ma poi il Consiglio Nazionale di Transizione si è trasferito a Tripoli, Tripoli è rimasta la capitale riconosciuta del paese, e questo dispiace alle tribù della Cirenaica, che aspirano a una maggiore autonomia, soprattutto nella gestione degli utili del gas e del petrolio della Cirenaica, che costituiscono la maggior parte delle risorse dello stato libico (vedi mappa a lato).

Nel nuovo governo libico alcune persone di spicco hanno vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove hanno presumibilmente avuto rapporti di collaborazione con l’intelligence. L’attuale presidente del Congresso Nazionale, Mohamed Magariaf, è la persona che nel 1981 fondò il Fronte di Salvezza Nazionale Libico, che operò contro Gheddafi dall’esilio, godendo del sostegno americano. Anche il comandante delle forze armate del Consiglio Nazionale di Transizione, generale Khalifa Haftar, è stato in esilio negli USA negli anni ’90.   

Il nuovo governo di Tripoli ha molto bisogno di consiglio e di aiuto per organizzare le strutture dello stato che possano mantenere  ordine nel paese, rendendo inoffensive le milizie jihadiste e quelle tribali. Negli ultimi mesi si è molto discusso di possibili accordi di collaborazione fra Libia e USA su questioni di sicurezza. Ora l’attacco al consolato Usa e l’uccisione dell’ambasciatore portano drammaticamente alla ribalta internazionale il pericolo che i paesi della ‘primavera araba’ divengano campi di battaglia del terrorismo islamista,  e che senza l’aiuto  degli USA e dell’occidente i governi legittimamente al potere finiscano con l’essere travolti. Questo pone ai nuovi governanti – per lo più membri della Fratellanza Musulmana – la necessità di una scelta di fondo: combattere apertamente il fondamentalismo jihadista con l’aiuto dell’occidente, con il rischio di  perdere il sostegno di una parte consistente della  popolazione o cercare accordi con gli estremisti? La scelta ragionevole è una sola ed è ovvia: con il terrorismo jihadista è impossibile raggiungere accordi di lunga durata per esercitare il potere senza violenza e favorire lo sviluppo del paese.  

Ma quanto saranno disponibili i nuovi leader islamici arabi, ed i loro sostenitori, ad accettare compromessi con i valori laici dell’occidente, per consolidare ed esercitare il potere in modo ordinato?

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