Da Gheddafi
ai fatti di Bengasi

24/09/2012

 

Liberamente tratto da un’analisi di George Friedman per Stratfor.

Nell’analizzare l’attacco al consolato americano della scorsa settimana, che ha provocato la morte di quattro diplomatici americani, si deve innanzitutto sottolineare che non a caso ha avuto luogo a Bengasi, la città che più di ogni altra si è opposta al regime di Gheddafi.

Il dittatore aveva detto di esser pronto a sterminare i suoi oppositori di Bengasi e fu proprio questa minaccia a innescare l’intervento della NATO in Libia, in seguito al quale si riteneva che il regime sarebbe rapidamente capitolato, spalancando le porte alla democrazia.

Che Gheddafi fosse capace di uccisioni di massa è sicuramente vero, mentre l’idea che sarebbe caduto rapidamente non era così corretta. Ma la supposizione più errata in assoluto è che all’intervento sarebbe necessariamente seguita la democrazia. Ciò che ne è scaturito in Libia è ciò che ci si deve aspettare quando una potenza straniera rovescia un governo senza poi imporre la propria autorità: instabilità e caos.

L’opposizione libica era composta da un insieme caotico di tribù, fazioni e ideologie diverse, che poco avevano in comune a parte la resistenza al regime di Gheddafi. Una manciata di persone volevano instaurare una democrazia di stampo occidentale, ma parevano leader solo agli occhi di coloro che volevano l’intervento; il resto dell’opposizione era composta da tradizionalisti, militaristi e islamisti.

Gli oppositori di un tiranno danno per scontato che deporlo migliorerà la vita delle vittime. Questo può essere vero, ma non c’è alcuna garanzia che gli oppositori di un tiranno non violeranno i diritti umani proprio come faceva il tiranno stesso. Ancor meno certo è che un’opposizione troppo debole e divisa per rovesciare un tiranno possa unirsi e formare un governo dopo che l’intervento di una potenza straniera fa cadere il regime. Il risultato più probabile è il caos, a vincere sarà la fazione più organizzata e meglio armata, che difficilmente riuscirà a formare una maggioranza e non tollererà chi si oppone.

L’intervento in Libia è stato basato su un presupposto che ha poco a vedere con il mondo reale, ovvero che l’eliminazione di un tiranno condurrà alla libertà. Certo, può accadere, ma non ci sono garanzie che le cose vadano davvero così. Gli attivisti occidentali per i diritti umani credono che, una volta liberata dalla tirannia, qualunque persona ragionevole voglia fondare un ordine politico improntato ai valori occidentali. Ma l’alternativa a un criminale può essere semplicemente un altro criminale. È una questione di potere e volontà, non di filosofia politica. Dalla caduta del regime può scaturire il caos più totale, una lotta senza fine che non conduce ad altro che a sofferenze.  

Ma la ragione principale per cui gli attivisti occidentali per i diritti umani possono vedere svanire le loro speranze è il possibile rifiuto della democrazia liberale di stampo occidentale da parte di coloro che si sono liberati di un regime autoritario. L’opposizione può infatti abbracciare la dottrina dell’autodeterminazione nazionale, o anche della democrazia, ma instaurare un regime i cui principi fondativi si scontrano con le nozioni occidentali di libertà e diritti della persona. Mentre alcuni tiranni sono semplicemente assetati di potere, altri regimi che agli occhi dell’Occidente paiono tirannie sono considerati nel loro mondo sistemi morali che vedono se stessi come modelli di vita superiori.  

C’è un paradosso nel sostenere il principio del rispetto delle culture straniere, ma poi pretendere che aderiscano ai basilari principi occidentali. Si deve scegliere tra i due approcci. È poi necessario comprendere che alcuni possono avere principi morali differenti, che vanno rispettati, ma al tempo stesso essere nemici della democrazia liberale. Rispettare un altro sistema morale non significa semplicemente abdicare ai propri interessi e ai propri principi.

L’approccio della NATO in Libia presuppone che la deposizione di un tiranno conduca necessariamente alla democrazia liberale. O almeno, questa è stata la lente attraverso la quale l’Occidente ha osservato e commentato la Primavera Araba, quando si pensava che regimi corrotti e tirannici sarebbero caduti e ne sarebbero sorti altri improntati ai valori occidentali. Implicita in questa speranza c’era un grossolano errore di valutazione riguardo la forza di questi regimi, l’eterogeneità delle opposizioni e delle forze che probabilmente ne sarebbero emerse.

Gli eventi della scorsa settimana rappresentano le conseguenze indirette della rimozione di Gheddafi. Gheddafi era spietato nella repressione dell’islamismo radicale, come lo era in altri ambiti. Venuta meno la sua repressione, la fazione islamista radicale dimostra di aver pianificato con cura l’assalto al consolato americano a Bengasi e di aver sfruttato al meglio il pretesto fornito dal video che diffama il profeta Maometto. Mentre prima la loro influenza pareva in declino, ora gli islamisti libici si sono dimostrati una forza con la quale fare i conti e hanno riaffermato la propria importanza ben oltre i confini del paese. Quanto possa ancora crescere il loro potere è difficile dirlo, ma di certo stanno agendo con efficacia per raggiungere questo obiettivo. Non è chiaro se esista una forza in grado di reprimerli e quale possa essere. Non è chiaro neanche quanto slancio questi eventi possano aver dato ai jihadisti della regione, ma certo la NATO, e più precisamente gli Stati Uniti, si trovano nella difficile posizione di doversi impegnare in un’altra guerra nel mondo arabo − in un paese e in un momento che non sono stati scelti da loro − o di lasciare che la situazione evolva e sperare in bene.

Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti non sono in grado di occupare o pacificare la Libia, né questa sarebbe una priorità nazionale tale da giustificare la guerra. Rimuovere Gheddafi era una scelta moralmente difendibile, ma non senza l’assunzione di responsabilità per il dopo-Gheddafi. Il problema della Libia è che una parte considerevole della sua popolazione rifiuta i valori occidentali per ragioni morali e un’altra − quella dei combattenti − li considera inferiori a quelli islamici.

Questa realtà non si limita certo alla Libia, ma è propria di tutto il mondo arabo e la Siria ne è il miglior esempio. Ancora una volta l’idea è che la rimozione di un tiranno, Bashar al Assad, porterà a un’evoluzione in grado di trasformare la Siria. Si dice che l’Occidente deve intervenire per proteggere l’opposizione siriana dalla macelleria del regime di Assad. Questa può essere una tesi sostenibile, ma non semplicemente sulla base che, eliminato politicamente Assad, la Siria diventerà democratica. Perché questo avvenga serve un cambiamento molto più profondo dell’eliminazione di Assad.

Liberarsi di un tiranno quando si è potenti quanto lo sono gli Stati Uniti e la NATO è facile. Il problema è che cosa accade poi. Che sia un leader liberale democratico e nazionalista a prendere in mano le redini del paese è un’evoluzione possibile, ma certo non la più probabile, a meno che non si sia disposti a occupare il paese. E se si è pronti a occupare, si deve essere altrettanto pronti a combattere contro un popolo che non vuole che siano altri − indipendentemente dalle loro intenzioni − a determinare il suo futuro.

A cura di Valentina Viglione

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