Cipro
e la crisi di fiducia nell'UE

27/03/2013

La crisi cipriota ha varcato una linea invisibile ma sostanziale nella concezione che della finanza e della politica hanno i cittadini europei.  Nei giorni scorsi la popolazione cipriota ha visto il suo presidente discutere con burocrati dell’UE (non eletti) e con rappresentanti di altri Paesi membri il futuro dei depositi bancari del Paese, alcuni dei quali appartengono a benestanti russi, ma la maggior parte dei quali appartiene ai cittadini ciprioti del ceto medio, insegnanti o pensionati.

Il governo cipriota, l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno concordato non un salvataggio tradizionale (grazie al quale il Paese in difficoltà riceve l’intera quantità di fondi necessari), ma la copertura internazionale di due terzi della cifra necessaria, mentre il rimanente terzo deve essere addebitato a che ha depositato il denaro nelle banche ora in crisi.  E’ un accordo gradito dalla Germania che non vede di buon occhio i salvataggi e ancor meno il salvataggio di un’isola accusata di ambigue connessioni con il denaro russo. In altre parole l’Unione Europea ha costretto Cipro a mettere in pericolo la parte più importante del suo settore economico, ovvero le banche, per 6 miliardi di euro.. È vero che il risanamento del sistema finanziario e fiscale dei paesi europei è un obbiettivo importante nel medio e lungo periodo, ma si corre il rischio che il sistema muoia per eccesso di cure volte a debellare i sintomi, non la causa della malattia (l’insufficienza ed inefficienza delle regole del capitalismo finanziario globale).  

Ma il danno peggiore è per l’immagine politica dell’Unione e dei governi europei.  La crisi cipriota dice al resto d’Europa che l’UE è incapace di proteggere gli interessi dei propri cittadini.  D’altronde fin dall’inizio della crisi le misure di austerità ? proposte dall’Unione Europea e applicate dai governi nazionali ? hanno indebolito la fiducia popolare nell’Unione e nei suoi principali esponenti politici, in quanto tali misure hanno creato recessione e alti tassi di disoccupazione.  In molti casi il sentimento anti-europeo diviene sentimento anti-tedesco, grazie alle semplice equazione che vede in Berlino il principale sponsor dell’austerità.

Senza un colpo d’ala, senza una spinta decisiva verso l’integrazione politica dei Paesi europei, che li accomuni palesemente in un destino unico, e che restituisca ai cittadini elettori la possibilità di essere governati da persone di loro scelta, anziché subire le decisioni di istituzioni finanziarie e di burocrazie internazionali prive di rappresentatività e di responsabilità politica, l’Unione Europea diverrà – prima o poi – un’istituzione odiosa e obsoleta.

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