E Gesù venne in Gerusalemme ed entrò nel tempio
di Alfredo Mordechai Rabello

13/05/2013

Alfredo Mordechai Rabello Università Ebraica di Gerusalemme

 

E Gesù venne in Gerusalemme ed entrò nel Tempio

(Marc. 11,11): assetto socio-politico di Gerusalemme e  funzione istituzionale del Tempio.

in Il processo contro Gesù (a cura di F. Amarelli e F. Lucrezi), Napoli, 1999, pp. 39-63,

 

1 Da dove veniva?

Da dove veniva Gesù? Cosa si proponeva di fare a Gerusalemme? Com’era la Gerusalemme che vide Gesù? Che significato aveva il Santuario del D-o unico? Gesù veniva dalla Galilea, ove aveva iniziato il suo cammino verso Gerusalemme, probabilmente con l’intenzione di proclamare li` la sua messianicita` di fronte al popolo, durante la festa di Pesach, quando appunto il popolo ebraico si trovava in gran numero a Gerusalemme, in occasione del pellegrinaggio tradizionale; anche Gesù “desidero` vivamente di mangiare” con i suoi discepoli l’agnello pasquale (Luca, 22,15), e cosi` si incammino` verso Gerusalemme: “Partiti di la` attraversaron la Galilea e Gesù non voleva che alcuno lo sapesse...” (Marco 9,29); “Giunsero a Cafarnao, e quando furono in casa...”(Marco 9,32): ci troviamo nel mese di Adar, il mese cioe` che precede il mese di Nisan, in cui cade la Pasqua ebraica,  il mese in cui vengono pagati i sicli per il Santuario, come prescrive - in base al precetto biblico (Esodo,30 11 ss.) - la Mishnah di Shekalim (1,1;3,1); era questa una attivita` permessa dal governo romano in tutte le zone dell’Impero,  al fine di far funzionare il Santuario anche con le offerte raccolte fra gli Ebrei della Diaspora (non mancheranno tuttavia le eccezioni, come quella di governatori tipo Flacco, difeso da Cicerone nel suo Pro Flacco). Li`, a Kfar Nachum, secondo il nome originale ebraico (“Villaggio di Nachum” o Cafarnao), suo luogo di residenza ufficiale,  Gesù pago` il mezzo siclo,  per adempiere il suo dovere di ebreo: “Quando furon giunti a Cafarnao si avvicinarono a Pietro quelli che riscuotevano il didramma, e gli domandarono: <>

<> rispose Pietro”. (Matt.17, 23-24).

Essendo pertanto in cammino per salire a Gerusalemme, Gesù precedeva i discepoli, che stupiti e timorosi lo seguivano” (Marco10,32): ancor oggi, nell’ebraico moderno, diciamo “salire a Gerusalemme”; non si va a Gerusalemme, si sale a Gerusalemme, si sale materialmente e spiritualmente. Gesù sale dunque a Gerusalemme, ma non attraverso la strada piu` breve per chi viene dalla Galilea, e cio` per evitare di passare attraverso la Samaria, ove vi era il timore che i Samaritani assalissero i pellegrini durante le feste di pellegrinaggio (come accadra`, secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio, nel 49 E.V., Antichita`, 20,6,1); del resto Gesù non sembrava particolarmente interessato ai Samaritani, se ai suoi discepoli dara` le seguenti istruzioni: “Non andate tra i Gentili e non entrate nelle citta` dei Samaritani...” (Matteo, 10,5), anche se prima aveva avuto contatto con una samaritana della citta` di Samaria (Giovanni, 4,9). Per evitare, dunque, pericoli Gesù preferisce prendere la strada piu` lunga, ma probabilmente piu` sicura, quella cioe` della valle del Giordano, arrivando fino a Gerico (Marco, 10,47; Matt. 20,31) e di li` iniziando la salita per Gerusalemme. Gia` a Gerico Gesù, a differenza dei suoi discepoli, non vuole piu` mantenere la sua messianicita` nascosta; da Gerico Gesù giunse, pochi giorni prima della Pasqua, a Bethania, nella parte piu` orientale del Monte degli Ulivi (la odierna El ‘Azariye) ed a Bethphaghe, sempre sul Monte degli Ulivi (Marco, 11,1). Sara` questo il luogo che Gesù sentira` come piu` sicuro di Gerusalemme e dove decidera` di trascorrere la notte: “usci` dalla citta` e se ne ando` a Bethania, ove passo` la notte” (Matteo, 21,17). E` questo il luogo che si trova di fronte al Monte del Tempio, separato dalla Citta` dalla Valle del cedro, e da cui si ha una visione della Citta`. Dal Monte degli Ulivi Gesù discese, con i suoi discepoli, alla volta di Gerusalemme e del monte del Tempio; Gesù entro` nel Santuario attraverso la porta conosciuta dalla tradizione ebraica come la “Porta della misericordia” (Shaar harachamim) e da quella cristiana come Porta Aurea. Qui egli viene accolto come venivano accolti i pellegrini durante le feste di pellegrinaggio, col verso dei Salmi, 118, 26: “Sia benedetto colui che viene nel nome del Signore, lo benediremo dalla Casa del Signore” (Cfr. Midrash, Tehilim, 118, ed. Buber, p. 488).

 

1. Come si presentava Gerusalemme

Cerchiamo di vedere ora  come si presentava Gerusalemme.

La Gerusalemme che visito` Gesù era una Gerusalemme assai divisa, piena di tensione, in particolare in seguito alla pesante amministrazione romana al tempo dei procuratori (6-41 E.V.); ci trovavamo al tempo di Tiberio (14-37) ed il procuratore attuale era, come e` noto, Ponzio Pilato (26-36 E.V.): tale tensione aveva senz’altro i suoi effetti negativi anche nei rapporti interni fra gli Ebrei stessi. E` vero che Tacito, riferendosi a Tiberio, scrive con la ben nota concisione: “Sub Tiberio quies” (Historiae, 9,2); si, nella terra di Giudea tutto era apparentemente tranquillo; certo era tranquilo in paragone a quello che sara` poi, non vi era ancora una aperta ribellione, ma i motivi di tensione erano gia` ben esistenti, come per esempio con il problema del censimento, con quello annesso di denunciare allo stato romano i propri beni per pagare poi le tasse: la maggior parte del popolo sembrava disposto a farlo, anche grazie all’opera di persuasione del Sommo Sacerdote, ma non mancarono coloro, come Giuda Galileo, che vedevano in questo un segno di schiavitu` in contrasto con il dovere di essere schiavi solo di D-o (Giuseppe Flavio, Antichita`,4,5). E` da tener presente che i Sommi Sacerdoti di questo periodo venivano nominati dal procuratore romano e venivano cambiati con grande frequenza; l’unico che riusci` a rimanere in carica per diciott’ anni fu Giuseppe Caifa, probabilmente perche` collaboro` con il procuratore romano; di recente sono state scoperti, a sud di Gerusalemme, gloschemi con il nome “Caifa”: si tratta probabilmente della tomba di famiglia del Sommo Sacerdote Caifa.

Pilato inizia il suo periodo come procuratore ( o forse come prefetto?) romano in Giudea provocando il malcontento degli Ebrei; racconta Giuseppe Flavio: “Pilato, governatore della Giudea, tratto fuori l’esercito da Cesarea e mandatolo in Gerusalemme a svernare, in dispetto delle leggi giudaiche, v’introdusse le effiigie di Cesare, che impresse vedevansi sulle bandiere; mentre la nostra legge ne divietava il lavoro di qualsiasi immagine; e percio` i governatori passati avevano fatto l’ingresso in citta` con bandiere foggiate altramente. Pilato fu il primo, che senza persona avvedersene, poiche’ fu notturno l’ingresso, reco` in Gerusalemme e vi pose coteste immagini; il che, com’ebbero i Giudei risaputo, si` furono a molti insieme in Cesarea, dove stettero supplicando piu` giorni a Pilato, che altrove trasferisse le effigie. Orta egli non li mando` esauditi...Quegli all’incontro gettatisi al suol bocconi e nudatisi il collo protestavano, che di buon grado torrebbono la morte, anziche’ trascurare l’osservanza delle loro leggi. Pilato a tale costanza e a tale amore per le leggi stordito trasporto` senz’indugio da Gerusalemme le immagini in Cesarea” (Antichita`,18,55-59, nella traduzione dell’abate F.Angiolini, Firenze, 1842).

Poco dopo Pilato provoco` nuovamente la popolazione ebraica stabilendo che il denaro che era stato raccolto per il Santuario di Gerusalemme venisse destinato invece per le spese per l’acquedotto. “Quelli pero` non amavano tal lavoro; onde raccoltisi insieme a molte migliaia intimavangli con ischiamazzi, che desistessero dall’opera; taluni ancora, com’e` costume del volgo, dicevangli villania; ond’egli senz’altro fare colloco` una gran moltitudine di soldati sott’abito cittadinesco, dove piu` agevole fosse il chiudere in mezzo i Giudei malcontenti, e ciascuno di loro portava sotto le vesti un pugnale; indi egli ordino` a’ Giudei, che si ritirassero... sicche’ i meschini colti senz’armi da gente ben allestita in lor danno quivi restarono morti in gran parte, e il restante feriti salvaronsi con la fuga. Cosi` ebbe fine il tumulto” (Antichita`,18,60-62; cfr. Bellum, 2,175-177). E` difficile dire se dobbiamo spiegare queste azioni di Pilato come ispirate ad avversione per gli Ebrei o ad incomprensione; quello che e` certo che esse provocarono ostilita` e tumulti degli Ebrei contro il conquistatore romano, ed odio in particolare contro Ponzio Pilato. Fra l’altro Pilato dimise ben quattro Sommi Sacerdoti. Anche il Vangelo di Luca riferisce un episodio che testimonia l’avversione esistente fra Pilato ed il popolo ebraico: “Nello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue era stato da Pilato mescolato con quello dei loro sacrifici” (Luca, 13,1). La strage dei Galilei, ordinata da Ponzio Pilato, e di cui non sappiamo da altra fonte, avvenne sicuramente nel Santuario stesso, mentre i Galilei venivano ad offrire i loro sacrifici. Anche il racconto della morte di Gesù, condannato con altri due ebrei, dimostra in quale clima di tensione e di odio ci si trovasse ed il carattere del procuratore romano; nel Vangelo di Marco (15,6) si fa presente che Bar Aba (o Barabba, cioe` “figlio del padre”) e` stato imprigionato e legato insieme ad altri ribelli “per aver ammazzato in una sommossa”: ci troviamo quindi chiaramente di fronte a dei ribelli contro Roma e possiamo quindi comprendere l’appoggio popolare di cui godevano.

Neppure fra i discendenti di Erode, tradizionalmente amico dei Romani, e Ponzio Pilato correvano buoni rapporti: Luca (23,12) racconta infatti che fra di loro correvano rapporti di inimicizia. Infine anche Filone d’Alessandria ci riferisce che Ponzio Pilato provoco` un ulteriore tumulto a Gerusalemme per aver voluto introdurre, attraverso la reggia d’Erode,  scudi con il nome dell’imperatore, seppure, questa volta, senza immagini; a seguito dell’intervento di Erode Antipa presso Tiberio, l’imperatore dette ordine che gli scudi fossero trasferiti a Cesarea (Philo, Leg. Gai. 299-305). Filone dice che Pilato era “intransigente, testardo e duro”, e tra i difetti del suo operato egli elenca “la frode, la violenza, la ruberia, la tortura, le offese, le frequenti esecuzioni senza processo e una crudelta` costante e intollerabile”. E` probabile che la politica di Pilato sia stata ispirata a quella antisemita di Seiano e dall’assenza di un procuratore nella provincia di Siria, che potesse rendere Pilato piu` mite. Con la caduta di Seiano a Roma (31 E.V.), anche la politica di Pilato si fece meno violenta; nelle monete che fece coniare nel 32, l’ultimo anno di cui abbiamo sue monete, non appaiono piu` in esse segni pagani che potessero offendere gli Ebrei.

Da un lato la Gerusalemme al tempo di Gesù non aveva statue pagane o statue con l’effigie degli imperatori; dall’altro vi erano alcuni fattori comuni che provocavano incontentezza nella popolazione e facilitavano la creazione di sommosse, come il concentramento di soldati romani durante le feste, per timore di insurrezione quando la citta` era piena di gente; la continua presenza di legionari romani; il diritto dell’autorita` romana di nominare sommi sacerdoti; il controllo sull’attivita` cultuale nel Santuario da parte del procuratore romano, che manteneva presso di se` le vesti del sommo sacerdote. Era quindi evidente a tutti che Roma era la padrona suprema; il tributo che le veniva pagato era pesante e la esazione era affidata ad imprenditori privati o “pubblicani”. I sacerdoti sadducei ed i saggi farisei erano normalmente contrarii ad atti di violenza contro Roma, ritenendo che la liberazione sarebbe arrivata, al tempo prestabilito, dal Cielo; e` questo il clima in cui si rinforzarono le credenze messianiche, interpretate pero` da molti come un incitamento alla rivolta, sull’esempio di quello che era accaduto due secoli prima, con la rivolta maccabaica e Giuda Maccabeo ed e` questo il clima in cui si svolse la predicazione religiosa-sociale del Galileo Gesù, nei giorni di tensione della Pasqua, quando una grande folla proveniente da ogni parte del paese e dalla diaspora. si trovava a Gerusalemme.

Questa era la situazione che Tacito aveva definito “Sub Tiberio quies”...

 

2. Assetto sociale di Gerusalemme: Sadducei, Farisei ed Esseni

Nella letteratura del Secondo Tempio Gerusalemme e` considerata la citta` scelta da D-o, la citta` santa, residenza del Nome divino; tutta la citta` e` santa, ma una santita` speciale aveva il Santuario, che si trovava nella citta` (si veda la Mishnah di Kelim, 1, 5 ss. con l’elenco dei dieci gradi di santita` da Erez Israel a Gerusalemme ed al Santuario).

La societa` ebraica del tempo era divisa in particolare fra Sadducei, Farisei ed Esseni.

Dato il posto che aveva il Santuario nella vita del popolo e di Gerusalemme, si puo` comprendere come un posto speciale fosse serbato ai cohanim ghedolim o Sommi Sacerdoti ed anche ai semplici cohanim o sacerdoti, incaricati del servizio divino nel Santuario; tali famiglie erano aristocratiche e, generalmente, ricche (cfr. Giuseppe Flavio, Vita, 1).  Essi appartenevano alla famiglia di Zadok e ad altre poche famiglie; chi era considerato appartenere ad una famiglia di cui non vi era dubbio che la purita` sacerdotale era stata osservata di generazione in generazione, dal sacerdote Aharonne, fratello di Mose`, fino a quei giorni, poteva partecipare al lavoro nel Santuario ed essere nominato Sommo Sacerdote; costui svolgeva anche attivita` politica e la sua nomina dipendeva ora dal procuratore romano. I sacerdoti appartenevano per lo piu` ai Zdukim o Sadducei (il nome deriva dal sommo sacerdote Zadok), che non prestavano fede alla tradizione orale: per loro esisteva soltanto la Torah scritta, che si doveva rispettare alla lettera (a meno che non avessero anch’essi una chiara tradizione contraria). Ciononostante la tradizione conosce alcuni Sommi Sacerdoti che appartenevano ai Farisei, come Shim’on hazaddik e Jehoshua ben Gamla. La divisione fra Sadducei e Farisei non era soltanto una divisione nell’interpretazione della Torah; anche dalle fonti talmudiche che ci riportano delle discussioni esistenti ci si puo` rendere conto che si tratta di due correnti spirituali e sociali; fra l’altro i Sadducei non credevano nella risurrezione dei morti , nella vita dell’anima nel mondo futuro e negli angeli. Nonostante che all’inizio i discendenti di Zadok ed i Maccabei fossero divisi, all’epoca di Gesù essi si erano ormai riuniti, grazie anche a legami famigliari. Gia` durante l’ultimo periodo d’esistenza del Santuario possiamo notare che i Sadducei si sentono obbligati a seguire le opinioni dei Farisei; la distruzione del Santuario non costituira` la vittoria del Farisaismo, ma rendera` evidente una situazione che ormai esisteva de facto da tempo. Infatti doveva essere difficile per un Sommo Sacerdote cercare di non agire secondo l’insegnamento della Legge Orale, una volta che i Farisei avessero spiegato al popolo cosa tale Legge richiedesse; la Mishnah ci riporta che nei casi che il Sommo Sacerdote si trovasse da solo nel Servizio divino, egli era obbligato a giurare che avrebbe agito secondo la Legge Orale. I Sadducei, come partito, scomparvero con la caduta del Santuario, anche se il loro insegnamento avra` ancora influenza nell’Ebraismo posteriore e ne troviamo tracce ancora nel VI secolo (come possiamo apprendere dalla Novella 146 di Giustiniano).

L’origine dei Prushim o Farisei , risale ai tempi di Esdra; il nome indica separazione dall’impuro, dal male e si identifica con kedushah, “santita”, che si ottiene con l’unione al Signore e con l’osservanza delle sue Mizvoth o precetti; i Farisei hanno sottolineato che accanto alla Torah scritta ne esiste una orale, che viene a spiegarla ed a completarla; la Torah non viene spiegata da loro letteralmente. Essi sottolineano che il dovere di studiare Torah incombe su tutto il popolo ebraico ed ognuno ha il dovere di adempiere le Mizvoth, o precetti del Signore, in ogni settore della vita, in ogni momento. Essi hanno educato il popolo ad essere fedele a D-o ed alla Sua Torah in ogni frangente, ma hanno anche stabilito che non si puo` imporre una regola che la maggior parte del pubblico non e` in grado di osservare.

Essi ritengono che il sacerdozio non ha nulla di particolare in suo favore rispetto ad un altro uomo di fronte a D-o; essi insegnano che una persona semplice del popolo che ha studiato Torah, perfino un bastardo conoscitore della Torah ha la precedenza su un Sommo Sacerdote ignorante (Mishnah, Orayot, III,8). Quello che conta e` la fede (“il giusto vivra` nella sua fede”, Abacuc, 2.4 e Talmud Babilonese, Trattato Maccot, 24a) unita allo studio ed all’osservanza della Halachah: a questo chiunque puo arrivare, senza aver bisogno, cioe`, di intermediari e di essere sacerdoti. I Farisei adoperarono prima di tutti l’espressione Avinu shebashamaim (= Padre nostro che  sei nei Cieli): tale Padre non aveva bisogno di intermediari per comunicare con i suoi figli: “Dalla terra al Cielo- diceva un Rabbino- c’e` un cammino di cinquecento anni, ma non appena un uomo sospira o magari medita una preghiera, D-o e` li` ad ascoltarlo” (Devarim Rabbah 2,10). La loro forza era grande in seno al popolo, essi si consideravano le guide del popolo e naturalmente essi si trovavano all’opposizione dei Sadducei, che rappresentavano la aristocrazia; essi seppero confortare il popolo e salvarlo dalle rovine della distruzione del Santuario. Essi ritenevano, per esempio, che il sacrificio pubblico dovesse provenire dall’offerta di tutto il popolo, e non dai doni di singoli: e` evidente in questo il tentativo di limitare l’influenza dei ricchi sacerdoti e dare piu` importanza a tutto il popolo. Cosi` essi permisero anche i sacrifici dei peccatori (Mishnah, Chulin, 5,1).  Si puo pertanto comprendere come Paolo si esprima: “secondo la piu` squisita setta della nostra religione, son vissuto Fariseo” , anche se non e` da vedere nei Farisei, specialmente dopo la caduta del Santuario, una setta vera e propria, ma piuttosto la maggior parte del popolo ebraico (non mancano tuttavia studiosi che sostengono che a un certo momento essi siano divenuti un partito politico): e` certo tuttavia che essi hanno dovuto prendere posizione di fronte alla dinastia asmonaica e ai suoi sacerdoti, al governo romano ed ai procuratori. Al tempo di Erode vissero due saggi farisei: Hillel, capo della scuola Beth Hillel  e Nasi` (presidente) del Sinedrio; e Shammai, capo del Beth Shammai; le due scuole erano divise nel modo di interpretare la Torah e normalmente quella di Hillel era piu` concigliante, cercando di facilitare l’applicazione della Torah ed era anche piu` ben disposta ad accogliere proseliti in seno all’Ebraismo: “Di nuovo si tratta di uno straniero che viene un giorno a presentarsi davanti a Shammai e gli dice: Shammai lo caccio` via con l’asta d’architetto che teneva fra le sue mani. Si reco` allora da Hillel (facendo la stesa domanda) che lo converti` e gli disse:

I Farisei hanno dato forma anche al mondo delle idee, con spiegazione dei concetti di peccato e pentimento, ritorno a D-o ed al giusto cammino; la risposta divina era il perdono (salachti= ho perdonato, secondo la parola usata da D-o a Mose`, dopo il peccato del vitello d’oro); i rapporti fra uomo e D-o sono ispirati ad amore ed obbedienza, ad una imitatio D-i. L’Ebraismo che sopravvisse alla distruzione e` l’Ebraismo secondo l’insegnamento farisaico, che fece proprio il versetto dei Salmi: “Servite il Signore con gioia”. Commentando un altro versetto dei Salmi; “Beato l’uomo che trova sommo diletto nei Suoi comandamenti” (Salmo 112,1), un Maestro fariseo faceva notare: “che trova diletto nei Suoi comandamenti, ma non nel premio che vi e` congiunto” (Talm. Bab., ‘Avodah Zharah, 19a). Essi hanno insegnato che religione e morale non sono due cose distinte, ma una sola cosa; l’ unione fra l’intelletto ed il cuore e` costituita dalla Torah; per dirla con Herford: “Il farisaismo e` un profetismo applicato”.

Accanto a questi gruppi, vi erano gli Esseni: essi davano importanza soltanto al lato individuale del servizio divino, trascurando il popolo, da cui anzi si tenevano a distanza, andando ad abitare lontani dalle citta` in zone separate, in villaggi della Giudea meridionale, presso il Mar Morto (molti studiosi li identificano, con ragione, con gli abitanti di Qumran e gli autori dei rotoli del Mar Morto). Si occupavano di agricoltura, dividendo fra loro i beni; ogni mattina si immergevano nel fiume per mantenere la purita` del corpo.”Giovanni [“il Battista”] e` cosi` vicino agli Esseni da non potersi escludere che abbia fatto parte della loro comunita`, ma dovette senza dubbio lasciarla perche` contrario alla loro tendenza settaria” (Flusser); Giovanni bagnava nel Giordano quelli che venivano per purificarsi ed anche Gesù, suo parente, fu da lui battezzato nel Giordano.

Fra il popolo si sviluppo` anche il movimento patriottico degli Zeloti, amanti della liberta`, insofferenti dell’asservimento ai romani da cui desideravano liberarsi ad ogni costo. E` a questo movimento a cui, secondo alcuni studiosi moderni, sarebbe appartenuto Gesù, rivoluzionario messianico e quindi pericoloso per i rapporti con i romani; saranno essi gli estrenui difensori di Gerusalemme e di Massada, ma la via seguita dall’Ebraismo farisaico fu quella di Rabban Jochanan ben Zhakkai, che preferi` uscire dalla Gerusalemme assediata e fondare, con il consenso del governo romano, una scuola talmudica a Yavne, che diventera` da allora (70 E.V.) il centro spirituale, la sede del Sinedrio e che permise la sopravvivenza dell’Ebraismo.

Quali lingue venivano parlate, in questo periodo,a Gerusalemme? Come centro spirituale al quale pervenivano Ebrei da ogni parte del mondo, parecchie lingue venivano parlate nella Gerusalemme del primo secolo: tre lingue, tuttavia, erano le piu` diffuse: l’ebraico, l’aramaico ed il greco.

 

3. Funzione istituzionale del Tempio.

Il Santuario ed il Monte del Tempio che vide Gesù erano quelli ricostruiti ed ampliati da Erode; fra le sue varie opere architettoniche, che, almeno in parte, ancor oggi possiamo ammirare, la ricostruzione del Santuario sembrava la piu` impegnativa ed aveva senz’altro anche lo scopo di tentare di accattivarsi parte dell’opinione pubblica ebraica, che gli era generalmente assai ostile.

I lavori di ingrandimento si svolsero a nord, sud ed ovest mentre la parte orientale, che veniva identificata dall’opinione pubblica con il Santuario costruito da Salomone, non venne toccata. Nel suo discorso fatto ad una riunione del popolo (riportatoci da Giuseppe Flavio, Ant. 15, 382-387) Erode esprime tutta la sua soddisfazione per la decisione di dedicarsi alla grandiosa impresa di costruire “la costruzione piu` santa e piu` bella fra tutto quello che e` stato fatto ai giorni nostri.”

Il lavoro nel Santuario duro` vari anni e quando fu terminato, il Santuario venne considerato una delle meraviglie del mondo mediterraneo; ma anche qui, nel luogo piu` santo dell’Ebraismo, non mancava il ricordo della presenza romana, con l’aquila d’oro al di sopra di una delle porte.

Il Santuario di Gerusalemme costitui` il centro spirituale dell’Ebraismo, anche se non bisogna dimenticare che gia` allora esistevano a Gerusalemme stessa e nel paese altri centri minori  indipendenti (come il Beth hakeseset o Sinagoga e le scuole) in cui veniva studiata la Torah e venivano svolte preghiere, centri che permisero all’Ebraismo di sopravvivere una volta che il Santuario verra` distrutto.

Il popolo dimostro` grande devozione ed attaccamento al Santuario, partecipando anch’egli, in qualche modo, a qualche parte del servizio divino (i sacrifici) che veniva svolto li` e solo li` (nelle Sinagoghe non veniva svolta, infatti, nessuna attivita` sacrificale, e neppure dopo la distruzione del Santuario essa sara` svolta nelle Sinagoghe) ; tuttavia l’ingresso nella maggior parte del Santuario era escluso agli stessi ebrei, e solo i sacerdoti potevano entrarvi, anch’essi con particolari precauzioni e per svolgere quello che e` chiamato la ‘avodah` o servizio divino; per quanto riguarda poi il Santo dei Santi ( quella parte, cioe`,del Santuario ove veniva custodita l’arca santa) esso era accessibile al solo Sommo Sacerdote, nel solo giorno di Kippur. Il Santo dei Santi era vuoto, e cio` stava a significare che la Presenza divina doveva trovare posto, per cosi` dire, nel cuore dei fedeli, secondo il versetto biblico: “E mi faranno un Santuario e dimorero` in essi” (in essi, cioe` nei cuori e non in esso, nel Santuario stesso). Le cerimonie del culto, che erano affidate ai Cohanim (o sacerdoti), ventiquattro sacerdoti che cambiavano ogni settimana, e la riunione degli Ebrei avevano luogo nei cortili che circondavamo ai tre lati, nord, ovest, sud il Santuario vero e proprio (cioe` quello originale, costruito da Salomone). Giuseppe Flavio racconta nelle sue Antiquitates Judaicae (VIII.3.9): “Egli (Scelomo`) circondo` il Tempio con una balaustra (gheision), come si chiama nella lingua del paese, cioe` TRINKOS in greco, dandole un’altezza di tre cubiti; era destinata a proibire alla moltitudine l’accesso nell’interno, indicando che l’entrata era riservata ai sacerdoti. Fuori di questa cinta costrui` un cortile quadrangolare, dai grandi e larghi portici con alte porte. In questo cortile entravano quelli del popolo che erano in istato di purita` e che avevano ubbidito alle prescrizioni della legge...”. Con la ricostruzione del Tempio e del Monte del Tempio da parte di Erode la sua superficie risulto`, nel suo complesso, il doppio di quella del Tempio salomonico; questo fatto spiega la necessita` di apporre delle steli che indicassero chiaramente fino a che punto fosse lecito al non-ebreo avanzare sul Monte del Tempio, senza entrare in quelle parti che corrispondevano al Santuario salomonico, e il cui ingresso, come abbiamo detto, non era permesso, sic et simpliciter, neppure agli ebrei. Giuseppe Flavio, riferendosi appunto alla costruzione di Erode, cosi` si esprime: “Chi si inoltrava attraverso questa parte scoperta in direzione del secondo tempio, lo trovava circondato all’intorno da una balaustra di pietra, alta tre cubiti e lavorata con grande finezza; in essa erano collocate a uguale distanza colonnette che preammonivano circa la legge della purificazione - alcune in caratteri greci e altre in latini - affinche’  nessun alienigena entrasse dentro il luogo santo: poiche’ il secondo tempio era chiamato santo. Vi si saliva dal primo mediante quattordici gradini, e costituiva un’area superiore quadrangolare, recinta all’intorno da un suo proprio muro”. (Bellum Judaicum, V.5.2, trad. Ricciotti). Negli scavi archeologici svoltisi nelle vicinanze del Tempio, sono state anche ritrovate due steli con questa iscrizione:  “Nessuno straniero penetri entro la balaustra che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sara` la causa a se` stesso della morte che seguira`.” (trad. Gabba). Attorno al Santuario vi erano le guardie; “In tre posti i sacerdoti montavano di guardia (durante la notte, per l’onore e la dignita` della casa del Signore) nel Santuario, nella stanza di Abtinas, nella sede elevata dei sacerdoti e nel focolaio” (Mishnah, Tamid, 1,1). La Mishnah ( Tamid, 5,1) ci descrive quale altre attivita` veniva svolta, oltre ai sacrifici: “Diceva loro il presidente: Pronunciate la benedizione; ed essi la pronunciavano; poi leggevano i Dieci Comandamenti; quindi il primo squarcio dello Shema` (“Ascolta, Israele, il Signore e` il nostro D-o, il Signore e` uno. E amerai il Signore D-o tuo,con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze...”); poi il secondo e il terzo; quindi pronunciavano col popolo le tre benedizioni, cioe` delle verita` storiche, del culto e la benedizione della sezione uscente”. Dal canto loro i Leviti cantavano i salmi, come apprendiamo: “I cantici che i Leviti pronunciavano nel Santuario sono: nel primo giorno (della settimana, cioe` di domenica) pronunciavano il Salmo: (Salmo 24); nel secondo cantavano: (Salmo 48);  nel terzo cantavano: radunanza dei giudici e in mezzo ai giudici Egli sentenzia> (Salmo 82); nel quarto cantavano: (Salmo 94); nel quinto cantavano: (Salmo 81); nel sesto cantavano: (Salmo 93); nel Sabato cantavano il salmo cantico del giorno di Sabato (Salmo 92), che significa “Salmo, cantico per un tempo avvenire; per quel periodo di completa calma e riposo, cioe` per la vita eterna”.

Durante le tre feste di pellegrinaggio, Pesach (Pasqua), Shavuot (Pentecoste) e Succot (Capanne) moltissimi ebrei si recavano a Gerusalemme per pregare e per portare il sacrificio al Santuario, che costituiva cosi` un punto di riunione e di unione per tutto il popolo (si veda, infra,  l’iscrizione di Teodoto). Filone d’Alessandria testimonia: “Per ogni festa migliaia di Ebrei accorrono al Tempio, da migliaia di citta`, per mare e per terra, dall'Est e dall'Ovest, dal Nord e dal Sud" (De Specialibus Legibus 1.69-70). Come ricorderemo era proprio in occasione della solennita` pasquale che anche Gesù aveva deciso di salire a Gerusalemme ed al Santuario; egli doveva aver appreso questo insegnamento dai suoi genitori, come racconta Luca, 2,41:I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua”; probabilmente questa doveva essere considerata la regola generale. Nel periodo sotto la dominazione romana le feste di pellegrinaggio costituivano un periodo di particolare tensione; da un lato il governo romano temeva che gli Ebrei avessero approfittato della riunione in massa a Gerusalemme per preparare una ribellione contro Roma e quindi faceva trasferire a Gerusalemme una grande quantita` di truppe; dall’altro proprio la presenza di tali truppe nei periodi e nei luoghi piu` santi all’Ebraismo, ricordava l’amara realta` della conquista romana; tale presenza  dava senz’altro noia agli Ebrei, provocando incidenti e tensione ( di cui abbiamo vistoun esempio in Luca 13.1). Il pellegrinaggio esercito` una grande influenza sulla citta` di Gerusalemme anche dal punto di vista economico: i pellegrini spendevano infatti somme di denaro sia durante il loro soggiorno, sia per offerte e carita`: secondo alcuni studiosi vi doveva essere un afflusso di circa 125.000-180.000 persone, oltre ai 60.000-80.000, circa, abitanti di Gerusalemme, mentre da fonti rabbiniche sembra doversi pensare ad un numero di dodici milioni e da Giuseppe Flavio (Bellum, 6. 423-426) a due milioni e mezzo. Era questo il periodo in cui il Santuario e Gerusalemme divenivano il vero centro della vita ebraica; qui si riunivano sacerdoti, leviti, israeliti,  Maestri della Torah, predicatori, profeti ed anche non-ebrei; era in queste occasioni che il sentimento religioso raggiungeva il suo apice. Pur se non formalmente obbligate al pellegrinnaggio, vi partecipavano anche le donne, mogli e figlie. Secondo la regola, gli abitanti di Gerusalemme non potevano esigere un prezzo per dare un posto da dormire a Gerusalemme, i pellegrini pero` trovavano il modo di lasciare regali a chi li aveva ospitati, oppure lasciando loro le pelli degli animali sacrificati, anch’esse assai care; la letteratura rabbinica testimonia che non vi fu chi rimase senza un letto e nessuno si lamento` che il posto che gli era stato riservato durante il suo soggiorno a Gerusalemme gli era troppo stretto. I pellegrini potevano trascorrere la notte anche fuori di Gerusalemme, ma il giorno in cui veniva offerto il sacrificio o l’agnello pasquale doveva essere trascorso interamente a Gerusalemme (Sifre’ Num. 151 e Deut. 134): si puo` cosi` comprendere come Gesù trascorresse le notti fuori di Gerusalemme, ma desidero` trascorrere la notte di Pasqua a Gerusalemme (Matteo, 26, 17-18); era tuttavia usanza trascorrere tutti i giorni delle feste di pellegrinaggio a Gerusalemme (come si deduce anche da Luca 2.43:Passati i giorni della solennita` essi ritornarono...”). Era usanza cantare i Salmi dell’Hallel (Salmi 113-118) mentre veniva mangiato il sacrificio pasquale: Dopo che cantaronol’Hallel, uscirono verso il Monte degli ulivi”  (Matteo, 26, 30; Marco, 14, 26).

Al Santuario doveva essere volto il pensiero di ogni orante, dovunque egli si trovasse: Chi cavalca un asino...volga il pensiero al Santo dei Santi”(Mishnah, Berachot, 4,5; la discussione nel Talmud di Gerusalemme mette in risalto la connessione fra il Santo dei Santi terrestre e quello celeste, facendo presente che in ogni caso l’orante deve volgere il suo pensiero al Cielo). Piu` in particolare verra` stabilito che chi si trova fuori di Erez Israel preghi in direzione di Erez Israel; chi si trovi in Erez Israel preghi in direzione di Gerusalemme; chi si trovi a Gerusalemme, preghi in direzione del Santuario, e chi si trovi sul Monte del Tempio, preghi in direzione del Santo dei Santi, onde i cuori di tutti i fedeli erano diretti verso lo stesso luogo. In linea generale anche le Sinagoghe dovranno essere costruite seguendo lo stesso principio (Talmud di Gerusalemme, Berachot, 4,8).

Da varie fonti apprendiamo che nel Monte del Tempio i Saggi erano soliti svolgere attivita` di studio e di insegnamento della Torah; Rabban Gamliel rispondeva li` alle domande che gli venivano rivolte e da li` usava inviare lettere in Galilea e nella Giudea meridionale; Rabban Jochanan ben Zhakkai insegnava ai suoi allievi nel Santuario ed anche Gesù svolse una parte della sua attivita` didattica su quel Monte. Era questa anche la sede del Sinedrio e di alcuni tribunali del paese, e non mancava su tal monte un gran palazzo ove veniva svolta la vita politica, sociale, giuridica ed economica. Il Sinedrio era l’Istituzione centrale del popolo ebraico; all’epoca del Secondo Tempio il Sinedrio assolveva alla funzione legislativa, giuridica, religiosa: esso era l’autorita` suprema in campo religioso; nelle sue sessioni veniva stabilito quale tenore di vita dovesse avere il popolo, in qual modo dovesse svolgersi l’osservanza dei precetti. Particolare importanza aveva anche qui lo studio della Torah e delle sue regole. Probabilmente il Sinedrio svolgeva anche funzioni politiche. Fra i compiti particolari svolti dal Sinedrio vi era anche quello di stabilire il calendario; l’anno lunare (di 353 giorni) non doveva discostarsi troppo da quello solare (di 365 giorni), dato che la Bibbia disponeva che la festa di Pasqua dovesse cadere sempre di primavera, onde ogni tre o quattro anni veniva proclamato l’anno bisestile che comportava l’aggiunta di un mese prima del mese di Nisan (il primo mese dell’anno secondo la Bibbia),  in cui cade appunto la Pasqua.

L’attivita` del Santuario implicava anche una intensa attivita` economica, sia per l’acquisto delle bestie per i sacrifici, sia per cambiare le monete estere, che portavano i pellegrini, con monete locali, ed e` probabile che spesso tali attivita` danneggiassero l’atmosfera di santita` del luogo. Cosi` e` probabile che spesso vi fossero discussioni a sfondo politico che “scaldassero” l’atmosfera; gia` al tempo di Erode vi erano soldati sui tetti delle case circostanti per sorvegliare che venisse mantenuto l’ordine pubblico. Nella Sinagoghe della diaspora gli Ebrei avevano il diritto di raccogliere denaro, sia per gli usi comunitari sia per inviarlo in Palestina, al Santuario di Gerusalemme. Le somme raccolte suscitavano spesso la cupidigia delle autorita` locali che talvolta cercavano di appropriarsene con la scusa di tasse municipali dovute dagli Ebrei o di divieti di esportazione di valuta; Cesare e Augusto emisero editti intesi ad impedire tale abuso, ma cio` non impedi` a governatori disonesti, come Flacco, di agire diversamente. Un trattato della Mishnah, Shekalim o sicli da offrire al Santuario, tratta appunto del dovere di offrire il “mezzo siclo” al Santuario, per permettere il regolare svolgimento della vita cultuale: come abbiamo visto anche Gesù pago` il mezzo siclo: e` da notare che il pagamento di questo tributo, che era obbligatorio per i soli maschi adulti, ma che in pratica veniva pagato anche dai minori e dalle donne e che doveva essere offerto da ognuno, ricco o povero che fosse (non si trattava infatti di un tributo particolarmente elevato), rinforzava il senso di collegamento e di unione fra ogni membro del popolo ebraico ed il Santuario di Gerusalemme: con i soldi del mezzo siclo venivano offerti i sacrifici quotidiani e quelli delle feste, onde tutti gli ebrei, anche quelli residenti nella diaspora, venivano ad essere partecipi del servizio divino effettuato nel Santuario. Varii trattati della Mishnah, specialmente nel quinto ordine Kodashim o delle cose sacre, riguardano i sacrifici e l’attivita` svolta  nel Santuario: si tratta quindi di un ordine strettamente collegato alla attivita` sacrificale [ tale ordine avra`, dopo la distruzione del Santuario di Gerusalemme (70 E.V.) soltanto scopo di studio sacro, nello spirito del versetto del profeta Osea: "suppliremo i sacrifici con le nostre labbra"( XIV,3). Anche questo sara` una caratteristica dell'Ebraismo rabbinico come verra` foggiato dalla Mishnah: da un lato non si potevano considerare aboliti per sempre i sacrifici, che fino a poco tempo prima avevano costituito la parte essenziale del culto sacro, e si pregava per la loro restaurazione; d'altro lato ci si rendeva conto della necessita` di trovare un'altra via per servire D-o fino a che non sarebbe stato ricostruito il Santuario di Gerusalemme, cosa che nessuno poteva prevedere quando mai si sarebbe verificata; ecco quindi la soluzione offerta: la Sinagoga (chiamata Mikdash meat o piccolo Santuario), la scuola e la casa si sostituiscono al Santuario; lo studio, le opere buone, le preghiere, il cuore contrito ai sacrifici]. Ha scritto T Herford:  Il Tempio era l’altare, la Sinagoga era il focolare, ed in ambedue ardeva il fuoco sacro. Con la caduta del Tempio il fuoco si spenge sull’altare calpestato sotto il calcagno brutale del conquistatore, ma ardeva ancora nel focolare, e la Sinagoga sopravvisse per proteggere e preservare la religione dei Farisei, da quel giorno fino ad oggi”.

 

4. La Sinagoga

Come abbiamo accennato, gia` quando esisteva il Santuario, forse il primo, certamente il secondo, esistevano delle Sinagoghe, come luoghi di studio, riunione e preghiera. Per esempio e` stata rinvenuta a sud-est di Gerusalemme, una iscrizione, in greco, risalente alla prima meta` del I secolo E.V. (e che quindi probabilmente Gesù ebbe occasione di vedere), che suona:Teodoto, figlio di Vetteno, sacerdote e archisinagogo, figlio di archisinagogo, nipote di archisinagogo, edifico` la sinagoga per la lettura della legge e per l’insegnamento dei precetti, e l’ospizio e le stanze e le installazioni idrauliche per (uso d’) alloggio a chi ne abbia bisogno (venendo) dall’estero, la quale (sinagoga) fondarono i suoi padri e gli anziani e Simonide” (trad. Boffo). Triplice era il compito della Sinagoga, secondo questa iscrizione: la lettura della Torah, l’insegnamento dei precetti (funzione quindi pedagogica) e luogo d’alloggio per chi veniva da lontano (in questo caso, soprattutto durante le feste di pellegrinaggio). Non solo in varii paesi della diaspora era neccessario tradurre la Torah in greco affinche’ il popolo ne capisse il contenuto, ma anche in varii luoghi di Erez Israel era necessaria una traduzione in aramaico e talvolta anche in greco. Veniva letto un versetto con la sua traduzione, cosa che richiedeva parecchio tempo: e` cosi` comprensibile come in Erez Israel la lettura della Torah venisse completata in tre anni-tre anni e mezzo. Oltre alla Torah, venivano letti brani di Profeti, come possiamo apprendere anche dal passo di Luca (4, 16 ss. riportato infra). E` certo che la Sinagoga serviva anche da luogo di preghiera. La Sinagoga divenne una istituzione tipicamente farisaica. Da fonti talmudiche (J.Meghillah, 1,73) apprendiamo: quattrocentoottanta sinagoghe vi erano a Gerusalemme, ed ognuna aveva una scuola per lo studio della Bibbia, ed una scuola per lo studio della Mishnah”. Molto spesso tali sinagoghe venivano costruite per gli Ebrei della varie diaspore: “alcuni della sinagoga detta dei Liberti, e di quella dei Cirenei, e degli Alessandrini, unitamente a dei Giudei di Cilicia e di Asia...” (Atti degli Apostoli, 6,9). Tre Sinagoghe, attribuite al periodo precedente al 70 E.V., sono state ritrovate in Erez Israel: a Gamla, a Massada e sull’Erodione. Specialmente nella diaspora la Sinagoga significava al tempo stesso la Comunita` e il suo luogo di riunione e preghiera. Luca (4, 16-22) testimonia dell’esistenza di una sinagoga a Nazaret: “Venne a Nazaret, dove era stato allevato, ed entrato, secondo l’usanza, in giorno di sabato nella sinagoga, si alzo` per fare la lettura (della Bibbia).” Nella Sinagoga i sacerdoti non avevano quel posto particolare che era serbato loro nel Santuario; nella preghiera essi benedicevano il popolo con la benedizione sacerdotale, e durante la lettura della Torah, veniva riservata ad essi la chiamata per la prima parte della lettura: per il resto vigeva l’uguaglianza assoluta ed il posto piu` importante veniva assunto da chi era piu` saggio, da chi cioe` avesse studiato di piu`. E` vero che il Rabbino veniva “ordinato” al suo officio; ma si trattava soltanto di un riconoscimento del grado di conoscenza a cui la persona era arrivata e la sua autorita` dipendeva dal suo carattere, dalle suo conoscenze, dai suoi pregi mentali.

Compito dei migliori Maestri era quello di stabilire la halachah, la regola cioe` che avrebbe dovuto essere seguita dal popolo come vincolante e che veniva fissata in base alla maggioranza dei Saggi riuniti nel Sinedrio;

 

5. Il problema della giurisdizione

Nel 6 E.V. la Giudea divenne provincia romana ed il governatore fu così la suprema autorità anche in campo giudiziario, sia per la giurisdizione penale, sia per quella civile. Giuseppe Flavio ci racconta (Bellum J. 11.8.1.117): Essendo stato ridotto a provincia il territorio di Archelao, vi fu mandato come procuratore Coponio, un membro dell'ordine equestre dei romani, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte”. Tuttavia anche dopo che la Giudea era divenuta provincia romana, dovette rimanere rispettato il principio di lasciare almeno la giurisdizione civile alle autorità locali ebraiche. In particolare in questa zona, ove Roma aveva potuto apprendere quanto cara fosse l'osservanza dei patrioi nomoi, Roma doveva aver deciso di lasciare le istituzioni amministrative locali, i giudici ed il diritto nazionale. L'autonomia sta appunto ad indicare la concessione di vivere secondo le suae leges, “l’autonomia dal lato del proprio diritto civile” (De Martino). Riteniamo infatti che la Giudea sia appartenuta a quella lista di paesi cui venne restituito il proprio diritto: leges suas reddere; gli abitanti si trovavano pertanto nella situazione di peregrini qui suis legibus utuntur, essi vivevano secundum propriae civitatis iura. I tribunali ebraici della Judaea dovevano avere la competenza di giudicare nelle vertenze fra ebrei ed ebrei, cosi come sappiamo che in altri luoghi le controversie fra cittadini di una stessa città erano devolute al magistrato locale o al iudex peregrinus. È da supporre che tale competenza sia stata riconosciuta anche nel caso che si fosse trattato di una controversia fra ebrei e stranieri. Nonostante, infatti, una certa dose di diffidenza che si deve avere per alcuni discorsi apologetici in Giuseppe Flavio, non sembra che vi sia serio motivo per dubitare dell'esattezza di una situazione di fatto descritta da Giuseppe, situazione che vediamo risultare non contrastante ad altre fonti in nostro possesso; nel discorso che Giuseppe Flavio mette in bocca a Tito, il generale romano cerca di sapere quali fossero i motivi che avevano spinto gli ebrei ad una rivolta continua “fin quando Pompeo vi assoggetto`”( Bellum J., VI.6.329) e arriva alla conclusione: “E allora a spingervi contro i Romani è stata evidentemente la mitezza di noi stessi Romani che in primo luogo vi concedemmo di abitare questa terra e di essere governati da re nazionali, e poi vi facemmo conservare le patrie leggi e vi lasciammo libertà di regolare come volevate non solo i vostri rapporti interni, ma anche quelli con gli stranieri (Bellum J., VI.6.333-334). La giurisdizione penale spettava esclusivamente alla autorita` romana.  Non sappiamo come i re della Giudea avessero svolto la giurisdizione penale e quale fosse la divisione di prerogative fra loro ed il Sinedrio; cosi` non sappiamo se Roma abbia permesso, e se si` entro quali limiti, l’esercizio di una autonomia giurisdizionale in materia penale. A tale problema e` connesso anche quello dello status di Gerusalemme: era questa citta`, al tempo dei procuratori romani, una polis? E` da tener presente che si trovavano a Gerusalemme varii elementi carattaristici della polis, come il consiglio cittadino (la boule) ed il segretario del consiglio, gli archontes (i capi), i dekaprotoi (o i dieci buoni della citta`), il bolouterion (o casa del consiglio); Giuseppe Flavio (Ant.20,11), ricorda anche l’assemblea dei cittadini della citta` (demos). Secondo Tcherikover Gerusalemme non sarebbe stata una polis e cio` dato il diverso carattere che ebbero gli organi surricordati nelle poleis ed a Gerusalenne; tale autore fa notare la mancanza di organi come il gymnasion a Gerusalemme: secondo lui o Giuseppe Flavio ha usato dei nomi noti al lettore ellenista per farsi comprendere, oppure sono stati dati dei nomi greci comuni ad organi aventi funzioni tipicamente ebraiche. Oggi tuttavia gli studiosi sono propensi a tornare ad affermare che la Gerusalemme del primo secolo fosse una polis e cio` in base al fatto che le testimonianze sulla presenza degli organi surricordati si trovano non solo presso Giuseppe Flavio, ma anche in fonti ebraiche, negli Evangeli ed in Cassio Dione; inoltre il paragone deve essere fatto non con la polis classica, bensi` con le poleis esistenti nel periodo della dominazione romana.

Un’altro problema importante e` quello dello ius gladii. Juster ritiene che fosse riconosciuto al Sinedrio il potere di condannare a morte lo straniero che fosse entrato nel Santuario di Gerusalemme, foss’egli anche un cittadino romano; tuttavia nessuna fonte, ne’ romana, ne’ ebraica permette, a mio avviso, di arrivare ad una tale conclusione; personalmente ritengo che la pena di morte per lo straniero che fosse penetrato nel Santuario di Jerushalaim (che abbiamo gia` ricordato) non fosse comminata direttamente dal Cielo, come ritennero Derembourg e Graetz, bensi` dall’uomo. Gli esecutori della sentenza non dovevano essere le autorita` romane, come ritenne Mommsen, seguito da molti studiosi, e neppure il Sinedrio, come ritenne Juster; dalle fonti risulta, a nostro avviso, che la pena di morte veniva eseguita da chi si trovava sul posto ed aveva assistito all’infrazione del divieto.

 

6. Conclusioni

Anche i ritrovamenti archeologici confermano che la Gerusalemme che vide Gesù era una citta` ebraica; in particolare degno di rilievo il gran numero di mikvaot (o bagni rituali) ritrovati e l’assenza di raffigurazioni di effigie. I numerosi mikvaot rinvenuti nelle vicinanze del Monte del Tempio si spiegano per la necessita` di salire sul Monte in stato di purita`; i numerosi pellegrini che arrivavano a Gerusalemme si immergevano in quelle acque purificatrici; tali bagni rituali si trovavano anche nella parte superiore della Citta`, quella che aveva un carattere piu` cosmopolita; in molti casi sono stati ritrovati almeno un bagno nelle varie case. Anche esternamente la citta` appariva una citta` ebraica con il Santuario, i sacrifici, i sacerdoti, i leviti ed i pellegrini , le sinagoghe e le istituzioni nazionali come il Sinedrio ed il grande tribunale e le numerose scuole; l’attivita` intellettuale era vivissima, come viva era la speranza che giungesse presto il Messia a togliere l’oppressione straniera ed a permettere di dedicarsi completamente al servizio divino, ma intanto la pesante, devastatrice oppressione romana era presente in ogni parte di quella citta`, che portava nel suo nome, Jerushalaim (= Ir hashalom = citta` della pace) l’aspirazione per la pace.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

Sull’atteggiamento di Gesù verso i gentili e sulla sua origine galilea: G. Vermes, Jesus the Jew. A Historian’s Reading of the Gospels, London, 1973, pp. 35 ss., 48 ss.; sul titolo di Ponzio Pilato si veda l’epigrafe di Ponzio Pilato a Cesarea e l’esame di L. Boffo, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Brescia, 1994, pp. 217 ss. Sui luoghi qui ricordati:Y. Tsafrir, L. Di Segni, J. Green, Tabula Imperii Romani: Iudaea-Palaestina, Jerusalem, 1994, pp. 80 e 85; sulla Gerusalemme ed il Santuario al tempo di Gesù: D. Flusser, Jesus, Genova, 1976, in partic. pp. 149 ss.; L.Levine, Jerusalem in its splendor: a history of the City in the Second Temple Period, Jerusalem, 1998 (in ebraico), pp. 95 ss.; sulla societa` ebraica in questo periodo v. M. Stern, “Aspects of Jewish Society. The Priesthood and other Classes”, in S. Safrai and M. Stern (editors), Compendia Rerum Iudaicarum ad Novum Testamentum, vol. II, Assen, 1976, pp. 561 ss.; sugli aspetti religiosi v. S. Safrai, “Religion in Everyday Life”, ibidem, pp. 793 ss.; S. Safrai, “The Temple”, ibidem, pp. 865 ss. ; S. Safrai, “The Synagogue”, ibidem, pp. 908 ss.; S. Safrai, “Education and the Study of the Torah”, ibidem, pp. 945 ss. Sul pagamento del mezzo siclo, considerato da Roma come un privilegio, e sulla sua trasformazione poi (dopo il 70) in una tassa speciale esatta dagli ebrei, il fiscus iudaicus, v. A.M.Rabello, “The Legal condition of the Jews in the Roman Empire”, Aufstieg und Niedergang der Roemischen Welt, II, 13, 1980, pp. 662-762, 711 ss. ; sui Farisei, T. Herford, I Farisei, Bari, 1925. Sull’interpretazione della Bibbia secondo la Halacha` v. A.M. Rabello, “L’interpretazione del Talmud babilonese e del Talmud di Eretz Israel: il Midrash Halachah” in La Lettura ebraica delle Scritture, (a cura di S.J. Sierra), Bologna, 1995, pp. 103 ss.; sui problemi di giurisdizione e di natura giuridica: J. Juster, Les Juifs dans l’Empire Romain, Paris, 1914, A. M. Rabello, Giustiniano, Ebrei e Samaritani alla luce delle fonti storico-letterarie, ecclesiastiche e giuridiche, Milano, vol. I, 1987; vol. II, 1988, pp. 659 ss.; Idem, “La Giurisdizione Civile nella Iudaea romana fra il 63 a.E.V. ed il 70 E.V.”, Zakhor, 2, 1998, in corso di stampa.

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