La crisi kazaka
contagia le economie dall'Asia centrale

22/04/2014

Tra il 2000 e il 2010, il Kazakistan, la principale economia dell'Asia Centrale, è stata una delle economie in più rapida crescita al mondo. I 201 miliardi di dollari del PIL fanno tutt'ora sembrare insignificanti quelli dei paesi vicini: Uzbekistan (51 miliardi di $), Turkmenistan (33.7 miliardi di $), Tagikistan (6.9 miliardi di $) e Kirghizistan (6.4 miliardi di $). 

L'economia kazaka si basa soprattutto su energia e minerali. Questi settori rappresentano il 78% dei ricavi provenienti dalle esportazioni, il 33% del PIL e il 40% del bilancio del governo.

Il settore fondamentale è quello energetico. La produzione petrolifera è più che triplicata dal crollo dell'URSS, passando dai 589 000 barili al giorno del 1991 a 1,84 milioni di barili al giorno nel 2013. Anche la produzione di gas naturale è cresciuta, passando da 7 miliardi di metri cubi del 1991 a più di 40 miliardi di metri cubi del 2013.

L'energia è esportata principalmente in Europa attraverso la Russia. Ma dal 2005 il Kazakistan ha diversificato i mercati e oggi il 16% della produzione finisce in Asia. Quest'anno le esportazioni verso la Cina raggiungerebbero 15 miliardi di metri cubi l'anno, se la produzione potesse essere aumentata.

La domanda globale di energia è in continua crescita e il prezzo di un barile di petrolio, che è di nuovo intorno ai 100$, in ripresa dopo la crisi del 2008, perciò in questi anni il Kazakistan è riuscito a incassare a sufficienza per rimpolpare le casse del Fondo Nazionale.

Il fiorente settore energetico ha fatto sì che molti investimenti stranieri finissero in Kazakistan negli anni ‘90. Sono poi arrivate importanti imprese occidentali – Chevron, ExxonMobil, Shell... – interessate a sfruttare le vaste riserve energetiche e costruire gasdotti e oleodotti diretti in Europa.

La sorprendente crescita delle esportazioni e degli investimenti stranieri ha anche fatto sì che il sistema bancario kazako si espandesse molto rapidamente. La crescita del sistema bancario però era alimentata da prestiti esteri, non da depositi interni. Con la rapida espansione di prestiti e investimenti, le imprese kazake hanno iniziato a fare più affidamento sui prestiti che sui propri ricavi. Quando la crisi finanziaria ha colpito il Kazakistan, il sistema bancario e quello finanziario sono crollati. Inoltre il prezzo del petrolio è sceso dai 147$ al barile del 2007 a 60$ al barile nel 2009, privando il governo della maggior parte delle entrate. Il paese è sopravvissuto allora grazie al Fondo Nazionale. Il Kazakistan non ha ancora ristrutturato il proprio settore finanziario e imprenditoriale. Le imprese kazake continuano a fare affidamento sui prestiti, ma l'insolvenza ha raggiunto livelli preoccupanti.

A prima vista l'economia kazaka sembra sana. Il PIL è cresciuto del 6% nel 2013, la crescita è stata costante negli ultimi anni, ma è dovuta all’aumento del prezzo del petrolio dal 2010 in poi. Malgrado le apparenze, l'economia kazaka non è stabile. Il bilancio statale dipende dal progetto Kashagan, che da 9 anni subisce ritardi, mentre i costi aumentano. Se l'avviamento della produzione verrà ancora rinviato, il governo dovrà rivedere il bilancio.

Siccome Russia e Kazakistan sono partners nell'Unione Doganale, Astana ha cercato di ancorare il più possibile il tenge al rublo. Il rublo russo ha subito un calo del 10% dall'inizio dell'anno. Di conseguenza, i grattacapi finanziari della Russia hanno contagiato l'economia kazaka. Il 12 febbraio la Banca Centrale kazaka ha svalutato il tenge del 19% rispetto al dollaro. La svalutazione ha colpito soprattutto la classe operaia, che ha visto ridursi il proprio potere d'acquisto.

Infine, il debito estero del Kazakistan ammonta a 148 miliardi di dollari (il 73% del PIL del 2012, che era di 202 miliardi di $). Il 35,8% dei crediti delle banche kazake erano in sofferenza a inizio 2014, con picchi dell’87% per qualche banca. Molte imprese kazake non pagano più i loro debiti.

Il govero kazako sta correndo ai ripari. A febbraio il presidente Nursultan Nazarbayev ha stabilito che in tutte le banche del Kazakistan i prestiti in sofferenza dovranno ridursi al 15% delle attività entro il 2015 e al 10% entro il 2016. Il parlamento kazako ha varato norme volte alla ristrutturazione delle banche più disastrate. Il Fondo Nazionale interverrà se il governo dovesse avere bisogno di più denaro del previsto per risolvere i problemi finanziari del paese.

La crisi kazaka sta dilagando negli altri paesi dell'Asia Centrale. La maggior parte delle economie della regione sono profondamente interconnesse. Il lento declino del rublo nei mesi scorsi e la massiccia svalutazione del tenge hanno spinto Kirghizstan, Tagikistan e Uzbekistan a varare misure per evitare il contagio. Gli effetti della svalutazione sono in particolar modo evidenti nelle rimesse inviate in patria dai lavoratori emigrati. Le rimesse rappresentano una parte significativa del PIL in Tagikistan (48%), Kirghizstan (31%) e Uzbekistan (16.3%). La stragrande maggioranza dei lavoratori emigrati da questi paesi si trova in Russia e Kazakhstan. Vengono pagati in valuta locale, ma le rimesse solitamente vengono inviate in dollari. Con la svalutazione del tenge e del rublo, il valore delle rimesse si è ridotto del 20%, abbastanza per minare la stabilità economica dei paesi dell'Asia centrale, le cui economie sono piccole e fragili.

Nella regione sono già scoppiate proteste e rivolte. La crisi economica sta diventando sociale e politica.

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