Israele, la Palestina
e l'antisemitismo in Europa

30/07/2014

Le emozioni e le prese di posizioni a seguito dell‘accendersi dell’ennesima battaglia nella lunga guerra fra gli Israeliani e i loro vicini, che prosegue dal 1948, fanno emergere ancora una volta i profondi pregiudizi e le formalistiche illusioni della civiltà occidentale. Proviamo almeno a fissare alcuni punti di partenza per l’analisi e la discussione.

1 - Perché Israeliani e Palestinesi non trovano pace?

 Per due diversi motivi, ognuno dei quali, da solo, spiega la diffidenza e l’ostilità.

a)    Due stati per due popoli: belle parole, nessuna sostanza. Un popolo può vivere in uno stato autonomo se ha possibilità di difendersi dai vicini – se avessero intenzioni ostili – e se ha risorse sufficienti per alimentare la popolazione. La divisione del territorio fra Israeliani e Palestinesi non permette agli Israeliani di difendersi, non permette ai Palestinesi lo sviluppo economico. Chi ha fatto la divisione, cioè l’ONU nel 1948, ha fatto una stupidaggine geopolitica, e a questa emerita stupidaggine ha conferito status di legalità internazionale. I ‘due stati’ insieme si dividono una superficie poco più grande di quella della Lombardia, che per metà è deserto, come si vede nell’immagine di testata. La parte centrale della regione è tutta colline e chi occupa quelle colline domina la costa e le valli. Nella mappa a lato di vede che dalle colline su cui vivono i Palestinesi al Mar Mediterraneo la striscia di terra fertile su sui si estende Israele in certi luoghi è larga soltanto 13-15 chilometri, ed è distruggibile anche con armi tradizionali, obsolete. Le colline dei Palestinesi a loro volta sono chiuse fra la stretta fascia di Israele e la depressione della valle del Giordano, oltre la quale c’è il deserto: poco territorio con poche risorse, e pochissime possibilità di commerciare. La striscia di Gaza potrebbe invece essere una piccola Singapore del Mediterraneo, una città marinara, ma non ha entroterra su sui poter contare. Basta guardare la mappa delle regione per capire che Israele non può difendersi se le colline di Giudea e Samaria, che sono in territorio Palestinese, cadono in mano di chi vuole distruggere lo stato di Israele, mentre i Palestinesi non possono sviluppare un’economia di discreto livello se non hanno libero sbocco al mare, perché non hanno altra via per i commerci. Se Israele abbandona il controllo militare del West Bank, sa che può venir distrutta in pochi mesi. I Palestinesi sanno di non aver possibilità di sviluppare l’economia senza libero sbocco al mare, e non ci provano neppure: vivono di sussidi internazionali, che in larga misura vengono sottratti alla popolazione e spesi in armi.

Forse i due popoli potrebbero avere amministrazioni autonome, ma un’unica difesa? In un mondo utopistico sì, in pratica non è mai stato possibile. La guerra è iniziata subito, dal primo giorno di esistenza dello Stato di Israele. Anzi, le diverse guerre, perché gli attori e gli scopi delle guerre sono cambiati radicalmente nel tempo.

a)    Non ci sono mai state guerre fra Israeliani e Palestinesi: prima ci sono state guerre con gli Stati arabi, ora con gli Islamisti. Nessuno ha mai combattuto nell’interesse dei Palestinesi. È del tutto errato parlare di conflitto fra Israeliani e Palestinesi. Nel 1948, alla fine del Mandato coloniale britannico, i Territori palestinesi non appartenevano ai Palestinesi: il West Bank era di fatto della Giordania, Gaza dell’Egitto. Le guerre del ’48-49, del ‘67 e del ‘73 furono guerreggiate fra Israele e gli Stati arabi confinanti, appoggiati dagli altri paesi della Lega araba. I Paesi arabi combattevano in nome del nazionalismo arabo, cioè del panarabismo – non in nome della nazione palestinese. La stessa partizione ONU non parlava di uno stato per Israele e uno per i Palestinesi: prevedeva uno stato per gli Ebrei e uno stato per gli Arabi. L’idea di nazione palestinese è molto più recente dell’inizio del conflitto: è stata sviluppata dall’educazione data a generazioni di studenti nelle scuole dell’ONU nei Territori palestinesi, e dalla politica di Arafat negli anni ’70, dopo il fallimento del panarabismo. Ma lo stesso Arafat non era palestinese, era egiziano.

Dopo la firma dei trattati di pace fra Israele ed Egitto (1979) e fra Israele e Giordania (1994) non ci furono più guerre fra Israele e gli Arabi, si avviarono trattative per giungere progressivamente alla pace e alla creazione dello stato di Palestina. La conclusione del processo doveva avvenire nel 2000, ma all’ultimo momento Arafat non volle firmare. Perché? Perché nel frattempo erano sorti i movimenti islamisti e jihadisti, tipo al-Qaeda, che avevano larga diffusione anche fra i Palestinesi, (l’attentato alle Torri gemelle è del 2001), e da qualche anno il mondo islamico covava la speranza del riscatto islamico, non del riscatto nazionale. Arafat sapeva che, se avesse firmato gli accordi finali, i movimenti jihadisti lo avrebbero sconfessato ed avrebbero preso la guida di una nuova guerra, di una nuova rivolta. Preferì rimanere al timone e lanciare l’Intifada sotto la propria egida.

Basta leggere lo statuto di Hamas per rendersi conto che la guerra non è oggi con i Palestinesi, ma con i jihadisti. Hamas è sostenuto dagli islamisti in Iran e da quelli in Arabia saudita, dagli islamisti sudanesi e somali e nigeriani e libici, che in questi giorni lanciano dichiarazioni di sostegno ad Hamas. Da noi i media parlano di Palestinesi, ma il mondo arabo ed islamico distingue bene – e decide di appoggiare o non appoggiare Hamas in quanto movimento islamista, non in quanto rappresentante del popolo palestinese. L’Egitto non appoggia Hamas, né lo fa la Giordania, né l’Arabia Saudita. Anche i Palestinesi del West Bank sono divisi, non sono solidali con Hamas, anche se raramente lo dichiarano in modo netto e chiaro. A nessuno degli stati e dei gruppi armati della regione importa davvero il benessere del popolo palestinese: dal 1949 i Palestinesi sono pedine nel gioco di potere prima degli Stati arabi, poi delle fazioni politiche e guerrigliere islamiste.

2 – Di chi è legittimamente il territorio?

Qualunque territorio ha una storia di immigrazioni, invasioni, mescolanze pacifiche o, molto più sovente, guerre fra popolazioni. Il risultato sono gli stati oggi esistenti. Gli Europei hanno decimato le popolazioni indigene in America, hanno continuato a farlo fino alla fine del 1800, ed hanno costruito stati nei territori conquistati. C’è qualche organismo internazionale al mondo che per questo non riconosca la legittimità degli USA o del Perù o del Messico? 

È soltanto questione di risalire abbastanza indietro nel tempo, e di ogni popolo si può dire che sia usurpatore di terra altrui. Duemila anni fa l’ebreo Gesù parlava agli altri Ebrei nel sacro Tempio, esattamente là dove oggi sorge l’islamico Tempio della Roccia, e dove 3200 anni fa sorgeva il Tempio sacro dei Gebusei, poi sconfitti da Davide. Risalendo soltanto al 1920, la Palestina era turca, la popolazione era mista, in parte nomade. Alcuni Palestinesi d’oggi sono discendenti degli Ebrei convertiti all’Islam e alla lingua araba dopo la conquista, altri sono discendenti di vari conquistatori, altri ancora arrivarono dalle vicinanze dopo gli anni ’20, proprio come molti Ebrei. Gli Ebrei d’Israele, che l’opinione pubblica occidentale ritiene siano arrivati dall’Europa, sono invece arrivati per circa il 40% da vari paesi arabi o islamici dove erano in pericolo, o sono sempre vissuti fra Gerusalemme, Hebron e la Galilea, sono medio orientali o africani da tempi immemorabili. 

Neppure c’è un confine legittimo fra Israele e i Territori, nonostante quello che credono o dicono molti, anche fra i diplomatici. Un confine è tale se è concordato e accettato dalle parti. Per Israele la Linea Verde è soltanto una linea di armistizio concordata con Giordania ed Egitto nel 1949 – nulla di concordato definitivamente con i Palestinesi. Il confine si doveva concordare proprio a fine 2000, quando Arafat si ritirò, all’ultimo momento, dopo 8 anni di processo di pace.

Sia i Palestinesi sia gli Israeliani hanno il diritto di vivere, in pace e sicurezza, là dove sono. Discutere di legittimità su base etnica o su base politico-storica non ha senso: là dove le persone già vivono lavorando, là hanno diritto di vivere. A meno che non vogliamo rimettere in discussione ogni legittimità, anche quella dello stato italiano a governare Napoli, o gli ex Stati Vaticani… è soltanto una questione di scegliere quanto andare indietro nel tempo, e siamo tutti usurpatori.

La questione non è CHI può o non può vivere in un determinato territorio, ma COME si può vivere e convivere.

3 – Perché, se Israele e Hamas sono in guerra, in Europa si attaccano le Comunità ebraiche, i negozi degli Ebrei, le scuole e le sinagoghe ebraiche?

Che cosa c’entrano gli Ebrei di Vercelli o di Roma o di Bruxelles o di Parigi con la difesa dei diritti dei Palestinesi? Nulla, ovviamente. Come non c’entrano gli Arabi o gli Islamici che vivono e lavorano a Dallas, a Nizza o a Padova con quanto avviene in Iraq o in Libia o in Palestina. Ma le passioni si scatenano, perché sono coltivate dalle culture tribali e dai media internazionali. E purtroppo in Europa trova sfogo l’antico antisemitismo, anzi antigiudaismo, che ha portato alla Shoah e all’ignominia d’Europa. Il senso di colpa e di vergogna hanno reso difficile l’espressione di sentimenti antisemiti ed antigiudaici dopo la fine della Seconda guerra Mondiale: il conflitto di Israele con i vicini ne permette il libero sfogo in nome del diritto alla critica di Israele. Critica che però prende le forme classiche dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo: innanzi tutto l’accusa agli Ebrei di essere assassini di innocenti, di bambini – che è l’evoluzione diretta dell’accusa di aver ucciso Gesù, dunque Dio. L’immagine degli Ebrei deicidi e bevitori di sangue innocente è l’immagine antigiudaica ed antisemita per eccellenza, vividamente creata dai Padri della Chiesa, che ha dominato l’immaginario collettivo in Europa per millenni (per approfondire la storia dell’antigiudaismo cristiano e dell’antisemitismo europeo clicca qui) anche l’immagine coltivata e usata dalla propaganda dei cosiddetti filo-palestinesi. Questa propaganda trova larga eco, spesso inconscia, ovunque in Europa, non soltanto presso le comunità islamiche. La propaganda filo-palestinese monta ad arte immagini, video, notizie che presentino sempre Israele e gli Ebrei come assetati di sangue, perciò dediti soprattutto ad uccidere bimbi. Esistono ormai decine di studi che rivelano che si tratta per lo più di montaggi e di bugie, ci sono sentenze di tribunale che condannano televisioni pubbliche europee per essersi prestate a diffondere questa propaganda falsa – ma la propaganda, benché falsa, viene accolta senza incredulità e senza dubbi anche da persone equilibrate e smaliziate, perché l’immagine dell’ebreo uccisore di innocenti fa parte così profondamente dell’immaginario collettivo degli Europei, che la maggior parte delle persone non ci fa neppure caso. Esiste un’industria della produzione di falsità sugli Ebrei e su Israele, rifacendosi agli stereotipi classici dell’antisemitismo, che è stata definita ‘Pallywood’, che ha poco da invidiare alla propaganda nazista organizzata da Goebbels. Le guerre o guerriglie civili fra Arabi o fra islamici in Iraq, Siria, Libia, Sudan, Mali, Nigeria – e anche in Egitto, Afghanistan, Repubblica Centroafricana, Congo - fanno ogni giorno almeno dieci volte più morti – per lo più innocenti - della guerra fra Israele e Hamas, ma il diverso rilievo dato dai media alla notizie crea la convinzione che Israele fa strage di bambini innocenti – cosa che le nostre coscienze non possono e non debbono sopportare un minuto in più – altrove invece le fazioni si affrontano e si uccidono, ma sono fatti loro e, in fin dei conti, sono tutti poveretti e hanno tutti le loro buone ragioni…

Che possibilità di pace offre il futuro?

Non lo sappiamo.

Sappiamo che la pace si raggiunge

·      quando uno dei contendenti si dichiara vinto, spossato, e si arrende. Questo difficilmente avverrà, perché da decenni le organizzazioni internazionali prevengono, se possono, la piena sconfitta di una delle parti nei conflitti internazionali. Intervengono gli aiuti umanitari, le tregue umanitarie, prima che la parte più debole sia totalmente sopraffatta. Giustamente. Peccato che il risultato sia spesso quello di prolungare il conflitto, perché appena la parte più debole si rimette in sesto torna a combattere, se non sono state modificate le situazioni di fondo che avevano portato allo scontro;

·      oppure quando l’apparire all’orizzonte di un possibile pericolo più grave induce a cercare un accordo e sospendere le ostilità. Gli stessi Ebrei d’Israele cessarono la loro ribellione contro gli Inglesi in Palestina per arruolarsi volontari nell’esercito inglese contro la Germania nazista.

Per ora sappiamo che presto si arriverà a una tregua ma, se nulla cambia sostanzialmente, al più tardi fra un paio di anni le ostilità si riaccenderanno. E nel frattempo in Europa dobbiamo tornare ad alzare la guardia contro l’antisemitismo, oltre che contro i nazionalismi aggressivi che qua e là riemergono.

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