Studiare il Libano degli anni ’80
per capire la Siria e l’Iraq oggi

14/08/2014

È la tesi di George Friedman, di Strategic Forecasting. L’Iraq e la Siria, sostiene Friedman, da lontano ci appaiono divise in grandi fazioni etnico-religiose, ma la frammentazione è ben maggiore. La religione è uno degli agenti identitari che produce la frammentazione o l’aggregazione delle forze, ma anche all’interno della stessa religione c’è una fortissima rivalità fra clan. La guerra continuerà fra i clan anche all’interno di quella che sembrava una stessa fazione, e clan di religione diversa potrebbero temporaneamente allearsi per combattere contro clan più forti.   

In Libano negli anni ’80 c’era una capitale politica, a Beirut, e un esercito, ma erano irrilevanti perché il potere vero era nelle mani di vari gruppi, e ogni gruppo era diviso in clan al suo interno, e ogni clan aveva la sua milizia armata. I Cristiani erano divisi in almeno due clan, quello dei Farangiyye e quello dei Gemayel.  Anche gli Sciiti erano divisi, e anche i Sunniti. I Cristiani a volte si alleavano con i Sunniti, a volte no. La religione aveva un ruolo importante, ma non decisivo.

Oggi c’è la stessa situazione in Siria. Damasco non è più la capitale dello stato, ma il centro del potere di una fazione, quella degli Assad. Ci sono vari altri gruppi che si combattono fra di loro, e le alleanza sono provvisorie e confuse.

La stessa cosa sta succedendo in Iraq. Il potere di governo non è a Bagdad, ma è nelle mani dei clan. Per controllare Bagdad alcuni clan sunniti e sciiti sono alleati fra di loro. I Curdi mantengono buoni rapporti con i clan influenti a Bagdad, ma non sono davvero alleati con nessuno, perché geograficamente dipendono di più dai commerci con la Turchia e potrebbero anche fare a meno di Bagdad.  

Come in Libano nessuna delle fazioni riuscì a gestire il potere in modo esclusivo e ad avere il pieno controllo di Beirut, così avverrà in Iraq. In Siria invece Damasco non è così importante, perché non è il centro delle vie commerciali ed economiche di tutto il territorio circostante. Damasco potrebbe rimanere nelle mani degli Assad, e gravitare sul Mediterraneo.   

Come finì in Libano? Alla fine si arrivò a una specie di riconoscimento di fatto, non di diritto, dei confini delle zone di influenza dei diversi clan. Forse lo stesso succederà in Iraq. È probabile che dalla Mesopotamia al Mediterraneo ci sarà fra qualche anno un modello di stato arabo di tipo pre-nazionale, clanico, frammentato, che sarebbe anche rispondente alle più recenti tendenze localistiche, considerate post moderne, all’interno del contesto economico e finanziario globale e della comunicazione globale.

Al-Maliki ha gestito il potere in Iraq su base clanica, costruendo basi di potere personali nell’esercito e nella burocrazia, eppure ora che ha perso l’incarico questa base di potere non l’ha sostenuto. Sembra in contraddizione con l’asserzione che esercito e burocrazia centrale non reggono di fronte alla frammentazione clanica. Ma a Bagdad le istituzioni – e l’esercito − non si sono ancora  sfaldate soltanto perché potentemente sostenute dall’Iran. Allo stesso modo gli Egiziani negli anni ’80 riuscirono a evitare il crollo totale delle istituzioni a Beirut.  L’esercito iracheno in realtà non opera più nello stato, controlla soltanto Bagdad e dintorni. È l’esercito di Bagdad. Ed è un esercito fondamentalmente di Sciiti, sostenuti e addestrati dall’Iran.  

A Bagdad oggi avvengono anche intensissime discussioni, si susseguono incontri e trattative fra fazioni e fra clan, nessuno dei quali sembra riuscire ad avere il sopravvento sugli altri.  Può darsi che finirà come a Beirut: con una sorta di riconoscimento reciproco, dopo lunghe guerre fra fazioni che avranno cambiato ripetutamente alleanze.

È curioso osservare come questa analisi coincida con quanto va affermando da tempo Mordechai Kedar, professore di lingua e cultura araba all’università di Bar-Ilan in Israele, a proposito dei Palestinesi.  

Kedar sostiene che la soluzione al conflitto arabo-israeliano si potrebbe trovare abbandonando la visione nazionalista occidentale e favorendo invece la creazione di un mosaico di otto diversi emirati autonomi palestinesi, ognuno nelle mani degli otto clan della regione. Questa soluzione rispecchierebbe, secondo Kedar, le tradizioni della cultura politica locale, che non permetterebbero un’aggregazione duratura su base più ampia. Le otto città-stato sarebbero Gaza, Jenin, Nablus, Ramallah, Jericho, Tulkarm, Kalkilya e la parte araba di Hebron. Israele manterrebbe il controllo delle strade di comunicazione e delle campagne ai lati delle strade, offrendo ai Palestinesi che le abitano la possibilità di diventare cittadini israeliani. In questo modo Israele si sentirebbe garantito nella sua sicurezza, garantirebbe ai diversi Emirati l’apertura delle vie di comunicazione a scopo commerciale e per altri usi pacifici, e la stragrande maggioranza dei Palestinesi vivrebbe in emirati autonomi, secondo proprie leggi, anche coniando la propria moneta.

È difficile che oggi si formi un consenso attorno a questa proposta, dopo tre quarti di secolo di conflitti che hanno polarizzato emozioni e opinioni, ma forse qualche decennio fa la proposta avrebbe potuto funzionare.

E se il modello dell’emirato su base clanica si affermasse davvero anche in Siria e in Iraq, non è detto che non possa diventare una soluzione realizzabile anche in Palestina, magari con qualche sorta di garanzia e di supervisione internazionale.

 

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