La fusione fra Occidente e Oriente
cambia la storia

21/02/2015

In un articolo per Stratfor Jay Ogilvy sostiene che oggi si inizia a capire che il fenomeno di maggiore importanza storica dell’ultimo secolo non sono state le guerre mondiali o la guerra fredda, ma è stato l’avvio della fusione culturale fra Occidente e Oriente, che ha suscitato diversi tipi di reazione. La diversità di reazione segna la differenza fra quelli che ‘rimangono indietro’ e quelli che ce la fanno, in entrambi i mondi. ‘Rimanere indietro’ non è da interpretare in chiave economica, ma culturale: è non riuscire a fondere i valori delle due culture, bensì arroccarsi in difesa strenua della propria tradizione. L’onere maggiore dell’adeguamento ha gravato sinora sulle culture orientali, che si sono ritrovate soccombenti sul piano economico, tecnologico e militare. Ma mentre l’India, la Cina, il Giappone , il Vietnam ormai ‘ce la fanno’, il mondo islamico rimane ancora indietro.

È questa la visione dell’indiano Pankaj Mishra, ampiamente citato da Ogilvy, che propone una nuova chiave di lettura del dialogo tra Oriente e Occidente. In From the Ruins of Empire: The Intellectuals who remade Asia, Mishra sostiene che l’incontro-scontro con l’Occidente ha provocato il risveglio intellettuale e politico dell’Asia dopo secoli di torpore. Con un cambio per noi radicale di prospettiva, Mishra analizza la storia dal punto di vista dei governati – l’Asia – e non dei governanti – l’Europa e l’America.

Mishra definisce contraddittorio e conflittuale il pensiero degli intellettuali d’Oriente, diviso tra l’attaccamento alle proprie tradizioni culturali e la tentazione di adottare i modelli dell’Occidente per tenerne il passo. Tra i numerosi intellettuali che si chiesero se l’occidentalizzazione fosse la strada da seguire o da rifiutare – come Gandhi, Ataturk, Tagore – Mishra considera di maggiore interesse per il mondo islamico Jamal al-Din al-Afghani, teologo persiano del XIX secolo.

Il pensiero politico di al-Afghani presuppone l’assimilazione di idee occidentali, ma nel contesto della riforma delle tradizioni musulmane, di cui denuncia l’intolleranza. Sostiene il pan-islamismo, ma rifiuta l’imperialismo. Auspica la separazione tra leggi dello stato e leggi religiose, l’unità dei musulmani, ma anche la collaborazione con induisti, cristiani ed ebrei. Acquistata fama internazionale, fu invitato a Istanbul, ma nel 1871 venne espulso con l’accusa di ‘razionalismo’, che comportava la pena di morte. Proprio allora molti Musulmani indiani, tatari e arabi iniziavano a chiedere al Sultano ottomano di mettersi alla guida di un jihad contro gli infedeli cristiani, senza cercare compromessi, senza affatto pensare a riformare l’Islam. Al-Afghani andò allora in Egitto, dove tenne discorsi e lezioni finché fu nuovamente espulso nel 1879 e rimandato in India. Gli Inglesi temevano che la sua influenza inducesse gli Egiziani a richiedere maggiore autonomia, a volersi rendere indipendenti.  Il pragmatismo razionalista di al-Afghani appariva agli Inglesi più pericoloso per il loro potere dello stesso jihad, che si poteva controbattere e soffocare con le armi.  

Secondo Mishra il pensiero di al-Afghani è alla base delle ‘primavere arabe’, poi soffocate dall’emergere dei gruppi jihadisti. Al-Afghani non è simile a Gandhi, non invoca la non-violenza, che secondo lui porta a rimanere succubi dell’Occidente. Né ricorre alla saggezza filosofica come Tagore, che è sempre vinta dal materialismo, dalla tecnologia e dal progresso inteso all’occidentale. Stravolgendo lo stereotipo culturale che contrappone l’Oriente spirituale all’Occidente materialista, al-Afghani auspica la nascita di un Islam riformato, politicamente moderato e laico, che porti a innovare profondamente il mondo islamico senza sradicarne le radici. 

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