Cosa si intende per “didattica rovesciata”

13/03/2015

Learning is experience, everything else is just information” (La conoscenza è esperienza, tutto il resto è soltanto informazione). L’affermazione di Albert Einstein costituisce la migliore sintesi possibile dello spirito della cosiddetta “didattica rovesciata”. Di cosa si tratta? Il testo italiano più utile per comprenderlo è La classe capovolta, di Maurizio Maglioni e Fabio Biscaro (Erickson edizioni, 2014).

Alla base di questo metodo c’è un vero e proprio ripensamento delle strategie educative della scuola: invertire il luogo dove si segue la lezione (a casa propria anziché a scuola) con quello in cui si impara e si fanno esercizi applicativi (a scuola anziché a casa). Capovolgere lezione frontale e studio individuale non significa soltanto fare i compiti in un luogo diverso e in un momento diverso della giornata, ma dedicare il tempo in classe ad attività didattiche incentrate sull’analisi critica e sull’apprendimento e trasformare il docente da dispensatore di conoscenza a guida per lo sviluppo di competenze. Ecco perché, contrariamente a quanto molti ritengono, la didattica rovesciata non è sinonimo di video online, né vuole rimpiazzare gli insegnanti; al contrario prevede che l’esperienza attiva di apprendimento avvenga in classe, insieme agli altri.

All’origine di questa rivoluzione sta l’esperienza di due docenti americani: Jonathan Bergmann e Aaron Sams. Professori di chimica in una scuola superiore del Colorado, nel 2007 iniziarono a registrare le loro lezioni per consentire agli studenti assenti di recuperare. Pensarono poi di mettere online queste registrazioni. In breve tempo iniziarono a ricevere mail da studenti e docenti che le avevano viste e condivise su forum e blog, e ora chiedevano delucidazioni, interpretazioni, consigli. Uno dei due professori ebbe l’intuizione di sfruttare il potenziale dimostrato dalla lezione registrata per capovolgere il tempo e le attività di casa con quelle di scuola. Oggi la loro è una strategia educativa affermata in moltissimi istituti educativi nel mondo anglosassone. Docenti di tutto il mondo si servono del libro Flip your classroom per cambiare il loro metodo didattico.

Si potrebbe dubitare del fatto che la “didattica rovesciata” possa essere adottata nel contesto scolastico italiano. Una risposta convincente viene proprio da La classe capovolta che, ancor più del testo americano, è una vera e propria guida a uso e consumo dei docenti italiani. Contiene consigli pratici su come preparare video di cui gli studenti possano fruire autonomamente, o indicazioni su dove reperirli già fatti. Molte sono le segnalazioni di siti sui quali trovare corsi online di qualità, piattaforme di e-learning su cui pubblicare esercizi e lezioni, raccogliere gli elaborati dei ragazzi e creare test valutati in tempo reale.

I ragazzi possono accedere ai materiali proposti – non solo video, ma anche libri, tabelle, articoli, ecc. − quante volte vogliono e seguendo i propri tempi. Anche nel caso di un video, è semplice mettere in pausa o tornare indietro per riprendere un concetto che non è stato compreso, cosa evidentemente impossibile da fare con la spiegazione frontale del professore in classe.

Ma il fulcro della “didattica rovesciata” sono le attività da svolgere a scuola: è questa la parte del loro lavoro che i docenti devono rimodellare completamente, e che può dare risultati insperati. Maglioni e Biscaro forniscono indicazioni per organizzare il tempo in classe: i primi minuti della lezione sono dedicati alla discussione dei materiali consultati a casa, sui quali i ragazzi sono invitati a porre domande. Avendo già appreso le nozioni a casa, in classe i ragazzi faranno domande più pertinenti e interessanti, che sono utili al docente per capire quali punti sono stati poco capiti. Quasi tutto il resto del tempo viene dedicato ad attività pratiche − esercitazioni, laboratori, compiti, risoluzione di problemi, studio di casi, attività di approfondimento – seguite dal docente, che passa tra i banchi interagendo personalmente con ogni studente.

L’adozione di questo metodo didattico implica di riconsiderare un altro aspetto, quello delle valutazioni. Secondo il MIUR i docenti italiani basano la valutazione degli studenti per l’80% sull’interrogazione in classe, contro una media del 49% nei 23 paesi in cui è stata svolta l’indagine TASI, commissionata dall’OCSE. Ma l’interrogazione serve quasi soltanto per verificare le conoscenze; se – come indicato dalle istituzioni europee – è necessario verificare le competenze, allora è meglio mettere i ragazzi di fronte a un problema che richieda di cercare, raccogliere, capire e utilizzare anche conoscenze che non hanno, per raggiungere determinati obiettivi, individuati ed esplicitati in precedenza.

Rivoluzionare in questo modo la didattica non comporta grandi costi per gli istituti. L’impegno richiesto ai docenti è invece notevole: occorre molto tempo per ripensare le lezioni, acquisire le competenze informatiche, mettere a punto nuovi sistemi di valutazione, illustrare il nuovo metodo a ragazzi e genitori. Perché farlo? La risposta suggerita da Maglioni e Biscaro è molto semplice: perché, rispetto al metodo tradizionale, va incontro alle esigenze degli studenti e della società. L’insegnamento è infatti personalizzato. I video possono essere fruiti a velocità differenti, compatibilmente con le capacità di ognuno – così nessuno resta indietro e nessuno si annoia. Anche in classe si adotta lo stesso principio e non tutti svolgono necessariamente la stessa attività contemporaneamente: gli alunni più dotati si possono dedicare ad attività diversificate e complesse, o aiutare quelli in difficoltà e rinsaldare le loro conoscenze. In questo modo la scuola abitua i ragazzi a lavorare in gruppo, competenza sempre più richiesta nel mondo del lavoro. Inoltre il metodo è di grande aiuto per gli studenti più impegnati: il lavoro a casa è meno faticoso, gli esercizi complessi vengono svolti in classe con l’aiuto del docente, chi si deve assentare non perde completamente le lezioni. Non meno importante, la flessibilità del metodo aiuta i ragazzi a imparare a gestire il loro tempo e li rende responsabili del proprio apprendimento.

Anche il rapporto tra studenti e professori migliora. Uno dei pregi del flipped learning è proprio quello di aumentare l’interazione tra docenti e studenti. Non dovendo spendere gran parte della lezione in classe per elargire informazioni che si possono trovare online o sui libri, il docente ha molto più tempo per conoscere a fondo i ragazzi, correggere i loro errori, comprenderne le esigenze e individuarne le carenze; senza contare che, mentre alcuni procedono in modo autonomo, il professore può dedicarsi agli studenti in difficoltà.

Gli effetti a lungo termine di questo metodo, apparentemente meno concreti, sono altrettanto importanti. Impiegando la tecnologia la scuola italiana potrebbe finalmente iniziare a parlare la lingua dei ragazzi, che ormai sono nativi digitali, e contemporaneamente educarli all’uso critico del web e degli strumenti informatici. Questo è un obiettivo didattico esplicitamente indicato dall’Europa, così come dal 2008 è raccomandata la cosiddetta “didattica per competenze”, basata sull’idea che gli studenti debbano imparare ad applicare conoscenze e concetti nel concreto, integrandoli con le conoscenze acquisite fuori dalla scuola, trasformando così le conoscenze in competenze

Per l’Italia si tratta di un impegno quanto mai stringente, visto il preoccupante tasso di abbandono scolastico. Nell’ambito di “Strategia Europa 2020”, la Commissione Europea indica come obiettivi da raggiungere un tasso di abbandono scolastico inferiore al 10% e almeno il 40% di laureati tra i giovani. L’Italia pare in grossa difficoltà per raggiungere questi obiettivi. In un contesto europeo in cui, secondo i dati del 2013, il tasso generale di abbandono scolastico è dell’11,9% e il numero di giovani tra i 30-34 anni che ha completato gli studi universitari è pari al 36,5% , nel 2014 l’Italia ha avuto un tasso di abbandono del 15-16%, mentre soltanto il 26-27% dei giovani ha completato l’educazione terziaria. L’Italia in Europa occupa l’ultima posizione per quanto riguarda il livello di istruzione universitaria. Se non riusciremo a rimetterci al passo, rischiamo di dissipare per insufficienza di competenze una quota di PIL compresa tra l’1,4% e il 6,8%, ovvero tra i 21 e 106 miliardi di euro – a seconda delle stime. Il problema ha dunque proporzioni tanto importanti da richiedere politiche di ampio respiro e di portata nazionale. L’adozione della “didattica rovesciata” potrebbe costituire una risposta alla necessità di una scuola migliore, che non lasci indietro troppi giovani. 

Data la realtà di partenza nel nostro Paese – dove soltanto il 10% delle scuole primarie e il 23% delle secondarie hanno una connessione internet veloce − non è pensabile che il nuovo metodo venga adottato ovunque subito. Il passaggio può essere graduale, sviluppando anche forme ibride di insegnamento, purché si tenga sempre conto delle necessità degli studenti e delle nuove realtà in cui gli studenti sono chiamati a vivere. 

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