Salafismo e jihad: una breve storia

27/04/2017

Il terrorismo islamista è chiaramente legato alla grande crescita dell’estremismo religioso in tutto il mondo islamico negli ultimi decenni, grazie all’operato dei Sauditi. All’origine di questo estremismo c’è il movimento salafita, o wahabita, sorto attorno al 1750 nella regione che oggi è l’Arabia Saudita.

La grande ricchezza petrolifera fu usata dai Sauditi per diffondere e sostenere l’ideologia salafita in tutto il mondo islamico − con grande successo. Per i Sauditi questa ideologia è il mezzo per consolidare il proprio prestigio di custodi dei luoghi santi islamici e di sostenitori della ‘vera’ tradizione sunnita, dunque per godere di una posizione egemonica nel mondo sunnita. Per decenni i Sauditi hanno costruito moschee all’estero, organizzato e finanziato corsi e seminari, pubblicato testi, inviato religiosi, fondato e organizzato associazioni di carità e di sostegno sociale per i musulmani. Ma hanno finito col perdere il controllo dell’ideologia e del movimento, perché i comportamenti dei Sauditi contrastano con l’ideologia: stile di vita occidentale, lusso, alleanza militare con l’Occidente. Possiamo tracciare una analogia con la Riforma nel mondo cristiano, quando una parte della chiesa, indignata dai costumi di vita del clero, si ribellò al Papa e diede origine a vari movimenti protestanti.

L’ideologia salafita si può definire una forma di islam austero e fondamentalista, che predica il ritorno alla purezza delle origini. Ne è considerato fondatore Muhammad ibn ’Abd al-Wahhab (1703-1792), il quale voleva riportare il mondo sunnita ai fondamenti del Corano e della Sunna (la letteratura che narra la vita e i detti del Profeta). Ibn ’Abd al-Wahhab pensava che il contatto dell’islam con le molte popolazioni conquistate l’avesse contaminato di idee e comportamenti non islamici, dunque era necessario tornare alla vita e alla dottrina dei Salaf al-Saliheen, i pii predecessori, cioè le prime tre generazioni di successori del Profeta. Le generazioni successive si erano allontanate troppo dal vero islam, perdendosi in discussioni legali, filosofiche o mistiche.

L’Arabia all’epoca di ibn ’Abd al-Wahhab era territorio dell’impero Ottomano, perciò la predicazione salafita costituì una forma di ribellione ai Turchi Ottomani, denunciati come eretici. Ma agli Ottomani interessava avere il controllo delle Città Sante di Mecca e Medina e della costa del Mar Rosso, non della sabbia circostante, perciò ibn ’Abd al-Wahhab poté continuare a predicare all’interno. Si unì a lui Muhammad bin Saud (1710-1765), capo tribù e signore della cittadina di al-Diriyah. La famiglia dei Saud assunse da allora la leadership politica e militare del movimento, mentre la famiglia degli Al al-Sheikh, discendenti di ibn ’Abd al-Wahhab, ne mantenne la leadership religiosa e sociale.

Nel 1932 i Sauditi divennero re dell’Arabia Saudita. Avevano tentato di creare un primo stato autonomo già nel 1818, ma fu distrutto dagli Ottomani. Avevano riprovato nel 1824, riuscendo a mantenere una certa indipendenza fino al 1891. Al loro fianco i religiosi salafiti ispiravano i valori del ‘vero Islam’ in tutta la società, incluso il principio dell’obbedienza al monarca legittimo e alle leggi ‘giuste’. Anche oggi è il Consiglio degli Ulema a discutere e decidere con il re tutti gli aspetti della politica interna, nonché alcuni aspetti della politica estera. La Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio è un corpo di polizia statale che fa rispettare le regole salafite a tutta la popolazione. Questo tipo di collaborazione fra potere politico e potere religioso è tipico di quello che viene definito il salafismo quietista, che non assume la responsabilità di governare direttamente, ma lo fa tramite dinastie regnanti, che a loro volta sono legittimate dall’osservanza e dall’applicazione del salafismo in tutto il paese. Le monarchie sono il braccio armato e politico del salafismo, così come le monarchie europee nel Medioevo erano il braccio armato e politico della Chiesa.

Il salafismo si sviluppò in Egitto a partire dal tardo 1800, dando origine a una ricca fioritura di predicatori e studiosi, che però non riuscirono a formare alleanze durature con dinastie o partiti politici, perciò rimasero attivi soltanto in campo religioso e sociale.

Dagli anni ’80 si sono sviluppati in tutto il mondo islamico gruppi salafiti jihadisti che intendono suscitare ribellioni armate e costituire nuovi califfati secondo i dettami dell’islam delle origini. Costoro rimproverano ai Sauditi di aver tradito la causa. Il fondatore della monarchia saudita, re Abdulaziz, conquistò il regno con l’aiuto di una milizia religiosa armata, gli Ikhwan, ma anziché continuare la guerra santa per la conquista di tutto l’antico impero arabo si limitò all’Arabia, cercando un accomodamento con l’Impero Britannico alla fine della Prima Guerra Mondiale. Gli Ikhwan non erano d’accordo a fermare la guerra santa e lanciarono attacchi nei territori degli odierni stati di Giordania, Kuwait a Iraq. Re Abdulaziz li dovette fermare con un’armata laica (che poi sarebbe diventato la Guardia Nazionale saudita) e con l’aiuto degli Inglesi. Nel 1929 la ribellione degli Ikhwan finì, ma la dinastia saudita rimase con un problema di delegittimazione da parte dei salafiti jihadisti.

La scoperta del petrolio nel 1938 aiutò a lenire la questione: i Sauditi potevano comprare la fedeltà col denaro, e lo fecero in grande stile, divenendo i sostenitori del salafismo pietista in tutto il mondo. Ma il processo di modernizzazione della società, accelerato dall’enorme e improvvisa ricchezza petrolifera, fece sorgere movimenti di opposizione religiosa estremista già negli anni ’60, anche all’interno della casa regnante dei Saud. Una prima ribellione fu repressa nel sangue, ma dieci anni più tardi il fratello di un ribelle ucciso uccise a sua volta il re. Nel 1979 cinquecento ribelli religiosi si impossessarono a mano armata della moschea della Mecca, nel tentativo di far cadere la monarchia. Per soffocare la ribellione furono chiamati soldati pachistani e francesi, gli uni considerati eretici e gli altri infedeli! Per i quietisti divenne sempre più difficile conciliare la predicazione dell’obbedienza al re e la predicazione del ritorno alla legge delle origini.

Anche in Egitto spuntarono gruppi radicali jihadisti negli anni ’70. Fra questi c’era il Tandheem al-Jihad, che nel 1981 assassinò il presidente Sadat perché aveva osato far pace con Israele.

Negli anni ’80 i jihadisti radicali ebbero un inaspettato sostegno anche da parte dell’Occidente durante la guerra in Afghanistan contro i Sovietici. Fu lì che si sviluppò l’idea di una possibile conquista del potere in tutto il mondo islamico per costituire il Califfato universale, che si sarebbe contrapposto con successo agli infedeli e agli eretici. La prima operazione spettacolare del salafismo jihadista sul palcoscenico globale fu l’attentato alle Torri gemelle a New York. Il resto è storia recente, fino all’ISIS.

È molto interessante osservare l’evoluzione del salafismo quietista, che da qualche tempo si presenta alle elezioni. Il FIS algerino (Fronte Islamico di Salvezza) fu il primo caso: si presentò alle elezioni nel 1989 e vinse, ma era una organizzazione-ombrello formata di tanti gruppi diversi e si sfasciò di fronte al golpe militare che lo rovesciò. Si attivarono i gruppi jihadisti e l’Algeria fu insanguinata per lunghi anni da orribili stragi. Nel 1992 in Kuwait si presentò alle elezioni l’Alleanza Islamica Salafita, che si opponeva al processo di riforme e di modernizzazione avviato dopo la guerra del 1991. Rimasero da allora nel gioco politico e costituiscono una fetta consistente dell’attuale parlamento. In Bahrain la monarchia si appoggia al partito salafita al-Asalah Islamic Society per arginare le richieste della popolazione a maggioranza sciita. Il partito ha una forte rappresentanza in parlamento e opera in stretta collaborazione con la famiglia regnante. In Yemen i salafiti hanno creato un proprio gruppo all’interno della Fratellanza Musulmana, che si contrappone agli sciiti che ne fanno parte.

Durante le ‘primavere arabe’ i salafiti ebbero ruoli di primo piano. In Egitto ci sono molti gruppi salafiti, il più importante dei quali è il movimento socio-religioso al-Dawah al-Salafiyah di Alessandria. Alle elezioni del 2011-12 il partito che raggruppava i salafiti fu secondo ai Fratelli Musulmani, conquistando un numero inaspettato di seggi e di consensi. Formò il governo insieme ai Fratelli Musulmani, ma nel 2013 ritirò il suo appoggio al governo. Ora sostiene in sordina, senza clamore, il governo militare di al Sisi.

Quando il jihadismo salafita avrà terminato il suo corso, sarà probabilmente questo salafismo quietista ed elettorale a farsi avanti. Allora andrà tutto bene? Non proprio, perché anche i salafiti che si presentano alle elezioni non credono alla democrazia, l’accettano soltanto come strumento per raggiungere il potere. Ma il confronto con la realtà li potrebbe portare ad accettare le regole democratiche anche come strumento di governo.

 

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