Gli USA e la Somalia

15/05/2017

Gli USA hanno recentemente inviato un gruppo di istruttori aeronautici ad addestrare ed equipaggiare le truppe somale alla lotta contro al-Shabab. La notizia della morte di un Navy Seal ha svelato la presenza in Somalia anche di altri corpi di élite americani. L’11 maggio si è tenuta a Londra una conferenza sulla Somalia, con la presenza del segretario alla difesa James Mattis, che ha deciso di aumentare di 900 milioni di dollari gli aiuti economici ONU a sostegno della popolazione colpita da carestia. Sono tutti segni di un attivo interesse degli USA nel Corno d’Africa.

Dal 1991 in poi gli USA hanno sempre avuto un ruolo di primo piano nelle missioni ONU di peacekeeping in Somalia, paese costantemente preda della guerra civile. Nei primi anni 2000 la maggior parte del territorio cadde sotto il controllo degli islamisti delle Corti Islamiche, da cui nacque il gruppo armato estremista di al-Shabab, che ha legami sia con al Qaeda sia con l’ISIS e compie atti di terrorismo anche nei paesi confinanti. Formalmente la Somalia oggi ha un governo centrale unitario, che però non ha il pieno controllo del territorio.

Il governo Trump sembra deciso a rafforzare la protezione dello stretto di Bab el-Mandeb e del Golfo di Aden, attraverso cui passano le rotte marittime essenziali al commercio fra l’Europa e l’Asia e al commercio di energia del Medio Oriente. L’obiettivo non è il controllo del territorio, ma il controllo dei cieli e dei mari, perché le rotte rimangano aperte e sicure.

Da aprile 2014 nella base militare Lemonnier a Gibuti staziona la East Africa Response Force, composta da unità dell’Aeronautica, dei Marines (truppe anfibie) e della Marina americana. Dalla fine del 2015 nella base Lemonnier è stazionato anche il Terzo gruppo delle Forze Speciali, dopo il ritiro dall’Afghanistan. Inoltre gli USA sono coinvolti nel progetto di sviluppo del porto di Berbera in Somalia, che si affaccia sul Golfo di Aden, e nello sviluppo della base militare degli Emirati Arabi Uniti accanto a Berbera. Dall’altra parte dello stretto, lo Yemen è in preda alla guerra civile e gli Houthi sciiti, sostenuti dall’Iran, hanno tentato due volte di bloccare il passaggio di navi, suscitando immediate reazioni. I pirati di al-Shabab avevano creato molto allarme negli anni 2010-2012, ma sono stati bloccati. 

Il governo Trump sembra deciso a rafforzare la protezione dello stretto di Bab el-Mandeb e del Golfo di Aden, attraverso cui passano le rotte marittime essenziali al commercio fra l’Europa e l’Asia e al commercio di energia del Medio Oriente. L’obiettivo non è il controllo del territorio, ma il controllo dei cieli e dei mari, perché le rotte rimangano aperte e sicure.

La sicurezza sul terreno è affidata alle truppe della Somalia e dei paesi confinanti, soprattutto Etiopia e Kenya. L’Etiopia tuttavia oggi è in crisi profonda per ribellioni interne e pericoli di guerra civile. Nel 2016 il governo etiope ha richiamato le truppe dalla missione di pace di Somalia per poterle utilizzare nel controllo interno, anche se ufficialmente il motivo del ritiro è economico. Il Kenya è molto più stabile e sta collaborando attivamente con gli istruttori USA e con gli organismi internazionali alle missioni di peacekeeping in Somalia. Recentemente ha ricevuto dagli USA 12 elicotteri militari di nuova generazione, 24 gruppi mitragliatori mobili con i sistemi di puntamento più aggiornati e circa 4000 missili esplosivi. Il Kenya è anche paese privilegiato per l’esportazione negli USA, esente da dazi e tasse.

 

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