Il braccio di ferro fra USA e Cina

30/04/2018

I giornali hanno dato notizia della decisione di Trump di riconsiderare la possibile adesione degli USA alla Trans Pacific Partnership, accordo di libero scambio fra gli stati del bacino del Pacifico sviluppato negli anni della presidenza Obama, non firmato dal nuovo presidente. Perché Trump ci ripensa? Perché il PTT può esser utile nella guerra commerciale con la Cina, guerra in cui il governo cinese dimostra di saper abilmente sfruttare i limiti istituzionali del potere negli USA.

Il peggior timore di ogni presidente cinese è che eventuali crisi economiche creino disoccupazione e/o abbassamento dei salari nelle aree meno sviluppate del paese, quelle lontane dalla costa e dalla grande pianura fluviale centrale, alimentando scontento sociale e possibili movimenti secessionisti. La Cina è sempre stato un grande impero multinazionale e oggi racchiude al suo interno ben 54 nazionalità, di cui i Tibetani e gli Uiguri non sono che le più note per la loro resistenza all’assimilazione. Le diverse nazionalità un tempo erano governate centralmente in nome del potere divino dell’imperatore, incaricato di mantenere la pace sotto il cielo (cioè in terra). Dal 1949 i territori dell’ex impero sono riunificati e governati centralmente in nome della dittatura del proletariato.

La Cina oggi non è più una economia collettivizzata comunista, ma la base della legittimità del suo governo non è cambiata: è ancora il diritto al potere del popolo lavoratore, rappresentato dal Partito unico, il partito comunista cinese. Se una crisi economica aumentasse le differenze di status economico e sociale fra le regioni centrali e quelle periferiche, potrebbe esser messa in discussione la legittimità del potere centrale e potrebbero riprendere vigore i nazionalismi locali, portando a possibili insurrezioni e secessioni. Perciò il governo cinese e il partito comunista cinese conducono una sorveglianza continua sugli equilibri di potere economico e sociale fra le diverse aree del paese, per intervenire appena paiono prodursi segnali di irrequietezza e di accentuazione degli squilibri.

Un presidente cinese ha poteri che nessun altro politico al mondo ha. Non soltanto può soffocare malcontenti e rivolte con metodi dittatoriali, ma ha il pieno controllo di tutti i mezzi di informazione e di tutti i centri di gestione delle grandi aziende. Potrebbe facilmente attribuire la colpa della recessione agli USA, per esempio, e scatenare l’opinione pubblica contro il nemico esterno, usando tutti i mezzi a sua disposizione, prevenendo così possibili insurrezioni interne. Invece i presidenti USA debbono sempre vedersela con il Congresso e non hanno il controllo dei mezzi di informazione, né dei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Anche la stesura e la firma di patti commerciali richiede anni e anni di tortuosi negoziati fra paesi democratici, persino quando la convenienza è evidente e la necessità è urgente. Invece un presidente cinese può decidere e agire in brevissimo tempo, se così conviene.

La Cina ha imparato a sfruttare abilmente i punti deboli delle democrazie. Le recenti misure cinesi contro le importazioni americane sono state accuratamente studiate per colpire in modo forte proprio le contee e gli stati in cui Trump ha avuto la maggioranza dei voti alle scorse elezioni. Gli elettori e produttori americani più colpiti sono gli agricoltori, perché la Cina ha imposto un dazio del 25% su soia, grano e mais. La Cina cioè non ha adottato contromisure mirate a difendere i propri settori economici, ma mirate a colpire i sostenitori dell’attuale governo americano. Come reagire? Firmare il TTP aprirebbe agli agricoltori americani altri mercati, soprattutto quello giapponese, in tempi relativamente brevi, perché non sarebbero quasi necessarie ulteriori trattative. Gli 11 stati che già aderiscono al TTP hanno già inserito nel trattato una serie di condizioni studiate apposta per attirare gli USA.

Firmare il TTP porterebbe agli USA alleati in più nella guerra commerciale con la Cina, quali Malesia, Brunei e Vietnam. E per arginare la Cina occorrono alleati strategici di lungo periodo, perché la vera guerra economica fra USA e Cina non si gioca né sull’alluminio né sui prodotti agricoli che sono stati l’obiettivo dei recenti reciproci dazi, ma sulla tecnologia.

Secondo un recente studio di Oxford Economics, l’interscambio commerciale e finanziario fra USA e Cina ha sostenuto 2,6 milioni di posti di lavoro negli USA nell’anno 2015, e ha fatto risparmiare ai consumatori americani 850 milioni di dollari sull’acquisto di beni di consumo. Questi dati significano che l’economia americana non ha nulla da temere dal libero scambio commerciale con la Cina, finché gli USA mantengono una larga superiorità nel campo dell’alta tecnologia. Ma la Cina sta erodendo rapidamente il margine di vantaggio degli USA in campo tecnologico. Il programma “Made in China 2025” prevede che la Cina diventi rapidamente leader globale nella produzione di semiconduttori, robot, velivoli spaziali, intelligenza artificiale, biotecnologie ed energie rinnovabili. A questo scopo la Cina usa quattro pratiche che l’amministrazione americana giudica illegali:

- obbligare (non per legge, ma di fatto) le aziende straniere che vogliono produrre e vendere in Cina a costituire joint venture con aziende cinesi e metter a loro disposizione i propri brevetti;

- obbligare le aziende straniere che vogliono produrre e vendere in Cina a cedere la licenza d’uso dei loro brevetti a prezzi molto bassi, stabiliti per legge;

- concedere finanziamenti pubblici illimitati per l’acquisto di aziende high-tech estere da parte di concorrenti cinesi;

- impiegare organizzazioni pubbliche nell’hackeraggio mirato allo spionaggio industriale (pratica che ovviamente il governo cinese nega ma che è risaputa da chi lavora in Cina).

I dazi recentemente imposti sui prodotti cinesi non servono ovviamente a fermare la crescita della Cina in campo tecnologico, ma sono un avvertimento al governo cinese, un modo per dire ‘se non cessate questi comportamenti illeciti, vi creiamo danni economici e politici sul mercato interno colpendo le vostre aziende nei settori a bassa tecnologia, che danno lavoro a molti milioni persone’. A questo avvertimento la Cina ha replicato con dazi mirati che significano ‘e noi danneggiamo direttamente l’elettorato di base del vostro presidente!’

Che avverrà alla prossima puntata?

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