L’economia egiziana fra esercito e mercato

07/01/2020

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Nel lontano 1954 Nasser introdusse riforme radicali anche in economia. Avendo adottato un sistema economico di tipo socialista, dal 1962 nominò come dirigenti di fabbriche e banche soltanto ufficiali dell’esercito, sia perché riteneva che l’esercito volesse il bene del popolo, sia per sviare gli ufficiali dalla possibile ricerca di potere politico. Ma non diede il potere economico all’esercito in quanto istituzione: l’esercito continuò a essere finanziato dallo stato e a focalizzarsi sulla difesa, non su attività imprenditoriali.

La situazione cambiò dopo gli accordi di pace con Israele, sotto Mubarak. Dopo il ritiro degli Israeliani dal Sinai l’esercito egiziano poteva focalizzare tutta l’attenzione sulla situazione interna. L’esercito godeva di stima e di fiducia e vedeva se stesso come il garante della sicurezza e del benessere dell’intera popolazione. Mubarak non poteva ignorarne il prestigio e il potere. Adottò un sistema economico di mercato, non più socialista, ma promosse alleanze e joint venture fra imprenditori privati ed esercito anche nel campo delle produzioni per usi civili. Fin dal1954 Nasser aveva creato un’industria militare egiziana affidandola alla gestione diretta dei militari, ma soltanto per produrre armi. Mubarak invece affidò all’esercito industrie che producono elettrodomestici, macchine agricole, attrezzature sanitarie. Imprenditori privati ed esercito presero a operare insieme in tutti i progetti economici di qualche importanza. Questo sistema non ha però salvato Mubarak dall’ira popolare nel 2011. La ribellione del 2011 accusò Mubarak e il suo governo di corruzione e favoritismo nei confronti degli imprenditori e portò al potere Al-Morsi, rappresentante dei Fratelli Musulmani, ma dopo un paio di anni i militari gli tolsero il loro sostegno, Morsi cadde e nel 2014 venne sostituito da Al-Sisi, che rafforzò la cooperazione con l’esercito a scapito degli imprenditori privati, perché la popolazione egiziana pensava che la vicinanza del governo Mubarak agli imprenditori privati avesse portato il paese alla rovina economica.

Al-Sisi sa che gli Egiziani si fidano dell’esercito e ha affidato all’esercito il compito di sviluppare l’economia del paese. L’esercito produce e vende a prezzi calmierati (inferiori a quelli di mercato) anche tutti i prodotti alimentari di base. Ufficialmente l’esercito controlla soltanto il 3% dell’economia, in realtà ne controlla più del 50%. Le aziende dell’esercito sono state quotate in borsa, perciò ufficialmente non vengono considerate proprietà dell’esercito, ma di libero mercato. In realtà sono sempre controllate e gestite dall’esercito. L’esercito egiziano possiede 600 alberghi e centri turistici, controlla quasi tutta la produzione di cemento e di fertilizzanti per l’agricoltura; possiede aziende che costruiscono le infrastrutture del paese (dalle fogne alle strade ai porti ai sistemi di irrigazione), aziende farmaceutiche e di abbigliamento.

L’esercito non è tenuto a fornire rendiconti alle agenzie pubbliche, perciò le risorse finanziarie dell’esercito sono coperte dal segreto. L’esercito non paga né dazi sulle importazioni né tasse sugli utili. Le aziende costruite su terreni che appartengono all’esercito non sono tenute a pagare tasse. È un sistema che non permette ai privati di competere pagando le tasse, perciò scoraggia gli investimenti privati. Ad una autorità dell’esercito è affidato persino il reclutamento dei dipendenti pubblici e la loro riabilitazione psicologica.

Al-Sisi ha anche lanciato due megaprogetti per dare una grande spinta all’economia; il raddoppiamento del Canale di Suez e la costruzione di una nuova capitale sul delta del Nilo. Il raddoppio del canale è stato fatto da contractor internazionali specializzati ed è costato 8 miliardi di dollari, ma non ha ancora portato un qualche incremento significativo dei ricavi. La costruzione della nuova capitale, attualmente in corso, è stata affidata a una società che appartiene al 51% all’esercito. Il costo complessivo dovrebbe essere di circa 45 miliardi di dollari. 

Benché il reddito pro capite degli Egiziani sia lentamente ma quasi costantemente aumentato sia in termini monetari (figura 1) che in termini di potere d’acquisto (figura 2), gli Egiziani non apprezzano le concessioni che il governo sta facendo agli Emirati e ai Sauditi, cioè ai paesi diplomaticamente e militarmente alleati dell’Egitto, che possono sostenere l’Egitto anche finanziariamente. A una azienda di Dubai è stata concessa la gestione del porto di Ain Sokhna a sud del canale di Suez, ma gli oppositori pensano che questa azienda boicotterà lo sviluppo di Ain Sokhna per non danneggiare i volumi di transito nel porto di Jebel Ali, in Dubai. Quasi tutta la popolazione disapprova inoltre la cessione all’Arabia Saudita degli isolotti di Tiran e Sanafir, lungo le coste del Sinai.

Al-Sisi cerca di ripercorrere le orme di Nasser, ma non ha il carisma di Nasser, né ha una visione economica salda e coerente. Se i due megaprogetti per i quali l’Egitto si è grandemente indebitato non dovessero aver successo, il potere di Al-Sisi potrebbe crollare, portando via con sé anche la fiducia degli Egiziani nell’esercito.

 

 

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