Coronavirus: che lezioni ne trarremo?

24/03/2020

Cliccare sulle immagini per ingrandirle.

 

A distanza di tre mesi dal primo allarme lanciato in Cina dal dottor Li Wenliang e dopo settimane di ansia e di incertezza (e molto bla-bla) a livello globale, iniziano a essere chiari alcuni errori e alcune lacune nei sistemi e nelle istituzioni, cui dovremo porre rapidamente rimedio in futuro.

1 - Non eravamo preparati. Nessuno stato democratico di cultura occidentale ha dimostrato di avere pronto un piano generale di difesa da epidemie o pandemie. Eppure preparare e aggiornare i piani strategici contro i pericoli gravi, anche se poco probabili, cui il territorio e i cittadini potrebbero essere esposti è uno dei precipui compiti istituzionali di ogni stato. I cittadini ed elettori dovrebbero assicurarsi che questa funzione dello stato venga sempre espletata. Come abbiamo potuto lasciar correre? Non ci sono mancati gli avvisi, le sollecitazioni a porre rimedio a questa grave lacuna delle nostre istituzioni. È diventato celebre nelle ultime settimane il Ted Talk di Bill Gates che lanciava pubblicamente l’allarme alcuni anni fa. Eppure neppure Bill Gates riuscì a dar la sveglia ai mezzi di informazione, all’opinione pubblica, ai politici. Noi Occidentali viviamo da troppi decenni nell’illusione di essere esenti da tutti i pericoli gravi, seppur poco frequenti, della storia umana: pandemie, invasioni, carestie, crollo demografico. Pensiamo di essere vulnerabili soltanto da parte della concorrenza economica asiatica e del terrorismo islamista. Non è così, ed è bene che rivediamo il funzionamento delle nostre istituzioni per essere pronti all’azione in tutti i casi di grave pericolo. Prepararsi significa innanzi tutto elaborare i piani per l’azione nel caso si realizzino certi scenari, e allestire gli strumenti per poter implementare il piano in tempi rapidi.

2 - La Corea e la Cina erano preparate. Pur se molto diversi, entrambi i paesi avevano un piano strategico pronto, perciò hanno potuto implementarlo in tempi rapidi e senza tentennamenti. Hanno potuto agire con tempestività ed efficacia perché avevano il piano pronto, non perché usino sistemi autoritari: anche noi democratici ora mandiamo l’esercito per le strade e impediamo alla gente di muoversi liberamente, e lo facciamo per decreto, non dopo lunghi dibattiti e votazioni in Parlamento. Il nostro ritardo e la nostra minore efficacia è la conseguenza del non aver preparato in anticipo i piani da applicare, non del diverso rispetto della libertà dei cittadini. 

Il sistema più efficace e più intelligente è quello coreano. La Corea non ha bloccato la produzione né i trasporti su scala generale (salvaguardando così l’economia e l’occupazione), ma ha subito mandato migliaia di squadre di persone ben protette e ben istruite e organizzate a cercare casa per casa, alloggio per alloggio, gli eventuali ammalati o contagiati, per identificare e circoscrivere il più rapidamente possibile ogni fonte di contagio e provvedere istruzioni e cure mirate direttamente a chi ne aveva bisogno. Non è certamente stato un colpo di genio improvviso e occasionale di qualche ministro o di qualche autorità sanitaria: per poter mettere in piedi in pochi giorni un sistema così occorre che i massimi livelli dello stato e del governo avessero non soltanto una strategia pronta, ma anche i piani operativi per mobilitare, istruire e attrezzare tante persone, formare e assegnare le squadre al territorio in base a priorità già prefissate, raccogliere ed elaborare i dati, coordinare il settore sanitario con quello logistico e informatico e con la sicurezza nazionale.

Anche i Cinesi avevano un piano, molto più semplice e radicale di quello coreano, ma funzionale: identificare e isolare completamente il bacino dei primi focolai, mandarvi l’esercito e decine di migliaia di medici e infermieri da altre zone, ma senza fermare il resto del paese. Mentre i Coreani hanno operato una fine setacciatura della popolazione per isolare i contagiati casa per casa, quartiere per quartiere, i Cinesi hanno isolato un’area vasta e ne hanno bloccato tutta la popolazione, poi l’hanno curata e ripulita interamente, concentrando grandi risorse soltanto su quell’area. Anche questa è un’operazione complessa, che richiede coordinamento e risorse e istruzioni complesse, che perciò non si improvvisa in qualche giorno.

3 - La pandemia ci ha fatto fisicamente sentire che viviamo in un villaggio globale, nel bene e nel male: il contagio corre veloce ovunque, così come ogni altro pericolo, ma anche l’aiuto e la conoscenza sono globali, e la cura (il vaccino) verrà per tutti dalla cooperazione di molte centinaia di scienziati e ricercatori sparsi in tante parti del mondo. Questa globalizzazione è importante e va potenziata e ampliata. È molto più importante del commercio globale di merci di uso e consumo quotidiano e a basso contenuto tecnologico (dalle mascherine ai prodotti alimentari), che invece è bene siano disponibili vicino a casa, anche se costano un po’ di più – con il vantaggio di sprecare meno energia nei trasporti. Così come è bene che siano disponibili vicino a casa le strutture e le attrezzature necessarie per comunicare e per salvare vite in caso di calamità. O per difenderci in caso di invasioni (non vorremmo lanciare nuovi allarmi infondati, ma anche il pericolo di invasione del territorio non è più del tutto impensabile per l’Europa mediterranea).

4 - Noi usciremo da questa pandemia con l’economia allo sfascio. Come potremo riprenderci? Questo è un discorso molto complesso e ancora poco chiaro. Dovremo fare una valutazione della realtà fra due o tre mesi.

 

Lascia un commento

Vuoi parteipare attivamente alla crescita del sito commentando gli articoli e interagendo con gli utenti e con gli autori?
Non devi fare altro che accedere e lasciare il tuo segno
Ti aspettiamo!

Accedi

Non sei ancora registrato?

Registrati

I vostri commenti

Per questo articolo non sono presenti commenti.