Che cosa cambierà la pandemia

04/05/2020

Inizia a essere chiaro che la difesa nazionale dovrà d’ora in poi prevedere anche la capacità di identificare e isolare in tempi rapidi i possibili portatori di contagio, oltre che curarli, sia perché ora sappiamo che un’epidemia può danneggiare le nostre economie e le nostre popolazioni come una guerra, sia perché la diffusione di epidemie sarà vista come una straordinaria nuova arma da parte piccoli ‘stati canaglia’ e di gruppi terroristici fortemente ideologizzati che vogliono distruggere i poteri esistenti. A tali gruppi non importa se l’epidemia può colpire tutti indistintamente, non soltanto i nemici. Non c’è da stupirsi: già Robespierre, eroe della rivoluzione francese, prodotto di una ‘elevata’ cultura laica europea, sosteneva che se il Terrore avesse ridotto il numero di Francesi a soli tre milioni (erano circa 25 milioni) sarebbe stato un gran bene. Cambierà dunque lo status e l’organizzazione della sanità pubblica; i laboratori di ricerca e di analisi in campo biomedico e la produzione di protezioni sanitarie, farmaci e vaccini diventeranno pedine della strategia di intelligence e di difesa del territorio, in collaborazione con i paesi alleati. Fino a gennaio si pensava che la guerra futura si sarebbe svolta nello spazio, dove i nemici si sarebbero affrontati per distruggere i sistemi di telecomunicazioni satellitari avversari. Ma è molto più probabile una serie di attacchi a base di virus, sferrati localmente e a basso costo da poteri deboli. Proprio come non ci fu mai la grande guerra nucleare per cui si erano attrezzate le due superpotenze dopo la Seconda guerra mondiale, ma ci furono e ci sono guerriglie, attentati terroristici, ribellioni e guerre civili a bizzeffe.

Un’altra cosa certa è che in molti settori prenderà piede lo smart working, come viene chiamato il telelavoro. Un lavoro fatto a distanza, da casa, non ha nulla di più smart del lavoro svolto stando seduti in una stanza insieme ad altri, ma evita i tempi e i costi di trasporto quotidiano da un posto all’altro, riducendo le necessità di spostamento a poche ineludibili riunioni in cui occorre confrontare e valutare proposte e risultati, e farlo faccia a faccia è davvero più facile e più veloce. Lavorare da casa comporta necessariamente flessibilità di orario e ulteriore standardizzazione delle procedure e delle mansioni, sotto il controllo degli algoritmi dei programmi usati dall’azienda per cui si lavora. Lavorare da casa secondo sistemi e procedure aziendali (non in modo creativo e autonomo) ridurrà la soddisfazione dei dipendenti, che deriva in larga parte dalla qualità dei contatti interpersonali sviluppati in ambito aziendale, permetterà di abbassare i costi, renderà più facilmente intercambiabili e sostituibili i dipendenti. I dipendenti sentiranno più necessità di avere una vita sociale al di fuori del lavoro. Il telelavoro permetterà di trovar lavoro dipendente anche vivendo in campagna, in periferia, lontano dalla sede fisica dell’azienda. Darà perciò più flessibilità nella scelta del luogo di residenza, agevolerà il doppio lavoro.

Infine la pandemia ha certamente accelerato la necessaria digitalizzazione della didattica, ma con quali risultati è ancora tutto da verificare. L’acquisizione di nozioni e informazioni online è un enorme risparmio di tempo sia per gli studenti sia per i docenti, ma l’insegnamento non è trasmissione di nozioni e informazioni, è educazione a utilizzare le nozioni per sviluppare progetti, risolvere problemi, confrontarsi con i pari, sviluppare la socialità e il pensiero critico. L’educazione non si dà a distanza, presuppone la partecipazione a una comunità.

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