Il denaro, che equivoco!

20/05/2020

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Lo usiamo ogni giorno, eppure tendiamo ad attribuire al denaro poteri e capacità che non può avere, segno che tendiamo a travisarne la natura. Proviamo a ripercorre brevemente la storia del denaro e delle sue funzioni, anche se larga parte della storia ad alcuni sembrerà ovvia e risaputa.

Denaro è il termine con cui indichiamo qualunque tipo e forma di moneta. La moneta è la singola tipologia di denaro emessa da una specifica autorità monetaria, cioè oggi dalle banche centrali degli stati. Ma poiché la moneta è sempre più virtuale e perde fisicità, oggi è più corretto chiamare ‘valuta’ il denaro messo in circolazione da ogni specifica autorità. L’euro, emesso dalla BCE, è ancora una moneta perché circolano biglietti e monete denominati in euro, ma la maggior parte degli euro circolanti sono virtuali, sono cifre accreditate o addebitate a distanza da un conto all’altro.

Il denaro fu pensato per ovviare alle difficoltà e ai limiti del baratto, lo scambio diretto dei beni. Il materiale di cui il denaro è fatto deve essere abbastanza poco voluminoso per poter essere messo in tasca o in un borsello; deve poter essere facilmente producibile, cioè coniabile, sia in pezzi piuttosto grossi sia in tante piccole parti uguali fra di loro, per essere usato sia per scambi di piccolo valore sia per scambi di grande valore; non deve consumarsi, né deperire o marcire. Oro e argento finirono con l’essere identificati in quasi tutte le civiltà come i materiali più adatti. A stabilire il valore relativo di ogni bene o servizio rimase però sempre il mercato, cioè l’equilibrio fra la richiesta e l’offerta in un certo momento e un certo luogo. Se nel 1500 a Siracusa per un bue da lavoro si offrivano fino a 30 pecore da latte, chi pensava di vendere un bue da lavoro richiedeva 30 pecore se aveva bisogno di pecore, oppure 30 volte più denaro di quanto ne volevano gli allevatori che vendevano le pecore da latte in quello stesso mercato. Con il denaro avrebbe potuto comperare le pecore sei mesi più tardi, quando avesse finito di costruire il recinto in cui tenerle, oppure avrebbe potuto acquistare soltanto 10 pecore e tenere il resto del denaro per acquistare ogni mese un sacco di farina per la famiglia. Il vantaggio del denaro infatti è che si può tenere nel tempo per usarlo o farlo usare da altri più tardi, non ha bisogno di essere accudito come le pecore o i buoi, non marcisce come la frutta o la verdura, occupa poco spazio. Gran bella invenzione il denaro!

Se ne accorsero anche i potenti, i prepotenti e i furfanti. Prepotenti e furfanti presero a razziare i metalli usati come denaro. I potenti promisero ai loro amici e vicini di proteggerli dai prepotenti e dai furfanti in tre modi:

-          mettendo guardie armate a sorvegliare le strade, le miniere, i magazzini;

-          immagazzinando oro e argento nei sotterranei del castello per metterli al sicuro;

-          stampigliando a caldo il proprio sigillo sui piccoli pezzi di oro o argento che avrebbero messo in circolazione, cioè coniando monete, con la garanzia che si trattava di oro puro, o di argento puro, oppure di una lega con determinate caratteristiche, e che quel singolo pezzo aveva un certo peso.

Tutto questo lavoro e questo rischioso servizio di assicurazione non poteva essere fatto gratis. Come retribuirlo? Il potente avrebbe trattenuto un po’ di metallo da ogni pezzo coniato, cioè ogni moneta avrebbe avuto un peso lievemente inferiore a quello dichiarato nella stampigliatura; se la stampigliatura dichiarava ad esempio che la moneta era d’argento e pesava un’oncia, il peso effettivo sarebbe stato un po’ meno di un’oncia. Il resto sarebbe rimasto nei forzieri del potente di turno.

Nel tempo si susseguirono diversi sistemi di governo e di potere che quando ebbero necessità di aumentare velocemente gli uomini e le armi al loro servizio trovarono più rapido e più facile ‘svalutare’ la moneta, cioè diminuire la quantità di metallo prezioso nelle monete che coniavano, piuttosto che forzare i sudditi a consegnar loro più grano, più bestiame, più oggetti preziosi. Alcuni re o imperatori in condizioni di difficoltà arrivarono a ‘svalutare’ le monete del 98, sostituendo il 98% dell’argento con qualche metallo di poco valore, tanto per poter dar corpo alla moneta. Senza contare le quantità che venivano limate attorno ai margini da privati privi di scrupoli, per farne lingotti.

Benché molto compatte, le monete erano tuttavia pesanti e trasportarle in gran quantità da una parte all’altra del continente eurasiatico all’epoca di Alessandro Magno o di Tamerlano era pericoloso, perché si correva il rischio di essere attaccati e depredati dai briganti o dalla soldataglia lungo la via carovaniera. Ma i mercanti ebbero una bella trovata: nelle oasi e nelle cittadine lungo le vie carovaniere insediarono famiglie di parenti o di amici fidati, che fornivano casa, alloggio e servizi al mercante durante le sue spedizioni. I servizi importanti erano tanti: la raccolta di informazioni su che cosa avveniva lungo la via e nei mercati, la traduzione di documenti e di discorsi dal vivo, la custodia temporanea di merci lasciate in deposito dal mercante o dai suoi fornitori, oppure la spedizione a terzi di quelle stesse merci, eventualmente raccogliendo anche il pagamento dal destinatario.

Divenne rapidamente ovvio che chi riceveva e teneva in deposito le merci e poi le rispediva poteva fare altrettanto con il denaro, se godeva della fiducia del mercante. Poteva incassare e pagare per conto del mercante e tenere in deposito il suo denaro, a patto che le parti tenessero una accurata contabilità delle entrate e delle uscite (per cui si inventò il sistema contabile a partita doppia), e a patto che ci fosse piena fiducia fra di loro. Nacquero così i banchi (oggi banche), così chiamati perché le casse dei forzieri venivano poste sotto i banconi usati per esporre le mercanzie e per scrivere. Man mano che alcuni banchi giunsero ad avere tanti clienti ed essere considerati affidabili da tanti mercanti e da tanti produttori, i banchieri pensarono di offrire un servizio in più a quei clienti che temevano di essere derubati lungo la strada, o anche al rientro a casa, perché non avevano forzieri abbastanza sicuri: invece di consegnare fisicamente il denaro, consegnavano una annotazione su un biglietto firmato e sigillato, che prometteva di pagare una certa cifra in moneta a chi avesse riportato quel biglietto al banco. Erano biglietti pagabili al portatore presso le casse del banco, esattamente quello che promette ancora ogni banco-nota in epoca moderna. I mercanti presero l’abitudine di scambiarsi come pagamento non il denaro, ma queste banco-note, di cui i predoni non sapevano che fare.

Quando i potenti capirono questo meccanismo, vollero usarlo in proprio: chi più di un re o di un imperatore avrebbe potuto garantire il pagamento al portatore? Chi avrebbe osato mettere in dubbio una promessa regale? Per maggior sicurezza i potenti finirono con lo stabilire che soltanto il banco centrale dello stato era autorizzato a emettere banconote e che tutti i sudditi erano obbligati dalla legge a usarle e accettarle (banconote a corso legale). Questo avvenne nella seconda metà del 1600 in Europa, prima in Svezia poi in Inghilterra, e rapidamente tutti gli altri stati si adeguarono. Il grande vantaggio per i sovrani era che i governanti potevano esigere dalla banca centrale di emettere banconote anche senza avere l’equivalente in oro o argento, perché i sudditi o cittadini raramente andavano a richiedere le monete vere e proprie, ma continuavano a scambiarsi le banconote, usandole come moneta − una moneta di carta che costava soltanto il prezzo della stampa. I governanti potevano avere a disposizione per le spese della corte e dello stato (esercito, armi, giudici, burocrazia) quantità illimitate di moneta, finché i sudditi (poi diventati cittadini) si fidavano della cartamoneta di stato.

I sudditi si fidavano della cartamoneta finché serviva davvero, cioè finché abbondavano le merci e i servizi da poter comperare con le banconote. I problemi iniziavano a sorgere quando c’era una carestia, oppure quando lo stato sovrano spendeva grandi risorse in avventure di conquista o di guerra, che finivano col dare risultati nulli o negativi, dopo aver sottratto braccia e teste all’economia reale del paese, come fu ad esempio per la Francia l’avventura coloniale nelle Americhe nel corso del 1700.

Man mano che la popolazione vedeva diminuire i beni e i servizi disponibili e vedeva peggiorare il proprio tenore di vita, perdeva fiducia in chi esercitava la sovranità e perdeva fiducia nella cartamoneta emessa dal sovrano. Le persone preferivano tornare all’oro o all’argento o addirittura al baratto. I prezzi aumentavano a causa della scarsità. Se la banca centrale dello stato stampava più banconote, i prezzi in cartamoneta aumentavano ancora di più, dato che la quantità dei beni e dei servizi rimaneva sempre la stessa. È il meccanismo che chiamiamo inflazione. Le banconote si svalutavano, i prezzi aumentavano così velocemente che in alcuni casi la popolazione prese a bruciare le banconote nelle stufe al posto della legna, perché non valevano quasi più niente.

Al crollo della fiducia nella capacità dello stato di garantire il crescente benessere della popolazione fa sempre seguito il crollo delle istituzioni stesse dello stato, o a seguito di una rivoluzione come nella Francia del tardo 1700, o a seguito di un colpo di stato come quello di Hitler in Germania a inizio anni ’30, o per completo disfacimento delle istituzioni dall’interno come nell’Unione Sovietica degli anni ’80. Questi sono soltanto gli esempi più gravi nella storia recente d’Europa, ma la storia del mondo presenta decine di simili occorrenze in epoca moderna.

Nel corso del XX secolo divenne evidente che era ridicolo pensare che nel ricco mondo industrializzato la garanzia delle banconote fosse la quantità di oro (o di argento o di altri metalli preziosi) detenuta dalle banche centrali, che costituiva il cosiddetto ‘tallone aureo’ delle banconote. Si capì che la garanzia del valore delle banconote è la forza stessa dell’economia e delle istituzioni dello stato, rafforzate ed equilibrate dalla cooperazione internazionale per lo sviluppo. Così nel 1971 le banche centrali di quasi tutti gli stati concordarono di abbandonare il tallone aureo e i cambi fra le valute divennero fluidi, oscillanti in base al mercato. La valuta di riferimento del mercato, il metro sul quale tutte le altre misurano incrementi o diminuzioni di valore, è ovviamente la valuta dell’economia più forte al mondo, che ha anche l’esercito più forte e la tecnologia più avanzata: il dollaro USA, la valuta in cui si fanno quasi tutti i contratti internazionali al mondo.

La crisi finanziaria ed economica del 2008-2011 ha però mostrato che l’economia americana e molte altre economie, fra cui quella dell’Italia, hanno delle grosse falle cui occorre porre rimedio: non produciamo più abbastanza per sostenere un tenore di vita in crescita costante, viviamo a debito. Riusciamo a vivere a debito sia perché i nostri stati e le nostre economie godono ancora di sufficiente fiducia all’interno e all’estero, sia perché le banche centrali si sostengono a vicenda, concedendosi a vicenda prestiti per valori sempre più elevati (vedasi Il mondo è cambiato otto anni fa, ma non ce ne siamo resi conto). Ma se non iniziamo a produrre molto di più (sia beni che servizi) non basteranno gli esercizi spericolati delle banche centrali a salvarci da crisi economiche e istituzionali gravi. Abbiamo visto in occasione dell’epidemia Covid19 che non riusciamo neppure a produrre le mascherine che ci servono, se non le facciamo arrivare dall’altra parte del mondo. Ed è chiaro che non riusciamo a far una manutenzione decente delle rive dei fiumi, dei ponti e delle strade. Non riusciamo neppure a tenere pulite le città e smaltire efficacemente i rifiuti! La Roma antica era probabilmente più pulita e più efficiente di quella odierna. Se non li importiamo dall’estero, in Italia non sappiamo più fare computer, cellulari e altri oggetti d’uso comune. Non abbiamo abbastanza medici per affrontare le emergenze. E ci riteniamo una società e una economia evoluta? Lo sembriamo ancora perché facciamo lavorare altri e paghiamo i loro prodotti e i loro servizi aumentando il debito. Le banche centrali immettono miliardi di euro o dollari in circolazione ogni giorno, ma non li usiamo per pagare chi lavora e d’altronde troppe poche persone lavorano. Basterebbe una carestia, o il blocco temporaneo dei trasporti globali per l’eruzione di una serie di vulcani e potremmo scoprire che in Italia non produciamo neppure più abbastanza cibo per tutta la popolazione.

Politici, media e opinione pubblica in coro dicono e sempre più diranno: serve denaro! Occorre più denaro! Ma il denaro corre a fiumi, tiene in piedi un mercato finanziario di proporzioni irreali. No − è l’impegno nel lavoro che non basta: in troppi abbiamo smesso di lavorare, preferiamo far lavorare (e studiare) per noi i Cinesi, o altri popoli più laboriosi, e pagarli con denaro, cioè oggi neppur più con banconote, ma con un numero con segno più o meno registrato in qualche archivio digitale. Il giorno in cui i Cinesi (o gli altri popoli più laboriosi e più numerosi) non staranno più al gioco e rovesceranno il tavolo, saremo totalmente nelle loro mani, e speriamo che siano mani caritatevoli, che ci trattino bene durante la nostra futura servitù.

I posteri rideranno della nostra fede nella magia dei numeri che chiamiamo denaro, quando studieranno la storia del nostro grande crash. O piangeranno, se saranno i nostri nipoti

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