Medio Oriente: finisce l’epoca anglo-americana. E ora?

27/05/2020

Il Medio Oriente è sempre stato al centro dell’interesse dei grandi imperi del nostro emisfero, benché per motivi diversi. Per i Romani era la via di accesso all’Egitto e al suo grano, indispensabile alla sopravvivenza dell’Impero. Per i successivi Califfati islamici era la via di accesso a tutte le principali rotte del commercio mondiale. Il Califfato ottomano crollò all’inizio del XX secolo perché le grandi rotte commerciali del globo si erano trasferite via mare, e i mari erano controllati dall’Impero britannico, grazie alla sua superiorità tecnologica. Per i Britannici il Medio Oriente era la chiave di accesso e di controllo del commercio globale del petrolio, di cui non potevano fare a meno. Con la Prima guerra mondiale i Britannici diedero un nuovo assetto alla regione: inventarono un nuovo paese − la Giordania − e ridisegnarono gli equilibri politici nella penisola araba e nel Golfo persico.

Ma esercitare il controllo sulla regione fu sempre militarmente difficile e molto costoso, sia per i Romani sia per i Britannici. Lo fu anche per gli Ottomani, benché fossero una potenza regionale, non lontana.

Dopo la Seconda guerra mondiale il ruolo imperiale, per quanto informale, passò nelle mani degli Americani. Lo scopo era sempre controllare il commercio globale di idrocarburi e gas. I maggiori rivali degli USA erano i Sovietici, che insidiarono l’egemonia americana in Medio Oriente sostenendo colpi di stato in Egitto, Siria e Iraq all’epoca di Nasser e del panarabismo. Per decenni Americani e Sovietici si contesero l’amicizia dei diversi stati del Medio Oriente a colpi di aiuti militari ed economici. Uno degli stati più contesi fra Sovietici e Americani fu Israele. I Sovietici e la Francia furono i principali alleati di Israele fino alla Guerra dei Sei Giorni (1967), quando Israele sbaragliò l’Egitto con grande rammarico sia della Francia sia della Russia. Francia e Russia non soltanto sospesero tutti gli aiuti a Israele, ma divennero i principali sostenitori, anche militari, dei Palestinesi, che sotto la guida di Arafat cercarono di conquistare il potere in Giordania, in Libano, in Tunisia, dove c’erano governi filo-americani. Subentrarono perciò gli USA, che videro nell’OLP di Arafat il maggior pericolo di destabilizzazione della regione e in Israele il principale baluardo contro tale pericolo. Dopo la guerra del 1973 fra Egitto e Israele, gli USA usarono tutti i mezzi diplomatici ed economici a loro disposizione per dar origine a una cooperazione strategica fra i due rivali, che da allora ancora regge.

Crollata l’Unione Sovietica e diminuita la necessità di petrolio dal Medio Oriente perché grazie a nuove tecnologie si producono gas e petrolio in tante altre regioni del globo, gli Stati Uniti si sono trovati infognati in costosissime interminabili guerre in Iraq, Siria e Afghanistan per contrastare l’ideologia islamista e il terrorismo jihadista, che sostituirono l’ideologia socialista come catalizzante delle ribellioni nella regione. Ma il Medio Oriente non è più di interesse strategico per gli USA da oltre un decennio.

Obama fu il primo presidente a dichiarare che gli USA avrebbero abbandonato le guerre in Medio Oriente, Trump ha continuato e accelerato l’effettivo ritiro da Siria, Iraq e Afghanistan. È stato anche annunciato un parziale ritiro delle portaerei americane dal Golfo. A mantenere gli equilibri regionali dovranno provvedere gli stati della regione, in primis Israele e la Turchia, che sono gli stati con maggiori capacità militari e di intelligence. Seguono a ruota gli Emirati, l’Egitto e l’Arabia Saudita. Non è affatto certo che questi paesi, tutti sostenuti dagli USA, avranno sempre interessi combacianti o almeno non contrastanti fra di loro. Per ora c’è un buon livello di collaborazione fra Israele e gli stati arabi a livello di intelligence. Con la Turchia i rapporti sono ancora sufficientemente buoni, nonostante la politica filo-palestinese e filo-islamista di Erdogan. Un elemento di coesione fra tutti questi paesi è l’interesse comune a prevenire l’espansione del potere iraniano, ma la situazione regionale è molto fluida e la sua evoluzione può riservare molte sorprese. 

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