Come sono cambiate le prospettive per l’Europa

04/01/2021

All’inizio del 2020 l’Unione Europea aveva davanti a sé due decisioni difficili: la Brexit e la definizione del budget 21-27, basato su di un nuovo Green Deal, cioè su di una svolta ecologica dell’economia.

L’obiettivo dell’UE era ed è la realizzazione di una ‘autonomia strategica’, cioè di autonomia non soltanto economica ma anche militare e politica, di fronte alle pressioni americane sui paesi NATO perché aumentassero il contributo alla copertura dei costi della propria difesa. Fin dal 2011 le operazioni NATO in Libia e nel Mediterraneo hanno mostrato quanto l’Europa dipenda dagli USA per la propria difesa. Al vertice NATO del 2014 nel Galles i paesi NATO accettarono di aumentare il loro contributo fino al 2% del PIL nazionale, ma poi i paesi dell’Europa occidentale non osarono farlo davvero, per non suscitare reazioni negative nelle loro opinioni pubbliche, che non avvertivano l’esistenza di pericoli internazionali.

Nel 2020 i pericoli hanno iniziato a essere avvertiti chiaramente.

Dopo anni di acquisizione da parte della Cina di infrastrutture e di aziende strategiche europee, nel 2019 Bruxelles cambiò formalmente la visione della Cina da ‘partner economico’ a ‘competitore strategico e rivale sistemico’. Altri segnali di potenziali pericoli venivano dall’eccessiva dipendenza dalla Russia come fornitore di energia e dall’instabilità dei paesi del Medio Oriente, che rovesciavano centinaia di migliaia di migranti sulle coste europee del Mediterraneo. La presidenza Trump aumentò la pressione sull’Europa perché prendesse posizione nel braccio di ferro fra Cina e USA e fra USA e Iran. Il ritiro americano dall’accordo con l’Iran e le successive sanzioni dimostrarono che le aziende europee non potevano proprio continuare a fare affari con l’Iran, pur volendolo e avendone il permesso da parte dell’Unione Europea, perché le conseguenze negative erano troppo gravi. Nel 2019 la Cina minacciò di imporre dazi aggiuntivi sulle auto europee (primo prodotto delle esportazioni tedesche) se la Germania avesse escluso la HuaWei dalla costruzione delle infrastrutture 5G, anche Washington minacciò dazi aggiuntivi sulle auto tedesche se l’Unione Europea non avesse collaborato con le richieste americane. La Russia proibì l’importazione di molti prodotti agricoli dalla Polonia dopo che l’Unione Europea impose sanzioni alla Russia per l’annessione unilaterale della Crimea.

Ad aprile 2020 la Cina minacciò l’Olanda di bloccare le forniture di materiale sanitario necessario per l’epidemia di coronavirus se non avesse ritirato la sua rappresentanza consolare a Taiwan.

La prima reazione alla pandemia in Europa fu nazionale e nazionalista. L’Unione Europea non aveva una visione strategica comune né a livello economico generale, né a livello industriale e finanziario. Inoltre la sanità è di competenza esclusiva dei singoli stati, non dell’Unione. Perciò la prima reazione fu la chiusura delle frontiere per impedire sia l’entrata delle persone sia l’uscita di materiale sanitario. L’Unione Europea pareva paralizzata, tanto è vero che i primi aiuti internazionali all’Italia arrivarono dalla Cina e dalla Russia, non dai paesi europei. Ma nell’arco di poche settimane la situazione cambiò. Gli Stati dell’Unione riuscirono a coordinare i propri interventi e condivisero persino alcune forniture di materiale sanitario.

A luglio fu trovato l’accordo per il Next Generation UE Recovery Fund da 750 miliardi di euro, per assicurare la sopravvivenza del progetto europeo, aiutare le economie più deboli e gli stati più indebitati. Non è ancora certo se l’Unione emetterà obbligazioni garantite congiuntamente da tutti gli stati oppure no. Se riuscirà a farlo, sarà un primo passo verso accordi fiscali e politici, non soltanto economici e finanziari. Anche la sospensione delle regole del fiscal compact, l’abolizione di controlli a chi richiede i fondi del MES per il sistema sanitario e la creazione del fondo SURE per mitigare gli effetti della disoccupazione sono grandi passi avanti verso un’unione politica con visioni strategiche comuni. L’Unione Europea ha dato buona prova di duttilità e capacità decisionale.

Ma rimangono divergenze importanti fra l’Est Europa e gli altri stati, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza. Per Italia e Francia la priorità è la sicurezza del Mediterraneo, dove la Russia non appare certamente pericolosa. Invece per Polonia, Romania e Paesi Baltici la sicurezza concerne i confini terrestri, e lì il pericolo può provenire soltanto dalla Russia.

Per quanto l’Unione Europea sia il motore del suo sviluppo economico, l’Est Europa non può dimenticare il problema della sicurezza dei confini, per cui soltanto gli USA possono offrire aiuto. Oltre a forgiare una alleanza strategica fra di loro per la difesa comune (il Trimarium), i paesi dell’Est Europa cooperano direttamente con gli USA. Lo scorso luglio Washington ha annunciato il ritiro di 12000 soldati dalle basi in Germania e la loro rilocalizzazione in Polonia e Romania.

Estonia, Lettonia e Lituania hanno grosse minoranze russe al loro interno, che si informano dalla TV e dai giornali russi. Il rischio è che la propaganda russa possa infiammare gli animi di queste minoranze, inducendole a dimostrazioni violente e atti di disobbedienza. Un anno fa i Paesi Baltici hanno creato una brigata NATO di pronto intervento insieme ai Polacchi.

La Polonia corteggia la Bielorussia, sperando di sottrarla alla forte influenza della Russia. La Bielorussia è in grave crisi economica da anni, il potere del vecchio Lukashenko è traballante, le infrastrutture sono insufficienti allo sviluppo, rapporti economici con l’Unione Europea sarebbero utilissimi. Ma il paese dipende troppo dalla Russia, prima di tutto per l’energia.

Un’altra regione in cui si scontrano gli interessi e i timori dei paesi dell’Est con quelli della Russia è il Mar Nero. Gli USA hanno rafforzato la presenza NATO in Romania, a Costanza, ora che la Turchia non pare più un alleato affidabile. Lo scorso ottobre gli USA e la Romania hanno firmato un accordo decennale di collaborazione per la difesa, l’accordo per l’ammodernamento della centrale nucleare di Cernavoda e per il finanziamento di infrastrutture ferroviarie e viarie per collegare il Mar Nero e il Mar Baltico.

Anche la Bulgaria, paese tradizionalmente legato alla Russia, cerca di rendersi più indipendente: ha stretto accordi con gli USA per costruire la sua nuova centrale nucleare di Kozloduy e per lo sviluppo della rete 5G. Mentre altri paesi europei smantellano le loro ultime centrali nucleari, i paesi dell’Est Europa le costruiscono.

Tre cose sono certe per il futuro:                                                              

-      che gli USA aumenteranno la loro presenza militare in Est Europa;

-      che l’Unione Europea aumenterà la propria sovranità economica e chiederà misure più protettive, in risposta all’aumentato protezionismo del resto del mondo;

-      che raggiungere un soddisfacente livello di autosufficienza nel campo dell’energia sarà l’obiettivo fondamentale nella politica europea per lo sviluppo.

Queste tendenze corrono però il rischio di creare forti tensioni fra i paesi dell’Est e il resto d’Europa, perché i loro interessi economici e militari non sono naturalmente convergenti. Perciò la prossima scommessa dell’Unione Europea è riuscire a mantenere la coesione fra est e ovest tramite difficili mediazioni, in cui la Germania avrà un ruolo centrale.

Un altro pericolo per l’Europa è che si accrescano le differenze di reddito e di cultura politica fra le città e le periferie, portando gravi fratture interne. Ma è un pericolo che potrebbe essere sventato dalla gestione del Recovery Fund

La prossima scommessa dell’UE è riuscire a mantenere la coesione fra est e ovest tramite difficili mediazioni, in cui la Germania avrà un ruolo centrale

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