L’America e l’Occidente in crisi

07/01/2021

Un anno fa usciva il libro del bravissimo George Friedman The storm before the calm, American discord, the coming crisis of the 2020’s and the triumph beyond (La tempesta prima della calma, la discordia americana, le crisi degli anni ’20 e l’ulteriore trionfo), che cerca di prevedere l’evoluzione delle crisi in atto nel mondo e negli USA per la transizione verso un nuovo modello di sviluppo basato sulle tecnologie digitali e sull’Intelligenza artificiale, transizione che ha già scatenato la competizione fra nazioni e civiltà. È in palio l’egemonia globale, con l’ampia quota di benessere, salute e felicità che premia i popoli che raggiungono l’egemonia tecnologica, la quale va sempre a braccetto con l’egemonia economica, militare e culturale. Per vincere la competizione i paesi che rincorrono l’egemone (oggi la Cina rincorre e tallona gli USA) sfruttano anche le grandi lacune nelle attuali regole del WTO (World Trade Organization) pensate a inizio anni ’90 per la realtà di allora, oggi profondamente cambiata.

In questo grande cambiamento tecnologico ed economico globale non vengono stravolti soltanto i rapporti commerciali, industriali e finanziari internazionali, ma prima di tutto i rapporti sociali all’interno delle singole società nazionali, perché quella parte di popolazione che ha pochi strumenti intellettuali e culturali per inserirsi con successo nel mondo delle nuove tecnologie vede crollare il proprio ruolo, il proprio reddito, le proprie speranze di un futuro migliore. Questo succede ovunque in Occidente, ma negli USA succede in modo più rapido e più massiccio. È negli USA che le crisi evolvono più rapidamente, raggiungono l’apice e trovano eventualmente soluzione, mentre nei paesi europei l’ampiezza e la profondità del welfare attutisce le crisi, le seda ma le prolunga, le cristallizza. La massa di dimostranti che ieri sera ha invaso il Congresso ricorda molto i Gilets jaunes della Francia del 2019. A quali analoghe rivolte di piazza assisteremo nell’Italia del 2022? Certamente non ci auguriamo che avvengano, ma sarà molto difficile prevenirle, perché sarà quasi impossibile ridare a tutti speranza, ruolo e benessere nell’arco di pochi mesi o pochi anni. Occorre una profonda revisione del nostro modello di sviluppo, una profonda revisione dei programmi scolastici, dei rapporti industriali, della burocrazia. Ora siamo tutti distratti dall’epidemia di COVID, dall’urgenza di uscire dalla paura della morte. Il difficile lavoro di ripensamento e ricostruzione della società e dell’economia lo stiamo rimandando, ma fra alcuni mesi andrà affrontato, sperabilmente con il minimo di rabbia reciproca e con voglia di pensare e collaborare al di fuori dei preconcetti ideologici del passato.

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