Israele, COVID e stato

08/03/2021

Israele è balzata all’onore delle cronache per la determinazione e l’efficienza dimostrata nel reagire alla pandemia, ottenere i vaccini e vaccinare la popolazione. Ovviamente gestire la vaccinazione di nove milioni di cittadini è cosa più semplice che gestire la vaccinazione di decine o centinaia di milioni di persone, ma Israele dimostra comunque una capacità di innovazione e di organizzazione ben superiore alla norma, anche in confronto ai paesi più avanzati del mondo. Perché? Sdoppiamo la domanda in due: per quale causa o scopo? Con quale metodo?

La risposta alla prima domanda è ovvia: pochi milioni di persone debbono sopravvivere in un piccolo territorio povero di risorse e circondato da popolazioni numerose e ostili. Se non si danno un’organizzazione efficiente, concentrata sull’identificare e perseguire obiettivi prioritari, se non escogitano sempre nuovi modi per utilizzare ogni possibile risorsa umana e ambientale, soccombono al primo attacco dei vicini. È così dal 1948.

La risposta alla seconda domanda è che lo stato si concentra a fare quello che soltanto lo stato può fare (difesa, giustizia, infrastrutture nazionali), norma in modo generale tutti gli altri campi di attività e libera la creatività e la competizione fra privati, cercando la massima sinergia possibile fra pubblico e privato. Prendiamo a esempio proprio la sanità. Tutti in Israele debbono avere l’assicurazione sanitaria, scegliendo una delle casse mutue autorizzate, che sono quattro. Quattro mutue, originariamente nate da quattro diverse organizzazioni sindacali, forniscono tutti i servizi sanitari a nove milioni di persone sotto il controllo dello stato, ma gestendosi in piena autonomia. Lo stato controlla lo standard delle prestazioni, ma soprattutto lo controllano i cittadini, che hanno la possibilità di scegliere l’organizzazione che ritengono più efficiente rispetto al costo. Ogni cassa mutua vive con il contributo pagato dagli assistiti, più le donazioni che riesce a ottenere da famiglie e altri privati, più il contributo dello stato, che è proporzionale al numero di assistiti. Ogni organizzazione è gestita dai rappresentanti degli assistiti e del personale sanitario, ha pochissimi burocrati, non ha nessun legame con la politica, prende tutte le decisioni in autonomia.

Ci sono poi alcuni grandissimi ospedali che sono anche grandi centri di ricerca, fra i più avanzati al mondo. Anche questi sono enti autonomi che vivono non soltanto prestando servizi sanitari ma anche grazie ai profitti derivanti dalla proprietà intellettuale dei risultati delle ricerche. I ricercatori stessi vengono incentivati a creare start up, con l’aiuto di organizzazioni private e pubbliche, per applicare i risultati scientifici della loro ricerca alla produzione di tecnologie biomedicali utilizzabili e vendibili in tutto il mondo, i cui profitti andranno in gran parte al centro di ricerca originaria, per finanziare altra ricerca.

In Israele sanità, scuola, università, ricerca, enti culturali di ogni tipo sono tutte organizzazioni private in competizione fra di loro per l’eccellenza, nate e gestite dal basso, per lo più da associazioni di tipo sindacale, ma normate e aiutate dallo stato.

Studiare il modello israeliano potrebbe essere molto utile a noi Italiani per la riforma dell’amministrazione pubblica e dei servizi pubblici. 

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