Afghanistan, la NATO si ritira

03/05/2021

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Il primo maggio 2021 è iniziato il ritiro delle truppe NATO dall’Afghanistan. La tabella a fianco mostra quante sono. Il Paese rimarrà presto in balia delle sole sue forze, cioè di forze diverse che fanno capo a diversi gruppi etnici che parlano lingue diverse.

L’Afghanistan è una specie di Svizzera asiatica: realtà multilinguistica e multietnica, costituita da altissime valli e polverosi altopiani desertici che storicamente dividono i gruppi tribali, unificati però dalla capacità di difendersi dalla conquista rinchiudendosi nelle loro roccaforti montuose che nessun conquistatore straniero ha davvero interesse a conquistare, perché prive di risorse esportabili. Per millenni l’Afghanistan è stato luogo di transito di carovane, luogo di scambio di prodotti e di conoscenze fra l’est e l’ovest, fra il nord e il sud dell’Asia. Fu il cuore commerciale e culturale del mondo dai tempi di Alessandro Magno fino alla fine del XIII secolo. Ricordate Battria, capitale di Alessando Magno, poi di un susseguirsi di regni, fino all’epoca della dominazione islamica, quando assunse il nome di Balkh? Oggi sullo stesso sito c’è la città afghana di Mazar-i-Sharif.

Oggi l’Afghanistan interessa ai paesi che la circondano perché attraverso il suo territorio debbono passare i gasdotti e le autostrade fra l’Asia Centrale e il resto del mondo. A nessuno interessa conquistarne stabilmente il territorio, né tale conquista sarebbe possibile.

Ora le varie tribù cercano di occupare o rioccupare più territorio, prima del ritiro NATO. I Pashtun, di etnia e lingua appartenente allo stesso ceppo di quelle del vicino Pakistan, sono il gruppo maggioritario, ma anche il più arretrato dal punto di vista culturale. Le altre etnie, soprattutto quelle che parlano darsi (che negli anni ’60 gli Afghani ancora preferivano chiamare farsi, cioè persiano), hanno sempre mostrato disprezzo per i Pashtun. Negli anni ’60 gli Afghani di lingua farsi costituivano la classe dirigente: quelli che vivevano attorno a Kabul gestivano tutto il commercio estero del paese, si laureavano nelle università europee, dominavano la corte reale e i ministeri. Quelli che vivevano nelle valli montuose del nord erano signori della guerra e abilissimi artigiani e custodivano memorie gloriose. Con i Pashtun preferivano non mescolarsi, i Pashtun erano quasi tutti analfabeti. 

Chi scrive fece un lungo viaggio in auto da Torino all’Afghanistan nel 1967, stringendo un’amicizia di lunga durata con una famiglia afghana di lingua farsi. Il capofamiglia era un raffinato intellettuale laureato alla Sorbona, gran divoratore di libri, importatore esclusivo in Afghanistan di tutti i medicinali e di tutte le attrezzature sanitarie. Veniva molto spesso in Europa per lavoro; dall’estate 1967 prese l’abitudine di venire qualche giorno da noi ad ogni viaggio. Era curioso di tutto. Ricordo che volle venire con noi anche ad alcune riunioni del Partito Radicale, allora appena costituito a Torino. Avviammo un commercio basato sullo scambio di pushtin di Mazar-i-Sharif (gilet o giacche di montone rovesciato e interamente ricoperto di ricami di grosso filo di seta ritorta) contro scarpe italiane da donna fatte nelle Marche. Era più che altro un gioco, ma per qualche anno ebbe successo. I Beatles si fecero fotografare con i pushtin addosso e d’improvviso tutti li volevano, a qualsiasi prezzo. Il cognato era Ministro degli Interni e aveva grandissime piantagioni di papavero da oppio che faceva coltivare da braccianti pashtun. Fumava senza interruzione e durante una visita a Torino mi incendiò le tende con la sigaretta. Ma dal 1972 le cose iniziarono a cambiare, la vita divenne pericolosa per i Farsi di corte, i nostri amici fuggirono. Noi li aiutammo a raggiungere l’Europa, ne ospitammo quattro in casa nelle prime settimane, ma dopo alcuni anni si trasferirono tutti e 18 negli USA. Poi iniziò la lunga serie di guerre civili che vide varie alleanze di altre tribù fronteggiare i Pashtun. Quando i Pashtun si identificarono con i Talebani, al Qaeda si radicò in Afghanistan, dapprima combattendo contro i Sovietici, poi attaccando frontalmente gli USA nel 2001 (con l’attacco alle Torri Gemelle).

Ho molta pena per le sofferenze degli Afghani, so che le guerre civili non sono terminate, che le donne vi faranno ancora una vita grama e pericolosa. Negli anni ’60 pensavo che il paese si sarebbe occidentalizzato e ammodernato rapidamente. Non avevo dubbi sulle magnifiche sorti che sarebbero toccate anche a quei popoli. La classe dirigente farsi già si occidentalizzava e si accostava in particolar modo all’Italia e alla Francia. Tutta la Kabul ‘bene’ raccontava più o meno sottovoce e con gusto come re Zahir si fosse innamorato di una giovane e bella laureanda in archeologia di Torino e volesse assolutamente sposarla, di come la riluttante ragazza fosse scappata a cavallo di notte oltre frontiera lungo il corso asciutto del fiume Daria. Nonostante ciò il re aveva mantenuto l’esclusiva degli scavi archeologici dell’area battriana all’Università di Torino. Forse la scelta di re Zahir di venire in esilio in Italia fu influenzata da quel ricordo.

 

Laura Camis de Fonseca

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