Robots, lavoro e scuola

01/12/2017

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La disoccupazione non cesserà di essere un problema in Italia neppure con l’aumento dei consumi e della produzione, cioè con l’incremento del PIL, perché nella produzione gli esseri umani sono sempre più sostituiti da macchine intelligenti, i robot. Si guardi il grafico accanto, che mostra l’andamento della produzione negli stati Uniti dal 1975 a oggi, paragonato all’andamento del numero di addetti: oggi si produce il 18% in più (in termini reali) con un 3% in meno di addetti. La forbice fra le due curve è destinata ad allargarsi ancora con l’implementazione di ‘industry 4.0’, che doterà di sensori e di intelligenza artificiale tutte le attrezzature usate ovunque, per qualunque scopo. 

Il fenomeno è molto veloce. Ecco un esempio relativo al settore petrolifero in USA (grafico a lato): a novembre 2015 circa 189000 addetti operavano 540 pozzi. A gennaio 2017, 14 mesi più tardi, 177.400 addetti operavano 583 pozzi. Nel giro di pochi mesi molti lavori pesanti svolti da forzuti ‘roughnecks’ sono stati sostituiti da macchine robotizzate (si vedano le immagini di testata).

Quando avvengono cambiamenti così importanti e così veloci nei sistemi di produzione la società si trasforma. La produzione con le nuove tecnologie ha necessità di milioni di persone capaci di costruire e programmare robot, scrivere software di base, costruire macchine dotate di intelligenza artificiale, collegare con sensori gli oggetti nelle nostre case e nelle città. Milioni di persone rimangono invece disoccupate perché non hanno queste conoscenze e queste capacità, né sanno inventarsi e gestire in modo autonomo qualche tipo di servizio utile alle persone, dalla ristorazione alla cura degli anziani e dei bambini, oppure qualcuno dei mille altri servizi per cui tutti utilizzano volentieri una parte di reddito: la pulizia e la buona illuminazione delle strade e dei palazzi cittadini, la buona manutenzione dei corsi d’acqua, delle scuole, degli ospedali, dei centri di ricerca e di analisi…

A provvedere le conoscenze e le competenze necessarie per affrontare questi cambiamenti non può che essere la scuola. Lo sta facendo? Dovrebbe farlo per i giovani e anche per gli adulti disoccupati che hanno bisogno di nuove conoscenze e competenze.

Alcune scuole si stanno riposando sugli allori della tradizione, altre giustificano l’incapacità di innovazione didattica con la rigidità dei programmi ministeriali. Per fortuna un buon numero di docenti – siano benedetti − fanno del loro meglio per innovare e potenziare la didattica e i suoi contenuti, ma sono talora ostacolati dai colleghi. La responsabilità finale cade sulla spalle dei genitori, che dovrebbero porre molta attenzione nella scelta della scuola cui mandare i figli, verificando nel dettaglio il percorso di studi, il sistema didattico utilizzato da ogni docente, i risultati lavorativi ottenuti dagli studenti diplomati negli anni precedenti.

Il mondo è cambiato profondamente negli ultimi 20 anni: lavoro, politica, comunicazione, vita famigliare e abitudini di vita non sono più quelli che abbiamo conosciuto, ma la scuola non è cambiata, non è cambiata l’organizzazione della burocrazia pubblica. Questo è il dramma dell’Italia oggi, e se non ci adeguiamo rapidamente ai cambiamenti domani sarà ancora peggio.

 

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