Epidemia ed economia. Che cosa cambierà?

18/04/2020

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È troppo presto per prevedere come cambierà l’atteggiamento degli Italiani verso i politici e gli amministratori nostrani e verso gli altri paesi. La sgomenta e disciplinata obbedienza delle prime settimane sta diventando insofferenza e aspra critica verso chi prende le decisioni o verso chi ci amministra, sia perché non sa offrire certezze per il domani sia perché non ha saputo far meglio. Lo si avverte nei messaggi e nelle conversazioni online: l’irritazione cresce di giorno in giorno. Ovviamente nessuno avrebbe saputo far molto meglio, perché un sistema di prevenzione e gestione delle epidemie o di altri rischi sistemici non si improvvisa, deve essere concepito e costruito su decenni di esperienza. Tale sistema deve coinvolgere non soltanto la sanità, ma anche la logistica e la produzione di un’ampia gamma di beni e servizi d’importanza primaria. Che non siamo ancora in grado di produrre internamente mascherine, reagenti e disinfettanti in quantità sufficiente è altrettanto grave del non essere in grado di produrre sufficienti quantità di alimenti e dipende da scelte di fondo fatte o confermate per decenni. L’atteggiamento degli Italiani verso il ‘sistema’ locale, nazionale e internazionale subirà ancora variazioni nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, man mano che si analizzeranno più a fondo gli eventi e i risultati delle decisioni prese. Possiamo soltanto ipotizzare che la fiducia nelle istituzioni sovranazionali non potrà che scemare, avendone constatata la scarsa utilità in caso di necessità. Per altro nessuna istituzione sovranazionale è stata concepita e istituita con poteri e doveri di carattere decisionale e politico (no, neppure l’Unione Europea), perciò è ovvio che soltanto gli stati possano prendere decisioni in caso di emergenze. 

A livello economico invece qualche previsione si può fare con ragionevole certezza. La perdita generalizzata di PIL di tutte le società economicamente avanzate si ripercuoterà ancora per molti mesi sulle economie dei paesi esportatori di energia, dalla Russia agli stati del Golfo. I prezzi dell’energia hanno perso circa il 60% rispetto allo scorso dicembre e non torneranno ad aumentare in modo significativo nel corso del 2020. Questo significa che quest’anno paesi come la Russia o l’Arabia Saudita dovranno coprire quasi tutta la spesa pubblica (difesa, sanità, istruzione, pensioni, stipendi pubblici) utilizzando le riserve, cioè i risparmi degli anni precedenti, oppure facendo debiti.

Un’altra categoria di paesi pesantemente danneggiati dalla crisi saranno quelli che dipendono in modo eccessivo dalle esportazioni di manufatti industriali, come la Cina e la Germania, la Corea o il Giappone o il Vietnam e altri paesi del Sudest asiatico. Le economie di questi paesi subiranno una perdita importante di fatturato all’estero. Nel caso della Germania questo dovrebbe far aumentare l’interesse dei Tedeschi al mantenimento di un buon livello di spesa nel mercato interno, cioè non soltanto in Germania ma anche in tutta l’area dell’euro, che costituisce un unico mercato aperto. Forse in questa occasione sarà possibile che la Germania accetti l’emissione di quantità (limitate ma significative) di titoli in euro garantiti congiuntamente dagli stati dell’eurozona, perché salvare il potere d’acquisto dei cittadini degli altri stati dell’eurozona implica anche salvare parte delle esportazioni tedesche in quegli stati. 

La terza categoria di stati fortemente penalizzati sono quelli le cui economie contano molto sul turismo, come il Portogallo, la Spagna, la Grecia e l’Italia.

Con la recessione incombente la rivalità fra le regioni e fra i gruppi sociali aumenterà, la lotta politica si farà più aspra. Alla fine di una guerra la gente ritrova la voglia di lavorare e vivere in armonia, l’aggressività interna scende a livelli minimi. Ma l’epidemia non è una guerra, benché così sia stata definita nei discorsi pubblici. La guerra — speriamo non di lunga durata e non troppo aspra — sta per iniziare, all’interno di ogni singolo stato. Aspettiamoci un’elevata conflittualità sociale e politica interna un po’ ovunque in Occidente. Aspettiamoci anche che l’aumentata conflittualità sociale nei paesi autocratici (ad esempio in Turchia) possa sfociare in atti di aggressione all’esterno, nel tentativo di scatenare l’ira popolare su altri obiettivi e ricompattare la società.

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