Nazione, ius soli o ius sanguinis? Un po’ di storia

06/10/2020

È etimologicamente chiaro il legame della parola nazione (lat. natio nationis) con la parola nascita. La nazionalità deriva dalla nascita, ma dal luogo di nascita (ius soli) o dalla famiglia di nascita (ius sanguinis)?

Fino al tardo Medioevo il termine nazione indicava una comunità di sangue, una tribù o un gruppo di tribù ritenute imparentate fra di loro a partire da un capostipite comune mitizzato come eroe o semidio (si pensi a Romolo o a Giacobbe). Ma sin dal X secolo la Chiesa iniziò a utilizzare il termine ‘nazioni‘ in modo tecnico per indicare gruppi diversi di pellegrini, prelati, chierici, studenti che viaggiavano attraverso il continente in occasione di conclavi, studi universitari, pellegrinaggi. Per costoro occorreva organizzare il viaggio e l’ospitalità, calcolare i costi e i tempi, provvedere alla manutenzione delle infrastrutture di trasporto e alloggio. Occorreva cioè un gran lavoro organizzativo e amministrativo che era necessario gestire per area geografica. Non era questione di denominare lingue o culture diverse: per tutti la cultura era quella cristiana, la lingua era il latino. Era questione di denominare diversi centri di organizzazione logistica e amministrativa. Le ‘nazioni’ provenivano da uno stesso territorio e viaggiavano attraverso l’Europa in direzione di Roma o dei centri di pellegrinaggio o dell’università di Bologna utilizzando il ‘servizio viaggi’ della Chiesa e finendo col ritrovarsi lungo la via e negli alloggi con altri viaggiatori provenienti dalla stessa regione o da regioni limitrofe. Attraverso i secoli i viaggi crearono nell’immaginario l’idea di comunità diverse legate a regioni diverse, comunità immaginate – costituite cioè di immagini di realtà vissute e raccontate in modo condiviso − tutte all’interno della più ampia comunità dei cristiani, i cui confini immaginari coincidevano con i limiti di tutti i viaggi abituali ai cristiani.

Il ruolo del viaggio nel forgiare l’immagine di comunità legate al territorio è spiegato magistralmente da Benedict Anderson nel saggio Comunità immaginate. L’elemento basilare per la creazione di comunità immaginate – che poi si chiameranno comunità nazionali − è l’appartenenza a uno stesso distretto economico e amministrativo, che poi diventerà anche distretto militare. La burocrazia amministrativa e militare viaggia nel territorio cui è assegnata, incontra i protagonisti della vita economica e culturale − e da questi viaggi e incontri sviluppa il senso di appartenenza a un sistema di reciproca interdipendenza, che poi diventa narrazione di una storia condivisa, narrazione che a sua volta sviluppa un’immagine di comunità anche fra i lettori: la comunità nazionale, che si riconosce erede di una storia comune. Anderson porta a esempio i movimenti per l’indipendenza nazionale nelle Americhe, che anticiparono di alcuni decenni quelli d’Europa. Nelle colonie spagnole e portoghesi i creoli, seppur diretti discendenti dei colonizzatori e appartenenti alla stessa cultura, non potevano per legge lavorare e far carriera né nella madre patria europea né in distretti amministrativi, fiscali, militari diversi da quelli cui erano assegnati. Si trovavano confinati nel distretto di cui costituivano l’ossatura burocratica e all’interno del quale viaggiavano molto frequentemente muovendosi in cerchi concentrici dalle periferie agrarie verso la capitale burocratica del distretto. Visitavano tutto il territorio, ne conoscevano la realtà economica e sociale, incontravano i proprietari terrieri, gli artigiani, gli organizzatori di servizi di trasporto e di magazzinaggio. Man mano che la madrepatria imponeva tasse più esose o emanava regolamenti e leggi che non tenevano conto di tutti gli interessi locali, la burocrazia creola, gli imprenditori e i proprietari terrieri locali finirono col sentirsi parte di una stessa comunità sfruttata e incompresa dalla madrepatria europea e invocarono l’indipendenza ‘nazionale’ per il proprio distretto di appartenenza.

Anche le gazzette a stampa ebbero un ruolo importante nel creare il senso di appartenenza a una comunità. Venivano pubblicate per fornire informazioni e notizie economiche e amministrative sul distretto: arrivo e partenza delle navi, valore di mercato delle granaglie e della materie prime, costi dei trasporti, scadenze e modi di pagamento delle tasse, nuovi regolamenti, spostamento e promozione dei burocrati e degli ufficiali, morti e matrimoni e nascite, cambiamenti di residenza, alluvioni o altri disastri naturali. L’uso dello spagnolo (o del portoghese), conosciuto da tutti in quanto lingua dell’amministrazione pubblica, fu dettato dall’utilità: le altre lingue parlate localmente sarebbero state capite da poche persone. Un po’ per volta le gazzette divennero la narrazione della vita economica e sociale del territorio e dell’amministrazione pubblica sul territorio, creando l’immagine di comunità. Schiavi africani e indios non leggevano le gazzette, non facevano parte della comunità immaginata dai creoli, ma nel momento della rivolta contro la madrepatria europea i creoli e i possidenti avvertirono il bisogno di averli dalla loro parte, non contrari, e finirono col dichiararli parte della ‘nazione’ in quanto appartenenti allo stesso territorio, pur con diritti limitati e in condizione di inferiorità. Così il concetto di nazione finì col divenire legato all’appartenenza per nascita a un territorio dai confini piuttosto precisi, gli stessi in cui la burocrazia applica leggi e regolamenti nello stesso modo, con la stessa organizzazione. Processi analoghi, anche se non perfettamente combacianti, si svilupparono anche in Europa nell’epoca dello sviluppo industriale.

Non esiste un concetto universalmente accettato di appartenenza a una specifica ‘nazione’: in alcuni paesi si privilegia la nascita all’interno dei confini, in altri la nascita da famiglie appartenenti alla cultura di maggiore successo sul territorio, o più numerosa sul territorio. Ogni sistema ha vantaggi e svantaggi, avvertiti soprattutto dalle minoranze e dai gruppi economicamente più deboli. Nessuno dei due sistemi è più ‘giusto’, ma può essere più o meno opportuno nelle circostanze date. Le maggioranze e i gruppi privilegiati utilizzano sempre elementi discriminatori basati su religione, cultura, genere, razza o stirpe – o qualche altra futura concezione − per impedire alle minoranze o ai gruppi sfruttati di toglier loro i privilegi di cui godono.

I movimenti di indipendenza nazionale svilupparono il concetto di libertà, uguaglianza e democrazia per ogni nazione, ma poi le nazioni ricorsero al concetto dell’inferiorità ‘naturale’ e ‘morale’ delle donne o di alcune ‘razze’, che perciò non dovevano e non potevano godere di pieni diritti. Spirito di competizione e necessità di collaborazione si alternano e si coniugano variamente attraverso tutta la storia sia delle persone sia dei gruppi, anzi ne costituiscono il motore. E la storia continua…

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