Il cambiamento epocale del terzo millennio

21/07/2015

Quale data sarà simbolicamente usata dagli storici futuri come inizio della nuova era, quella della storia globalizzata? Quella della caduta del Muro e della fine della Guerra Fredda, o quella dell’accesso della Cina al WTO? O una data futura che vedrà una formale iniziativa globale per la connessione digitale fra tutti i villaggi di tutti i paesi del mondo? 

Ogni era storica è caratterizzata da nuove conoscenze e nuove tecnologie che aprono la possibilità o la necessità di nuove forme di produzione, quindi di nuove strutture socio-economiche, dunque di nuove istituzioni politiche. Si sviluppa cioè una nuova cultura, insieme a nuovi sistemi di produzione, nuove strutture di governo e nuovi equilibri fra le varie regioni del mondo.

L’era storica che si è aperta recentemente è caratterizzata dalla disponibilità di comunicazioni istantanee attraverso il globo, dunque della possibilità di sviluppo di una cultura per la prima volta globale, non locale. E’ un cambiamento reale, che vediamo anno per anno nella realtà quotidiana. A questo si è accompagnata la creazione del WTO, che ha fatto del mondo un unico mercato, concretamente

Inoltre oggi la ricerca di fonti di energia che possano essere disponibili in qualunque regione del mondo ha prodotto una diversificazione dei sistemi di estrazione e produzione dell’energia che, pur non risolvendo il problema dell’energia a basso costo per tutti ovunque, sta togliendo il potere del monopolio ai grandi produttori di petrolio e di gas. L’insieme di queste condizioni sta modificando i sistemi di produzione: è in veloce declino il modello di produzione industriale su vasta scala, accentrata in poche regioni del mondo, che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli. Conoscenze, tecnologia ed energia diffuse in modo molto più ampio ed omogeneo nelle regioni del mondo ci stanno portando verso lo sviluppo di produzioni locali che utilizzano conoscenze e tecnologia globale, rivolte o a un mercato regionale o al mercato globale. La dimensione nazionale del mercato, che fu la base dello sviluppo degli stati-nazione, sta rapidamente perdendo di importanza. Il ‘glocal’ di cui era di moda parlare negli anni ’90 sta diventando realtà, ma in modo disorganico e disordinato. Ne vediamo gli effetti distruttivi, non ne vediamo ancora gli effetti positivi.

L’opinione pubblica è disorientata. Nei paesi che si affacciano a questa nuova realtà senza essere passati attraverso la lunga fase della rivoluzione industriale e dello sviluppo di un robusto sistema di produzione e di governo su base nazionale, come i paesi nati dall’ex Impero Ottomano, nascono per reazione gruppi violenti che da una parte abbracciano ideologie politiche e sociali arcaiche, costruite sulla base della religione, dall’altra si impossessano delle risorse locali e della tecnologia globale, per tentar di costruire società ‘nuove’ chiuse ed oppressive, che in quanto tali non riusciranno ad avere successo nella realtà globalizzata, ma nel frattempo producono e ancora produrranno milioni di morti.

Noi Italiani ci troviamo nella linea di confine e di frattura fra questo mondo arcaico che si affaccia alla modernità con estrema violenza e un’Europa priva di coesione di progetti comuni, che rischia di frantumarsi. I paesi della Grande Pianura Europea, dal nord della Francia alla Russia, hanno la possibilità e l’interesse di inserirsi in un grande corridoio di sviluppo che attraverso l’Asia Centrale li colleghi alla Cina, costruendo un enorme mercato e sviluppando una grande cultura continentale euro-asiatica. I paesi peninsulari o insulari che si affacciano sul Mediterraneo e sull’Atlantico hanno difficoltà geografiche, fisiche a partecipare a questo corridoio di sviluppo, dovranno forse cercare o inventarsi altre prospettive, che per ora non paiono né facili né allettanti.

 

 

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