Brexit e la necessità di ripensare lo stato

04/07/2016

In un saggio di grande acume per Strategic Forecasting (Making sense of Brexit, 29 giugno 2016) Philip Bobbitt, celebre costituzionalista e consulente del governo americano, legge la Brexit come espressione del disfacersi della forma di stato che conosciamo e della necessità di pensare lo stato futuro.

Bobbitt sottolinea le contraddizioni logiche nel comportamento sia dei votanti, sia dei politici, sia dell’Unione Europea:

Le persone più vulnerabili economicamente e quelle che più hanno sofferto a causa delle politiche di austerità volute dal governo hanno votato a favore della Brexit, sapendo benissimo che (…) il PIL diminuirà, il paese entrerà in recessione e verranno tagliati i sussidi dai quali quelle stesse persone dipendono. Molte delle aree economicamente depresse che hanno ricevuto ingenti aiuti dall’UE hanno votato a favore della Brexit.

Dopo la recente lotta per tenere la Scozia all’interno del Regno Unito, il governo ha compiuto il passo che riporta all’ordine del giorno la possibilità di secessione (…).

Allarmati dall’afflusso di rifugiati, i cittadini britannici hanno votato contro la cooperazione con la Francia e gli altri Paesi che con i loro campi di accoglienza contengono effettivamente il flusso di immigrati (...)

La maggioranza del Partito Laburista sostiene un leader che in 24 ore è stato abbandonato per protesta dai tre quarti dei suoi stessi parlamentari(….)

Il partito conservatore, dopo aver vinto di misura le elezioni con soltanto il 36% dei voti, si è diviso su di un argomento che continuerà a infiammare gli animi (…), il che potrebbe risultare nella sparizione del partito come forza di governo (….)

L’Unione Europea ha rifiutatol’unica concessione che avrebbe davvero aiutato la campagna per rimanere: separare la libera circolazione dei lavoratori dal mercato unico (…).

Questi sembrano comportamenti da nevrotici, se visti come decisioni di linea politica (…) se non si capisce che il vettore storico che ci ha portati in questa impasse è il declino dell’ordine costituzionale e dello stato-nazione industriale e l’emergere del suo successore, lo stato-mercato dell’informazione (…) Sta avvenendo un cambiamento epocale dell’ordine costituzionale e soltanto prendendo consapevolezza della natura costituzionale di questa crisi si potrà capirla (…) L’impasse in cui ci troviamo, benché possa sorprendere, è stata raggiunta con un percorso predetto più di quindici anni fa’ (Bobbitt allude al suo celebre libro The Shield of Achilles: War, Peace, and the Course of History).

Per spiegare la crisi costituzionale dello stato, Bobbit usa i concetti di stato-nazione e di nazione-impero: nello stato-nazione è lo stato a definire e forgiare la nazione, nella nazione-impero è una nazione − un gruppo etnico − a estendere il potere statale su altre nazioni, senza volerle assimilare e trasformare in una nazione unica.

‘Viviamo in stati-nazione industriali, l’ordine costituzionale (….) che, dopo la Prima Guerra Mondiale, ha soppiantato quello della nazione-impero che aveva dominato l’Europa e il mondo dalla fine del XVIII secolo. Dall’ordine costituzionale degli stati-nazione industriali sono nate le masse, l’istruzione gratuita, l’allargamento del diritto di voto, le pensioni di anzianità, i sussidi per la disoccupazione e per la disabilità, i finanziamenti pubblici alla ricerca, le imprese statali come le linee aeree, le ferrovie, le società energetiche e di telecomunicazioni, e la guerra totale, la guerra contro l’intera nazione. Forse abbiamo vissuto così a lungo in stati basati sulla nazione che tendiamo a dimenticare che la nazione non è lo stato, ma la sua gente, definita dalle tradizioni culturali, linguistiche, etniche e politiche. Alcune nazioni (…) non hanno stati. Gli stati moderni, che esistono da cinque secoli, soltanto negli ultimi duecento anni hanno iniziato a fondere le strutture costituzionali con il nazionalismo. Queste distinzioni sono importanti perché se si credesse, come fanno in molti, che l’unico ordine costituzionale che abbiamo conosciuto a partire dal feudalesimo è lo stato-nazione, non ci si renderebbe conto che un nuovo ordine sta rimpiazzando il nostro attuale ordine costituzionale. Ma è proprio quello che sta accadendo e che sta provocando molti dei disordini – a livello politico, culturale, economico e strategico – cui stiamo assistendo.

Proprio al momento del suo più grande trionfo, la fine della Lunga Guerra (….) dal 1914 fino al 1990, lo stato-nazione ha dovuto affrontare una serie di sfide delegittimanti. Primo, il sistema globale delle comunicazioni che fa sì che nessuno stato-nazione possa isolare o confinare la propria cultura nazionale; il sistema globale delle comunicazioni penetra ciascuna società e sostituisce i fondamenti delle culture nazionali con le tecnologie delle reti sociali. Secondo, il sistema legale internazionale dei diritti umani che soppianta le legislazioni dei singoli stati-nazione e che ha fornito la base legale per attacchi armati contro stati che non rappresentavano una minaccia per lo stato attaccante. Terzo, il sistema commerciale e finanziario internazionale che ha trasferito ai mercati il controllo sulle economie nazionali, con il conseguente forte aumento dell’ineguaglianza e un sempre maggiore affidamento sui sussidi statali che gli stati-nazione saranno sempre meno in grado di fornire (….) Quarto, i pericoli transnazionali come l’AIDS e la SARS, il cambiamento climatico e le reti terroristiche globali, non-nazionali, da cui nessuno stato può proteggersi da solo, né può arginare. Infine, l’emergente mercificazione delle armi di distruzione di massa, per cui le componenti fondamentali delle armi finora monopolio dei grandi stati-nazione possono essere vendute o scambiate illegalmente o semplicemente trovate su Internet (ad esempio, su Internet si può trovare come trasformare l’Ectromelia virus, che causa malattie cutanee nei topi, in un agente patogeno letale per l’uomo).

(….) Viviamo ancora in stati-nazione industriali e la premessa che legittima tale ordine costituzionale – lo stato migliorerà il benessere della nazione – definisce ancora lo stato contemporaneo. Ma questa premessa è sempre più difficile da mantenere. I governi lo sanno, così come i loro cittadini. Cinque secoli di evoluzione dello stato moderno ci hanno tuttavia insegnato che crisi del genere non si superano con la politica. In un momento come questo i governi non riescono a far passare o a eseguire politiche che ristabilirebbero le premesse legittimanti dello stato-nazione industriale. Il fenomeno paradossale dei governi impotenti e delle leadership in ginocchio in contrasto con l’incredibile aumento della ricchezza e della pace a livello globale non è una coincidenza. È lo stato stesso che deve cambiare le premesse che legittimizzano le istituzioni che gli danno potere. Se non può dire “Dateci potere e miglioreremo il vostro benessere materiale, preserveremo il patrimonio culturale della nazione e proteggeremo l’incolumità dei cittadini” dirà qualcos’altro. Azzardo l’ipotesi che potrebbe dire all’incirca “Dateci potere e massimizzeremo le opportunità dell’individuo – offrendogli molteplici solidarietà nazionali all’interno dello stato, più possibilità di scelta per differenziare la vita personale, il che può generare più ricchezza e suddividere i rischi all’interno di una più grande comunità transnazionale”.

Bobbitt chiama stato-mercato la forma di stato in fieri.

Gli elementi di questo nuovo ordine sono già presenti nei nostri sistemi politici. Gli stati passano (…) alla deregolamentazione non solo delle industrie, ma persino della riproduzione umana. Gli stati sostituiscono il servizio di leva con il reclutamento di forze volontarie per formare i loro eserciti, l’hanno fatto i principali stati membri della NATO. L’istruzione superiore gratuita è sostituita da una combinazione di tasse e borse di studio al merito al fine di coprire i costi sempre più alti (…) gli studenti vedono sè stessi come clienti. Gli stati passano dal gestire direttamente i trasferimenti di denaro sotto forma di sussidi alla disoccupazione o stipendi al fornire formazione professionale e insegnare le tecniche necessarie per entrare in un mondo del lavoro che è cambiato. Al posto delle imprese statali ci sono i fondi sovrani. Strumenti di democrazia di mercato come i referendum, le iniziative popolari che bypassano le pratiche parlamentari e i sistemi di rappresentanza tradizionale si stanno utilizzando ovunque e sono segnali dell’emergere del nuovo ordine costituzionale.

Sintomo di questa transizione è anche la reazione che scatena e che cambia faccia ai partiti e alle strutture tradizionali della democrazia. Man mano che le premesse costituzionali cambiano, gli aderenti al vecchio ordine si sentono traditi, e allo stesso tempo la loro resistenza, apparentemente inspiegabile, al cambiamento esaspera i sostenitori del nuovo ordine. I sostenitori del vecchio ordine non riescono a dare fiducia a coloro che sostengono nuove proposte politiche perché non rispondono al concetto del ruolo dello Stato tipico dello stato-nazionale industriale. Proposte come il riconoscimento delle unioni omosessuali o i tentativi di privatizzazione del sistema pensionistico o della sanità appaiono amorali. Nel frattempo cresce l’intolleranza per i rappresentanti eletti e di conseguenza il governo è sempre meno in grado di gestire il paese.

Questa insofferenza non si verifica solo nel Regno Unito, (….) tutti gli stati sono minacciati dalla nascita dello stato-mercato. Un recente sondaggio condotto dalla Pew Foundation ha rivelato che in Francia soltanto il 38% della popolazione ha ancora un’opinione positiva dell’Unione Europea (…). In nessuno dei paesi analizzati i cittadini sono favorevoli al trasferimento di poteri all’Unione europea (….) ma ogni stato sembra reagire a questioni diverse. I paesi del Mediterraneo come Grecia, Italia e Spagna hanno patito l’austerità e accusano la leadership tedesca dell’Unione Europea. In Francia si accusa l’Unione Europea di essere troppo rivolta al mercato e di seguire principi neo-liberalisti, per il Regno Unito invece l’Europa è un freno, (….) ‘’una nazione indipendente, corsara, fatta di imprenditori affonda nel cemento molle degli obblighi comunitari”. Nell’Europa orientale i gruppi nazionalisti criticano l’Unione perché impone valori cosmopoliti come il matrimonio omosessuale e la dissoluzione delle relazioni stato-chiesa. È comune l’insofferenza per la cosiddetta “aristocrazia di esperti” e per le élite politiche, il capitalismo delle multinazionali e la velocità del cambiamento globale.

Forse ancora più significativa è la paura diffusa e l’ostilità contro i migranti. Se lo stato non è più depositario dei valori culturali di una nazione, è molto più difficile ottenere il consenso della nazione stessa. Il sistema di governo singolo, tenuto insieme dall’aderenza a valori comuni, è sconvolto dallo stato-mercato, che offre una serie di opzioni ed è formato da cittadini-consumatori. (….) Siamo in transizione tra uno stato-mercato che temiamo e disprezziamo e uno stato-nazione evanescente a cui non possiamo più tornare. In tutto il mondo sviluppato nascono movimenti politici che vogliono diminuire le ineguaglianze economiche, ristabilire un approccio condiviso alla cultura e tornare al governo centralizzato. (….) Ma se ciò non è possibile, se dobbiamo accettare stati sempre più decentralizzati, individualisti e multiculturali, dove finiranno queste spinte reazionarie?

Dipende da noi, risponde Bobbitt. ‘Saremo noi a determinare il tipo di stato-mercato che verrà. (….) Sembra chiaro che la reazione all’emergere minaccioso dello stato-mercato è per lo più di natura morale. Lo stato-mercato non conosce classe, razza, etnia, sesso e orientamento sessuale. Si basa soltanto su concetti quantificabili. (…) Lo stato-mercato è anche indifferente ai valori di lealtà, rispetto per il sacrificio, competenza politica, privacy e famiglia. Gli elettori britannici che hanno sacrificato il loro interesse materiale votando per il Brexit non sono pazzi (…) le questioni di valore morale sono state il fulcro della campagna.

Che cosa succederà in Europa dopo la Brexit? Bobbitt avanza alcune ipotesi.

Se l’UK non potrà rimanere nel mercato unico, potrebbe firmare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, i quali a loro volta presto raggiungeranno un accordo con l’Europa sul TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti). Così l’UK tornerà a beneficiare indirettamente del libero mercato europeo e godrà anche i molti vantaggi dall’accordo di libero scambio con gli USA.

L’Unione Europea potrebbe darsi una struttura che vincoli alle clausole base del trattato i paesi fondatori che ne costuiscono il cuore (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi), mentre gli altri paesi potrebbero avere la scelta di ottemperare soltanto alle clausole minime necessarie per l’accesso al mercato comune, oppure scegliere anche altri livelli di integrazione. Altrimenti, dice Bobbitt, è probabile che prima o poi sia la Francia a uscire dall’Unione, e allora l’idea stessa di Unione Europea non avrebbe più senso.

Nell’ultima parte del saggio Bobbitt ipotizza la struttura di un possibile futuro sistema istituzionale per gli stati. ‘Si può immaginare un mondo in cui uno stato può essere confinato a uno spazio territoriale, ma appartenere a più di un’alleanza strategica, a patto che queste operino in diverse zone geografiche, e partecipare con altri stati a regimi commerciali multipli, interconnessi e potenzialmente sovrapposti, con vari gradi di integrazione. Ad esempio: perché la Scozia non potrebbe rimanere parte del Regno Unito, con il proprio parlamento e poteri limitati e delegati, e allo stesso tempo essere membro dell’UE, per cui ha votato quasi all’unanimità?

Bobbitt fa l’esempio delle regole e delle istituzioni della sua Università, che davano molte piu opportunità di scelta di altre Università. Si potevano scegliere i compagni di dormitorio, ad esempio, cosa che altrove non era possibile. Così si mantenevano e si rafforzavano amicizie fondanti. C’erano però anche istituzioni esclusive, come i club delle cene. Occorreva presentare richiesta ed essere accettati nel club cui si aspirava, se accettati non si poteva ‘tradire’: partecipare a una cena in un altro club comportava l’espulsione dal primo. In questi club si coltivavano altre amicizie e altri interessi. E c’era la scelta dei corsi da inserire nel piano personalizzato di studio – ma una volta fatto non si potevano inserire corsi estranei alla logica del piano stesso, pena l’invalidazione di tutto il percorso. All’interno di una sola Università c’erano istituzioni che richiedevano scelte e fedeltà con diversi livelli di limitazioni e di imposizioni. Bobbitt suggerisce che lo stato del futuro, nonché l’Unione Europea e altre associazioni fra stati, possa utilizzare lo stesso sistema: istituzioni diverse che richiedono tipi diversi di scelta, diverso grado di adesione e diversi criteri di appartenenza. 

È lo stato stesso che deve cambiare le premesse che legittimizzano le istituzioni che gli danno potere. Se non può dire “Dateci potere e miglioreremo il vostro benessere materiale, preserveremo il patrimonio culturale della nazione e proteggeremo l’incolumità dei cittadini” dirà qualcos’altro. Azzardo l’ipotesi che potrebbe dire all’incirca “Dateci potere e massimizzeremo le opportunità dell’individuo – offrendogli molteplici solidarietà nazionali all’interno dello stato, più possibilità di scelta per differenziare la vita personale, il che può generare più ricchezza e suddividere i rischi all’interno di una più grande comunità transnazionale”.

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