Il razzismo nella cultura europea moderna
Parte I - Scopo e origine

10/03/2015

Introduzione

Il ‘grande dizionario della lingua italiana’ di Salvatore Battaglia definisce la parola ‘razza’, applicata agli esseri umani, come ‘stirpe, progenie, schiatta, discendenza’, o anche ‘etnia, popolazione ’. Parole diverse, con connotazioni emotive diverse, il cui significato ha subìto variazioni profonde attraverso i secoli ma che hanno sempre avuto la stessa finalità: identificare e codificare il gruppo umano all’interno del quale vige il dovere della solidarietà attiva; cioè definire chi siamo ‘noi’, che abbiamo il diritto-dovere di condividere le risorse e il territorio, definendo anche chi sono ‘loro’, coloro che non hanno diritto alla nostra solidarietà.

La definizione di ‘noi’ avviene dapprima su base familiare: la solidarietà è dovuta ai membri della famiglia allargata, che diventa tribù, poi clan di tribù associate. Ma i legami familiari non sono sufficienti a garantire la reciproca solidarietà per lungo tempo, perciò sorgono gelosie e rivalità, faide assassine anche fra fratelli. Per evitare la dissoluzione, la comunità cerca un’autorità superiore che ne sostenga la coesione. Perciò elabora e tramanda il mito e il culto di un comune antenato, eroico e divino, che col suo sacrificio avrebbe segnato e salvato per sempre il proprio popolo, cioè ‘noi’, a patto che restiamo uniti e solidali nel suo culto. Si sviluppano così lentamente le religioni storiche, con i loro grandi riti comunitari per alimentare la solidarietà e scongiurare la violenza interna.

Implicita nel processo di definizione di ‘noi’ è l’idea che a ‘loro’ invece non dobbiamo nulla. A volte verso di ‘loro’ tutto è permesso: anche depredarli, schiavizzarli, ucciderli, se ‘noi’ crediamo di doverlo fare. Ma poiché gli uomini non possono rispettare se stessi auto-rappresentandosi come assassini e predoni, le società umane, soprattutto se credono di aver raggiunto un alto livello di civiltà, sviluppano teorie e ideologie per giustificare moralmente la prepotenza, la rapina e persino la violenza assassina verso gli altri. ‘Noi’ ci convinciamo che abbiamo il diritto di dominare gli altri o perché il nostro Dio è quello vero e ‘noi’ che lo abbiamo riconosciuto meritiamo il dominio, oppure perché siamo evidentemente i più forti per legge di natura, che è legge eterna, dunque volontà di Dio.

 

Razzismo e cristianesimo

Il Cristianesimo è universalista, considera l’umanità come un’unica famiglia, salvata dalla fede in Cristo. Nessun cristiano può essere espulso dalla comunità dei credenti, fatto schiavo, depredato e ucciso. Già nel X secolo Carlo Magno proibì ai cristiani di far schiavi altri cristiani, anche se il decreto fu spesso disatteso. Ma ancora per mille anni i Cristiani furono proprietari o commercianti di schiavi, e depredarono, perseguitarono, espulsero e uccisero non soltanto i non-cristiani, ma anche altri Cristiani, giustificandosi moralmente con l’esistenza di differenze ‘per sangue’, su base biologica, che determinerebbero in diversi gruppi umani diversi livelli di moralità e di capacità intellettuali e spirituali.  È il concetto di ‘razza’, usato come giustificazione per tornare a escludere dalla solidarietà altri gruppi umani. Quando la religione non ci permetterebbe di escludere nessuno, ma vogliamo farlo ugualmente, spesso lo facciamo in nome della ‘razza’.

 

Razzismo e istituzioni politiche

Nel 1492 la Spagna scoprì un nuovo continente e nuove popolazioni finanziando Cristoforo Colombo. Contemporaneamente restrinse i limiti del diritto alla solidarietà ai soli cristiani, costringendo i suoi numerosi ebrei e musulmani a convertirsi o essere espulsi o uccisi. Nei decenni successivi i discendenti degli Ebrei convertiti, cioè i ‘conversos’, che mantenevano il tradizionale impegno nello studio, raggiunsero posti di rilevo nelle istituzioni e nelle professioni, destando invidia e ira fra i ‘vecchi’ cristiani che ambivano a quelle posizioni. In America nel frattempo i predicatori cristianizzavano gli Indios, che però venivano ugualmente sottomessi e schiavizzati con la violenza, per sfruttare le risorse del continente.

Allora la società spagnola istituzionalizzò il razzismo, per permettere di escludere dalla solidarietà i ‘nuovi cristiani’. Attorno alla metà del 1500 per accedere a qualunque incarico nello stato o nella chiesa spagnola, per insegnare o per ricevere cure gratuite in ospedale, divenne necessario dimostrare la propria ‘limpieza de sangre’, o purezza di sangue: occorreva cioè dimostrare di essere di discendenza cristiana da almeno sette generazioni. I Gesuiti nel 1592 introdussero una regola che proibiva l’ammissione di cristiani di origini ebraiche, risalendo per cinque generazioni. In base a questa regola lo stesso Gesù sarebbe stato escluso dall’ordine dei Gesuiti… La regola fu eliminata soltanto nel 1946.

A riprova dell’effettiva diversità biologica nel XVI secolo si diffuse la credenza, durata secoli, che gli Ebrei puzzassero di zolfo - l’odore di Satana - anche dopo sette generazioni di incroci con i Cristiani. Del caratteristico ‘foetor judaicus’ scriveva il periodico cattolico polacco ‘Pro Christo’ ancora nel 1934.  Ma altrettanto si diceva degli Africani, degli Indios sudamericani; di tutti i popoli che si volevano dominare, sfruttare ed escludere da ogni potere. Gli altri argomenti che giustificavano la loro esclusione erano

- la loro presunta inferiorità morale e civile ‘per natura’, dunque ‘per la loro condizione naturale sono tenuti all’obbedienza in quanto il perfetto deve dominare sull’imperfetto’, come scrisse nel 1547 lo storico imperiale Juan Ginès de Sepulveda a proposito degli Indios;

- il loro essere destinati a soffrire il castigo divino per qualche enorme delitto commesso dai loro antenati. Per i popoli di pelle scura si citava la maledizione di Noè sui discendenti di Cam, per gli Ebrei il presunto deicidio.

Nel 1685 il Re Sole Luigi XIV emanò il ‘Code Noir’ per regolare la vita degli schiavi neri nelle colonie francesi delle Antille, già cristianizzati. Gli schiavi erano ‘beni mobili’. I matrimoni fra schiavi e padroni erano proibiti in quanto ‘contro natura’, impuri. I figli di schiave nascevano automaticamente schiavi. La testimonianza di uno schiavo non aveva valore in giudizio. Il padrone aveva il potere di punire lo schiavo per le infrazioni, anche con la morte. Lo stesso codice stabiliva che gli Ebrei venivano cacciati dalle colonie francesi, i Protestanti non potevano sposarsi, né avere figli, né avere centri di culto. Se già avevano figli, erano da considerarsi illegittimi, senza diritto di eredità. Se già erano sposati, il matrimonio era annullato. Soltanto i Cattolici di pelle bianca godevano i pieni diritti.

Questa mescolanza di ‘razza’ e ‘religione’ come base del diritto oggi ci appare del tutto assurda, ma per alcuni secoli nella ‘civilissima’ Europa si diede per scontato che la biologia, l’appartenenza culturale e la spiritualità fossero tutt’uno, e che a qualunque differenza culturale dovesse corrispondere diverso ‘sangue’, e viceversa.

Per secoli giuristi, teologi e scienziati naturalisti discussero non dell’esistenza delle razze così intese, ma del confine fra razze umane e razze non umane. Una bolla papale del 1537 (nota come Veritas Ipsa o Sublimis Deus) stabilì che gli Amerindi ‘veros homines esse’, ‘sono uomini veri’, e quindi non potevano essere ridotti in schiavitù. Ma nulla disse degli schiavi Africani neri, usati come schiavi dagli stessi Gesuiti per coltivare i terreni che possedevano in America. La tratta degli schiavi africani, catturati e fatti schiavi dagli Arabi, trasportati e rivenduti nelle Americhe da flotte e mercanti europei, continuò fin verso la metà del 1800, facendo milioni di morti, procurando orribili sofferenze per generazioni, e incise a fondo sulla demografia del continente americano, che è il crogiolo in cui si sono mescolate e oggi si sono unificate le diverse popolazioni umane di tutti i continenti, pur dopo tragiche storie di sopraffazione, di umiliazione e di sfruttamento.

Il razzismo schiavista sparì dal territorio europeo entro la fine del XVIII secolo per l’opposizione sia della Chiesa, sia del pensiero laico degli illuministi. Con la guerra civile venne abolito anche negli Stati Uniti. Nel 1888 non c’era più paese cristiano in cui la schiavitù fosse legale. Rimase invece legale in paesi non cristiani in Africa e in Asia. In Arabia Saudita fu abolita soltanto nel 1962, in Mauritania nel 1980.

 

Razzismo, colonialismo e nazionalismo in epoca industriale

Nella seconda metà del 1800, proprio quando il razzismo schiavista veniva bandito in Europa, sorgeva dal pensiero laico europeo un nuovo razzismo che assumeva nuova veste scientifica. Come sempre, la teoria serviva a giustificare e ingessare le disuguaglianze. Il problema delle disuguaglianze nei decenni a cavallo fra il XIX e il XX secolo era impellente e duplice.

Da un lato gli Europei dovevano dare giustificazione morale al rinnovato colonialismo, cioè alla conquista e al dominio di terre e popolazioni in altri continenti, per utilizzarne le risorse a scopo industriale e commerciale. Nel 1900 i piccoli stati europei dominavano politicamente ed economicamente quasi tutta l’Africa e tutti i paesi che ai affacciano sull’Oceano Indiano. Gli Europei vedevano se stessi come portatori di civiltà agli altri popoli, e consideravano la colonizzazione il ‘fardello dell’uomo bianco’, secondo il titolo di una famosa poesia di Kipling, che iniziava con le parole: ‘Addossatevi il fardello del Bianco – mandate i migliori della vostra razza – andate, costringete i vostri figli all’esilio per servire ai bisogni dei sottoposti; per custodire in pesante assetto gente irrequieta e sfrenata –popoli truci, da poco soggetti, mezzo demoni e mezzo bambini’. Ai propri figli gli Europei insegnavano senza esitazioni che ‘la razza bianca è superiore alle altre, e si trova in Europa e America’, come se fosse un dato indiscutibile e certo.

D’altro lato occorreva giustificare moralmente anche la politica degli stati nazionali in Europa, che mal tolleravano la presenza di minoranze, oppure cercavano di egemonizzare i vicini. Basare l’appartenenza e l’esclusione su presunte diversità razziali serviva alla politica nazionalista anche all’interno d’Europa, non soltanto nelle colonie. In questa illustrazione la somiglianza fra il ‘tipo’ irlandese-iberico e il negro suggerisce che l’anglo-teutonico al centro sia giustificato nel cercar di dominare gli Irlandesi, così come gli Africani. 

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