La lunga strada
verso l’unione bancaria

31/10/2014

I recenti stress test della BCE sono solo l’inizio di un complesso processo che dovrebbe portare alla creazione dell’unione bancaria europea. I risultati non possono essere considerati esaustivi, sia per questioni di metodo sia per la decisione di escludere le banche più piccole dai controlli, ma si tratta comunque di un punto di partenza.

L’idea dell’unione bancaria è nata dopo l’insorgere dei gravissimi problemi di Spagna e Irlanda, costrette a ricorrere ai fondi europei per salvare le loro banche dal fallimento. La crisi ha messo in evidenza la necessità di fermare il meccanismo per cui il fallimento di una banca sistemica di un paese porta al fallimento sovrano del paese stesso e viceversa.  Perciò nel 2012 l’UE annunciò un piano in due fasi verso l’unione bancaria, che prevedeva:

·         la supervisione diretta della BCE sul banche dell’eurozona, tramite un meccanismo di vigilanza unico;

·         la nascita di un meccanismo di risoluzione unico – con un Comitato decisionale centrale e un Fondo di risoluzione unico – che avrà il compito di ricapitalizzare, accorpare o chiudere le banche in difficoltà.

Non sono mancati i problemi già nella prima fase. Dato che alcuni paesi non volevano sottoporre al controllo della BCE le banche più piccole – come le Cajas spagnole o le Landesbanken tedesche, che hanno legami forti con i politici locali – si è arrivati a un compromesso: soltanto le banche “sistemiche” − con attivi pari o superiori ai 30 miliardi di euro o al 20% del PIL del paese di riferimento − sono state sottoposte ai controlli.

Ora si passa alla seconda fase. A eccezione di Gran Bretagna e Svezia, gli altri membri dell’UE hanno firmato a maggio un accordo per la creazione del Fondo di risoluzione unico. Il Fondo di risoluzione unico sarà costituito nel corso di un periodo di otto anni fino a raggiungere un valore pari ad almeno l'1% dell'importo dei depositi di tutti gli enti creditizi autorizzati in tutti gli Stati membri partecipanti. Si stima che tale importo ammonterà a circa 55 miliardi di euro.

Il 21 ottobre 2014 la Commissione Europea ha proposto che le banche più grandi, che rappresentano l’85% degli attivi bancari, contribuiscano per il 90% al fondo. Altri propongono che la contribuzione sia proporzionale non alle attività, ma al capitale delle banche. Alla fine sarà il Consiglio Europeo a decidere.

I trasferimenti al Fondo di risoluzione inizieranno a gennaio 2016, ma prima i parlamenti nazionali devono ratificare il trattato intergovernativo che lo autorizza − compito arduo vista l’ascesa dei partiti euroscettici. Senza contare che un gruppo di professori tedeschi – lo stesso che ha denunciato il programma della BCE di acquisto di titoli di stato dalle banche – ha già annunciato di voler portare l’unione bancaria europea di fronte alla Corte Costituzionale, perché violerebbe il principio dell’autonomia di scelta della Germania.

Nel frattempo la maggior parte delle famiglie e delle aziende europee devono fronteggiare i soliti problemi: i mutui al settore privato sono sempre meno, e l’economia reale continua a contrarsi. Ora che l’economia ristagna e la disoccupazione aumenta, la domanda di credito continua a calare. 

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