Dal crollo del 2008 a oggi
Parte V

03/02/2015

A rivelare l’insostenibilità del sistema e innescare l’ondata di panico nel 2007 fu il crollo del valore delle case negli Stati Uniti, che era raddoppiato nei cinque anni precedenti perché si davano mutui a chiunque, per farne derivati da vendere in borsa.

Le società di assicurazione che avevano assicurato i mutui persero moltissimo denaro, il valore dei fondi e delle società finanziarie crollò. Tutti cercavano di vendere, nessuno voleva comperare, neppure a prezzi molto bassi. Le banche e le società finanziarie non avevano più denaro liquido, ma soltanto titoli che si svalutavano di ora in ora. Quando fu chiaro il rischio di immediato fallimento delle grandi società assicurative e finanziarie e delle grandi banche, il governo americano intervenne. Salvò le grandi società che concedevano mutui, emettendo nuovo debito pubblico.

Ma l’ondata di paura si propagò anche nel resto del mondo: banche e società di investimento sono ormai talmente collegate che la rovina di una banca o di una società può causare la rovina dell’intero sistema finanziario globale, come si vide nel settembre 2008, quando il governo americano lasciò affondare la Lehman Brothers, una banca d’affari privata. L’intero sistema finanziario si fermò e sembrò crollare. Si fermò il mercato interbancario: le banche non si sfidavano ad imprestarsi denaro l’una con l’altra, neppure a breve termine. I fallimenti o il rischio di fallimento delle grandi banche e società finanziarie si moltiplicarono. Le società quotate in borsa persero quasi metà del loro valore, distruggendo decenni di risparmi accumulati dalle famiglie e dalle imprese. Le aziende si ridimensionarono, licenziarono, chiusero.

La FED e le altre banche centrali decisero di salvare il sistema inondandolo di denaro a tassi molto bassi, anche accettando in garanzia titoli che nessuno voleva, che perciò non valevano niente.

Ma la sfiducia e la crisi continuarono. Crollò il sistema finanziario in Islanda, perdendo il 90% di valore in pochi giorni. Le banche vennero nazionalizzate e salvate, ma non ripagarono i debiti ai risparmiatori e investitori stranieri. In Irlanda crollò il mercato delle case e dei mutui, mettendo a rischio di fallimento le banche del paese, che vennero salvate dal governo con l’aiuto dell’unione europea del fondo monetario internazionale. L’80% dei capitali che avevano gonfiato il mercato dei mutui in Irlanda venivano dall’estero, e furono bruciati.

Tremò il mercato dei mutui in Inghilterra, portando la banca Northern Rock a rischio di fallimento. La banca fu salvata dalla banca d’Inghilterra, e poi nazionalizzata. Fu nazionalizzata anche la Royal Bank of Scotland nel 2009.

Alcune banche spagnole vennero salvate con l’intervento di fondi europei. Quattro dovettero essere nazionalizzate per non fallire. Alcune grandi banche dell’Europa dell’ovest persero grandi quantità di denaro a fronte di mutui e prestiti concessi con troppa facilità, che non vennero ripagati. Fra le più danneggiate la nostra Unicredit.

Le grandi banche europee vennero salvate, ma ancora oggi hanno in pancia quantità ignote di titoli che potrebbero non valere più niente.

Dal 2008 in poi la crisi finanziaria bruciò i risparmi delle famiglie, bloccò i prestiti alle imprese, bloccò la concessione di mutui, dunque la vendita e la costruzione di case, danneggiò le industrie che producono per l’edilizia, rallentò la spesa per i consumi delle famiglie, danneggiando produttori e commercianti in tutti i settori di consumo. L’economia reale entrò in recessione in molti paesi, molte aziende licenziarono, la disoccupazione crebbe a livelli gravi. Diminuirono i guadagni, si fermarono gli investimenti pubblici e privati.

Le politiche dei paesi dell’Eurozona e degli Stati Uniti presero a divergere drasticamente: gli Stati Uniti stamparono denaro, aumentarono il debito pubblico, nonostante l’opposizione di molti cittadini, e inondarono di nuovo l’economia di denaro, tanto che molti ritengono che si sia creata di nuovo una bolla artificiosa, che potrebbe tornare a ‘scoppiare’.  Nell’Eurozona invece i vincoli di Maastricht non permisero agli stati di percorrere la stessa via. La BCE ha concesso tanto credito a basso prezzo, con cui le banche hanno salvato se stesse e i titoli di stato, ma gli stati non possono aumentare la spesa pubblica, debbono anzi ridurla.

La situazione divenne drammatica per Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda quando fu chiaro che i paesi più ricchi dell’Eurozona non intendevano modificare gli accordi di Maastricht per permettere di superare i limiti di deficit annuo. Né intendevano accettare di gestire l’emergenza con Eurobond, come chiedevamo noi Italiani insieme ai paesi più in difficoltà. L’idea degli Eurobond non era tecnica, ma politica: i governi avrebbero dovuto concordare di indebitarsi come una unica entità per coprire i debiti di tutti gli stati dell’Eurozona. Ovviamente questo significava che gli stati ricchi e con pochi debiti, come la Germania, avrebbero dovuto garantire la copertura dei debiti degli stati pieni di debiti. La Germania disse no.

Alcuni finanzieri scommisero che prima o poi gli stati più indebitati non avrebbero pagato i debiti alla scadenza. Questo creò panico sul mercato. Le nuove emissioni di titoli di stato non trovavano più compratori se non a prezzi bassissimi.

Il primo paese a cedere fu la Grecia, dove lo “spread”, cioè la differenza fra il costo del denaro per lo stato greco rispetto al costo del denaro per lo stato tedesco, salì a livelli insopportabili già nel 2010. Italia e Spagna raggiunsero livelli insopportabili nel corso del 2011.

A maggio 2010 i paesi dell’Eurozona avevano approvato e costituito d’urgenza il cosiddetto Fondo salva-stati, o Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, garantito fondamentalmente dalla Germania e dal Fondo Monetario Internazionale, ma dotato di risorse limitate.  La catastrofe della Grecia era imminente, serviva l’aiuto urgente della Germania.

Per offrire maggiori garanzie la Germania propose di costituire un Meccanismo Europeo di Stabilità o MES, dotato di un fondo sottoscritto dagli stati membri, che in caso di necessità può raccogliere altri fondi attraverso emissioni di obbligazioni sul mercato. Il MES ha sede in Lussemburgo, è gestito da un Consiglio politico composto dai Ministri delle Finanze, che nominano un Consiglio di Amministrazione e un Direttore generale.  Ma per avere diritto di accesso all’aiuto del Fondo gli stati avrebbero dovuto approvare il Patto di Bilancio Europeo, detto Fiscal Compact, che contiene una serie di cosiddette "regole d'oro":

·       obbligo statutario del perseguimento del pareggio di bilancio;

·       obbligo di non superare la soglia dello 0.50 % del PIL per il deficit strutturale o deficit primario (cioè prima del pagamento degli interessi sul debito accumulato);

·       riduzione progressiva del rapporto fra debito pubblico e PIL, fino al raggiungimento del limite del 60% del PIL;

·       impegno a coordinare i piani di emissione dei nuovi titoli di debito col Consiglio e con la Commissione europea.

Il MES fu approvato dal Consiglio Europeo il 25 marzo del 2011, con la firma degli stati che appaiono in rosso sulla mappa. È entrato in vigore il 1 gennaio 2013, a seguito della ratifica della maggioranza dei parlamenti nazionali. L’Italia ha accettato le ‘regole d’oro’ del Patto di Bilancio Europeo come parte della sua costituzione con legge del 17 aprile 2012, nonostante l’opposizione di molti partiti, sotto la pressione dello spread che saliva e ci portava al fallimento. Abbiamo poi ratificato il Trattato istitutivo del MES con legge 114 del 23 luglio 2012.

Nel MES gli stati membri avranno diritto di voto in proporzione alle quote versate, che saranno a loro volta proporzionali al PIL.  L’Italia dovrà versare poco meno del 18% del capitale e avrà poco meno del 18% dei diritti di voto. Ha già versato 46 miliardi sui 125 che dovrà versare in totale.

La crisi dei debiti sovrani ha messo drammaticamente in luce la debolezza strutturale dell’Unione Europea, così come è oggi: non funziona come il governo di popolazioni solidali, che mettono in comune le risorse per progetti di sviluppo collettivo, orientati dalle scelte che i cittadini effettuano tramite il loro voto, ma come una azienda che mira all’ efficienza delle sue succursali ed è gestita da burocrati e tecnocrati per conto di chi investe e rischia il capitale. Non potrà durare a lungo in questa situazione: o diventa una istituzione politica, o tornerà ad essere soltanto una comunità di cooperazione commerciale ed economica, senza comuni diritti di cittadinanza, in cui prima o poi si rinuncerà anche all’integrazione fiscale e monetaria.

Che cosa possono fare gli stati troppo indebitati dell’eurozona per migliorare la loro situazione? (minuto 11:36)

All’Italia e agli altri paesi con grande debito pubblico non rimane che tirare la cinghia e aumentare le tasse per ridurre il deficit, schiacciando ancora di più l’economia reale.

La percentuale di tasse in Italia è fra le più alte al mondo. Dobbiamo attuare riforme che riducano di certo la spesa pubblica nel futuro, oltre a ridurre la corruzione. Ridurre la spesa pubblica vuol dire ridurre il numero di dipendenti e consulenti, ridurre gli stipendi, dare meno fondi per la sanità, i trasporti, la scuola, la giustizia, la cultura, aumentare ancora la disoccupazione, peggiorare ancora l’economia reale nel breve periodo.

Che succede se non lo facciamo? La Grecia e Cipro hanno offerto l’esempio, purtroppo.

 A marzo 2012 la Grecia non riuscì a pagare i titoli in scadenza; non aveva neppure più i soldi per pagare stipendi e pensioni. Il fondo salva-stati intervenne, imprestando allo stato greco il denaro per pagare gli stipendi, ma diede poco per volta, ponendo molte condizioni.  I Ministri delle finanze dell’Eurozona, riuniti nell’Eurogruppo, imposero a chi deteneva titoli di stato greci di accettare un bel taglio al loro valore: venne pagato soltanto circa il 46% del valore nominale dei titoli in scadenza.  Il debito greco venne così grandemente ridotto rispetto al PIL, ma soltanto per l’anno in corso, perché poi il PIL continuò a diminuire drammaticamente, e il debito in proporzione è diventato più pesante. La popolazione impoverita e disoccupata minaccia sommosse.

Inoltre ora gli investitori sanno che uno stato dell’eurozona può non pagare i debiti, e non si fidano più a comperarne i titoli. Perciò gli stati con troppo debito da anni stanno in piedi soltanto perché le loro banche comprano i titoli con i prestiti della BCE.  Le banche sono la catena di trasmissione fra la BCE e gli stati.

A dicembre 2013 il fallimento della Banca di Cipro ha dimostrato che le banche dell’Eurozona possono esser lasciate fallire, e che in questo caso perdono i depositi anche i risparmiatori che hanno i soldi sul conto corrente! Ad aprile 2014 il Parlamento europeo ha trasformato in legge la proposta che dal 2016 in poi, se una banca fallisce, perdono i soldi sia gli azionisti della banca sia i correntisti con più di 100 000 euro.

Alcuni propongono di uscire dall’Euro e rimetterci a stampare una nostra moneta, una nuova lira, ma sarebbe molto peggio. La nostra nuova moneta, garantita da uno stato italiano pieno di debiti, non la vorrebbe nessuno, e in pochi mesi si svaluterebbe molto rispetto all’Euro. Ma noi dovremmo ripagare tutto il vecchio debito in Euro, e gli altri stati dell’eurozona non sarebbero più tenuti ad aiutarci tramite il Meccanismo europeo di stabilità.

Con un enorme debito pubblico in euro, dobbiamo rimanere nell’euro e sperare che l’Euro si svaluti.  Se l’Euro si svalutasse rispetto al dollaro, i prezzi internazionali dei nostri prodotti diventerebbero per qualche tempo più competitivi, aiutandoci ad aumentare le esportazioni e diminuire le importazioni. Dal 2004, che è l’anno in cui il commercio con la Cina è stato totalmente liberalizzato, esportiamo troppo poco rispetto a quanto importiamo

Ma bisogna comunque lavorare tanto e stringere la cinghia per pagare i debiti, per almeno una generazione, e nel frattempo cercare alleati nell’eurozona per fare pressione politica e psicologica sulla Germania perché sia meno rigorosa.

Occorre anche sviluppare fra i popoli europei il senso di appartenenza ad un destino comune, anche tramite istituzioni che cerchino il consenso diretto dei cittadini europei, non soltanto dei governi. C’è troppa poca partecipazione popolare alle decisioni europee. C’è una gestione oligarchica e tecnocratica del potere effettivo in Europa, che svuota la democrazia di sostanza   Sicuramente gli scopi sono positivi, persino nobili, ma se la governance europea non diventerà più democratica e non si preoccuperà di più dello sviluppo delle regioni e dei paesi meno ricchi, finirà col distruggere quell’Unione che vuole difendere e rafforzare.

 

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