La criminalità
secondo James Q. Wilson

08/03/2012

 

Nel 1966 una commissione istituita dal presidente Lyndon Johnson pubblicò una lunga relazione su come la nazione avrebbe dovuto rispondere all’ondata di criminalità che stava trasformando intere città in zone di guerra. La Commissione dichiarò che era necessario un massiccio sforzo del governo per eliminare le presunte cause prime della criminalità: povertà e razzismo. La vera lotta alla criminalità sarebbe stata condotta con programmi di ridistribuzione della ricchezza. La polizia, invece, si sarebbe dovuta occupare dei casi di illegalità urbana (…)

Pochi mesi dopo la pubblicazione della relazione James Q. Wilson, allora docente di scienze politiche ad Harvard, pubblicò un articolo sul Public Interest nel quale sottolineava come su circa 200 raccomandazioni fatte dalla Commissione solo sei riguardassero la pubblica sicurezza. Wilson sottolineò anche la mancanza di dati empirici a sostegno delle proposte: i consulenti consigliavano al governo d’investire massicciamente in servizi sociali quali antidoto al crimine, senza che nessuna ricerca avesse dimostrato i rapporti fra i programmi sociali e i comportamenti criminosi (…)

Quest’articolo rimane una pietra miliare. Nei 45 anni successivi Wilson ha continuato pazientemente a mantenere una posizione scettica nei confronti dell’opinione comune e a basare le sue opinioni, sempre innovative, sull’osservazione attenta dei fatti. 

Negli anni ’70 Wilson era visto come il lupo solitario della ricerca sul ruolo della polizia, l’unico che indagasse sui poteri discrezionali della polizia e sui  risultati del loro impiego. Nel libro Thinking About Crime uscito nel 1975 (…) Wilson sostenne che i criminali scelgono razionalmente se commettere un crimine, in base al calcolo dei rischi e del profitto. I governi possono diminuire il tasso di criminalità cambiando le variabili in quel calcolo, in particolare aumentando il rischio di essere arrestati e puniti. La celerità e la sicurezza della punizione, afferma Wilson, sono più importanti della sua severità.

L’articolo che avrebbe cambiato il modo di pensare l’ordine pubblico fu pubblicato nel 1982 su Atlantic Magazine col titolo “broken windows”, e fu firmato da George Kelling. Nel 1994 il sindaco Giuliani e l’allora commissario Bratton decisero di prendere “Broken windows” come modello per rivoluzionare  il servizio d’ordine pubblico a New York. La polizia non avrebbe più ignorato le infrazioni minori,  i graffiti, il consumo di alcol in pubblico e i banchetti illegali; sarebbe intervenuta prontamente anche in questi casi, per riportare il senso di ordine e sicurezza nei quartieri più difficili. Avrebbe soddisfatto il desiderio delle comunità più povere, precedentemente ignorato, di avere lo stesso senso di decoro e di sicurezza dei quartieri più ricchi. Docenti e giornalisti di sinistra continuarono a respingere questo approccio vedendolo un’aggressione ingiustificata nei confronti dei poveri.  

Il dipartimento di polizia di New York applicò la ricetta di Wilson. I crimini a New York sono calati dell’80%  dal 1990 a oggi, trasformando la città e liberando milioni di cittadini dalla violenza. Oggi non vi è dipartimento di polizia negli Stati Uniti che non utilizzi la teoria di Wilson per ridurre i crimini e rassicurare i cittadini.

Wilson è morto a febbraio 2012 all’età di  80 anni. Il suo ultimo articolo per il City Journal si poneva una domanda ignorata dai suoi colleghi: perché i crimini sono diminuiti con la recessione? Il calo dei crimini nel periodo successivo alla  recessione contraddice la teoria delle origini del crimine nella povertà, che prevede l’impennata della criminalità durante i periodi di crisi economica. 

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